Ultimi articoli sui film e cinema, con approfondimenti e speciali a cura della redazione
Una lunga strada percorsa, al contrario degli itinerari consueti, da ovest ad est in cerca di fortuna. Gli splendidi paesaggi naturali degli States. I cavalli sostituiti dai chopper in un western urbano dove i cowboys sono i veri cattivi.
Tanto tempo fa in una galassia neanche troppo lontana uscì un film che, insieme ai suoi due sequel, rivoluzionò per sempre il concetto di cinema. Da quel momento in poi il pianeta Hollywood non fu più lo stesso...
Un prodotto difficile,se non impossibile da giudicare con gli usuali strumenti della critica cinematografica, sospeso com'è nella zona liminale e sempre più frequentata del non cinema o del post-cinema se preferite.
Alcuni elementi della formula Shyamalan mostrano la corda, con il risultato di trasformare il film in un qualcosa di formalmente impeccabile ma di eccessivamente rarefatto nella descrizione delle atmosfere e degli stati d'animo dei protagonisti.
I due autori-attori raccontano l'esperienza della nuova produzione del loro ormai ultradecennale sodalizio artistico.
Un approfondito incontro con il regista Christian Johnston ci ha permesso di comprendere al meglio molti elementi del suo controverso film sull'Afghanistan post 11 settembre.
Secondo film di Agnes Jaoui, dopo Il gusto degli altri, Così fan tutti è una vivace e sofisticata commedia che tratteggia e riflette lucidamente alcuni aspetti particolarmente ipocriti e odiosi che caratterizzano la nostra vita di relazione.
Una commedia per tutti, comica e divertente ma che non scade nella volgarità e nell'eccesso grazie all'attore proveniente dal Saturday Night Live Show e ad ad una regia dinamica e ben strutturata.
L'ennesima dimostrazione di come attraverso la chiave popolare e anti-intellettuale del genere, mescolante con un alto tasso di entertainment, si possano veicolare riflessioni non banali su temi intimi, profondi ed esistenziali.
Il film si appropria, superandoli, degli intellettualismi degli altri script kaufmaniani; allo humour, alle trovate sorprendenti e originali si accompagna una fortissima e genuina carica emotiva.
Disseminato di esche narrative, alcune ingannevoli, altre più trasparenti per il palesamento della verità da parte dello spettatore, Nove regine è un perfetto meccanismo ad orologeria, costruito con sapienza e ritmo sulla struttura a specchio nella quale si riflettono i due protagonisti, Marcos e Juan, speculari per intenti e personalità.
Nella neonata Casa del Cinema, sita al centro di Roma, un gran numero di giornalisti ha accolto due ospiti molto attesi: si tratta di Wong Kar-Wai e Tony Leung, rispettivamente regista e protagonista di "2046".
Il 21 ottobre del 1984 scompariva, troppo prematuramente, a 52 anni, François Truffaut, una delle personalità più significative del paesaggio culturale del XX secolo, non solo per la sua attività di cineasta - e marginalmente di attore (Effetto notte e Incontri ravvicinati del terzo tipo) -, ma anche per il suo ruolo di critico cinematografico e di amante appassionato di libri e film.
Il film di Proyas si inserisce nel genere futuristico, più che in quello fantascientifico, in cui la realtà si evolve secondo pensieri utopistici, come avevano fatto scrittori come Orwell e Huxley, ricreando una società in cui si presume vivremo.
Jersey Girl potrebbe deludere i fans di Kevin Smith, abituati ad opere molto diverse, ma rimane comunque un'intelligente commedia che rappresenta tutt'altro che un passo indietro nella carriera del cineasta.
Un film manifesto che chiude la prima fase artistica del geniale regista americano; quella più anarchica e sperimentale, molto vicina alla Nouvelle Vague francese, per avvicinarlo ad un cinema ostentatamente cinefilo e "visivo".
Mire e ambizioni troppo alte, soprattutto quando si è alle prese con una sceneggiatura frutto di otto mani che assomiglia a un grande puzzle i cui pezzi sono tutti clamorosamente sbagliati.
Spike Lee confeziona un guazzabuglio dove mette tanta carne al fuoco, troppa, e viaggia tra politica, multinazionali disoneste, sesso, inseminazione artificiale, fosche operazioni di borsa e questioni razziali, regalando perfino una spruzzatina di Watergate.
La musica di Porter è quanto di più lontano dall'intrattenimento ci possa essere. Le sequenze musicali sono tanto piacevoli da nuocere leggermente alle parti dialogate del film.
La formula è simile a quella del Volume I: una parte di classici, una parte di brit, una parte di trance.
Mann regala ancora una volta sprazzi di inarrivabile tecnica in ogni fase del film: dai momenti di dialogo, nei quali pianta la sua camera sui volti nei personaggi quasi per sondarli e farne conoscere i posti più nascosti dell'anima, alle caotiche sparatorie girate in modo esplosivo.
Cappuccio è riuscito a coniugare questa amara e moderna condizione lavorativa con un'ironia pungente che a tratti diverte davvero molto.
Una storia di famiglia e di amicizia, attraverso gli anni '70 e '80, che inizia a Cleveland e si conclude a New York. Tratto dal romanzo omonimo del Premio Pulitzer Michael Cunningham.
Germania. Un uomo e una donna turchi, Cahit e Sibel, si incontrano in un ospedale psichiatrico dopo un tentativo di suicidio. Sibel, imprigionata dalla famiglia, chiede a Cahit, alcolizzato e drogato, di sposarla. Potrà nascere l'amore?
Distante anni luce dai film Disney, 'La profezia delle ranocchie' non ha sottotesti né doppie letture. L'intolleranza tra i popoli e le specie è la tematica principale della storia.
Per chi ama un rock innocuo fatto di intro di facile presa che lascino facilmente spazio a strofa orecchiabile, ritornello da stadio e bridge con attacco di chitarra, in pratica la struttura canonica easy rock.
Con questo secondo film, che segue di due anni il noir "As tears go by", Wong Kar-Wai cambia genere e registro, anticipando temi e soluzioni di regia che troveremo in molti dei suoi lavori successivi.
L'elegante portamento e la classe infinita della Ardant, la calibrata naturalezza recitativa di Depardieu e la sensualità forse un po' di maniera, ma convincente della Beart sono le migliori cose di un film eccessivamente didascalico.
La colonna sonora avrebbe dovuto ricreare l'atmosfera musicale americana dei tardi '70 ma riesce solo in minima parte a portare a termine l'impresa.
In occasione della presentazione romana del film di Anne Fontaine, la bellissima attrice francese è intervenuta in conferenza stampa.
La realtà della mafia viene affrontata da Scorsese con tocco documentaristico ed anti-spettacolare. E i "bravi ragazzi" devono obbedire a questa logica se vogliono sbarcare il lunario...
Il film 'perduto' di Terry Gilliam è l'occasione per riflettere sulla natura del cinema e sull'importanza dei supporti che ne rendono possibile la riproducibilità infinita. Elementi che il regista anglo-americano, come era lecito immaginare, ribalta di colpo in questo incredibile progetto.
Snobbato dagli appassionati, rigettato dalla critica, è invece un piccolo cult che andrebbe riscoperto.
Un'occasione sprecata, soprattutto perché la trama presenta spunti interessanti che non vengono sviluppati adeguatamente.
A Roma per presentare il musical biografico De-lovely, il regista e i due interpreti principali hanno incontrato la stampa.
Il film di Franco Bertini non è perfetto, ma ha sicuramente tutte le carte in regola per trasformarsi in una possibile sorpresa di questa stagione cinematografica.
Un noir vorticoso che pur mantenendo le caratteristiche principali del cinema di Almodòvar lascia alle spalle le note di colore dei film precedenti, per trasformarsi in una trappola fatale.
Cavalcando l'onda del successo di altri eroi di cartone, Guillermo del Toro sceglie di portare su grande schermo un fumetto di Mike Mignola: Hellboy.
Dopo due anni di attesa, la nomination all'Oscar 2002 per il miglior film straniero, e il lungo "blocco" imposto dalla Miramax, il film di Zhang Yimou arriva finalmente sui nostri schermi: un'attesa pienamente ripagata per un'opera dal grande impatto visivo ed emozionale.
"Tutte le loro espressioni sullo schermo sono assolutamente autentiche, naturali. Niente effetti speciali o computer: ciò che appare sulla pellicola è ciò che io ho girato con la mia macchina da presa". (J.Jacques Annaud, regista).
"Lavorare con lentezza" racconta un periodo della nostra storia, ancora non digerito, con una commistione di realtà e finzione, dramma e commedia, riuscendo, sebbene non completamente, a realizzare un film interessante per diversi aspetti.
Un'edizione di più che buon livello sotto l'aspetto qualitativo, ottima sotto quello organizzativo e di fondamentale importanza per ciò che rappresenta: un'importante vetrina entro cui il cinema di genere può confrontarsi.
Un'operazione interessante quella di Daniele Gaglianone, ricca di spunti originali e anche di molti difetti, ma causati dalla passione e dalla volontà di uscire dal seminato di uno stile troppo rassicurante a cui sembrano ormai affezionate certe opere italiane.
Il film di Bruckheimer si rifà in maniera men che marginale alle originali saghe arturiane, in una spericolata quanto inutile opera di ricostruzione storica, per portare sugli schermi una storia d'avventura modulata su un canovaccio poco più che ordinario.
Il grande regista spagnolo, in conferenza stampa coi cronisti romani, racconta il suo ultimo lavoro: una storia amara ed oscura di pedofilia, mistero e pericolosi triangoli d'amore.
Dopo il successo del primo "The Eye", arriva l'inevitabile sequel: un sequel che è in realtà più una variazione sul tema del primo film, e che, pur confermando la grande perizia tecnica dei fratelli Pang, soffre di uno script decisamente debole.
Se non si considera il plot, così esile ed ordinario, il film di Beatty vanta una splendida fotografia, affidata a Vittorio Storaro che riesce a ricreare con luci e colori ben definiti e brillanti le atmosfere da fumetto nel contesto del quale nasce il personaggio di Dick Tracy
Sebbene i circa novanta minuti di durata scorrano via senza che noi spettatori ce ne accorgiamo, il risultato finale è piuttosto prevedibile, e tutta questa comicità logorroica, infarcita per lo più di battute facili, a lungo andare finisce per stancare.
Tecnicamente un'opera ammirevole e molto raffinata, si avvale poi di una sceneggiatura solida che sfuggendo molte delle convenzioni del genere sentimentale si snoda placidamente tra una quasi totale assenza di colpi di scena.
Una riflessione sull'amore che dietro le sceni bollenti nasconde uno sguardo freddo, glaciale, senza voler fornire a tutti i costi soluzioni o spiegazioni, ma cercando di catturare i momenti decisivi dove ognuno dei partner si è messo a nudo senza difese.