Ultimi articoli sui film e cinema, con approfondimenti e speciali a cura della redazione
Cinema e fumetto condividono un destino comune: nascono entrambi come forme popolari di intrattenimento per poi nobilitarsi col tempo e trasformarsi, rispettivamente, nella "settima arte" e in una forma di produzione culturale elitaria mascherata da media di facile consumo.
Una pellicola interessante che offre un toccante spaccato di vita cilena, in cui la vera protagonista è la crisi politica registrata sullo sfondo e vissuta sull pelle dai giovani protagonisti.
Il film inanella una serie di situazioni trite e ritrite, così prive di un reale senso compiuto, da far rimpiangere anche la peggiore delle ghost-story.
Ciprì e Maresco si inseriscono nella recente ondata di rivalutazione di un certo cinema italiano, ma lo fanno a modo loro, con garbo e saggezza, senza avventurarsi in lodi ingiustificate, ma avvalendosi soprattutto di una buona dose di ironia.
Le conseguenze dell'amore conferma l'accoglienza positiva ottenuta a Cannes e si dimostra come uno dei film di casa nostra più interessanti degli ultimi tempi miscelando con buoni risultati sentimenti e mistero, sensualità e ironia.
Tre ragazzi a caccia di streghe. Una natura primitiva ed inquietante ritratta in presa diretta. Un'invisibile ronda infernale attende impietosamente in una strana casa...
Quando il congelamento temporale delle immagini della vita altrui diventa oggetto di follia voyeuristica e sintomo di miseria interiore, l'esito è scontato. Meno prevedibile è il risultato del film di Mark Romanek.
Come si addice ad un film epocale, le difficoltà sul set sono state innumerevoli. Il cast ha risposto con uno sforzo supremo, al limite del sacrificio rituale.
Il regista Paolo Sorrentino, in compagnia di gran parte del cast del film, ha raccontato l'esperienza della realizzazione di 'Le conseguenze dell'amore'.
Il personaggio di Garfield, doppiato dal noto presentatore televisivo Rosario Fiorello, sa destreggiarsi bene, rendendosi simpatico anche nei momenti in cui sfoggia il massimo della sua irritante cattiveria.
Il male imperversa nelle aberrazioni fisiche. Le debolezze degli eroi fiaccano il bene. Chi vincerà l'ultima battaglia?
L'ingenuità e l'artigianalità tipica dei B-movies sono impiegate da Arnold come testate d'angolo della struttura narrativa, con poche sbavature di fondo.
Il "realismo visionario" di Friedkin in questo caso privilegia uno stile secco, immediato, senza far sbalzare troppo le simbologie nascoste e puntando tutto sull'azione, quasi onirica per la frenesia in essa incorporata.
Jason Bourne è scaltro, spietato, di poche parole, è affetto da amnesia e questo lo redime. Giudica secondo una morale dettata dalla sua coscienza. E se ci sono dai conti da saldare, lui è il primo a mettere mano al portafogli.
Si respira un'aria viziata ed è presente per tutta la durata del film un'atmosfera claustrofobica: si combatte in spazi angusti e ci si prepara alla guerra in circoli altrettanto chiusi; sul campo di battaglia si trova riparo in luoghi impervi; inoltre l'insieme degli appartamenti delle famiglie dei soldati costituiscono già essi stessi un circolo chiuso.
"Molto spesso nella vita ho passato con delle persone dei momenti splendidi, tipo viaggiare o stare svegli tutta la notte a veder spuntare l'alba, e sapevo che erano speciali quei momenti. Ma c'era sempre qualcosa che non andava: volevo stare con qualcun altro. Sapevo che quello che provavo, le cose che erano importanti per me, loro non le capivami. Ma sono felice di stare con te. Non puoi capire come mai una notte come questa possa essere così importante nella mia vita, ma lo è" (Céline, Julie Delpy).
Rilassati e divertenti, Shyamalan e la fulva figlia di Ron Howard raccontano il film che uscirà nelle nostre sale ad Halloween.
Il terreno musicale ricalca pari pari quello del capostipite della serie, sia nei suoni che nei protagonisti coinvolti; sonorità oscure, vigorose, avvolgenti, colte prevalentemente dalla scena nu-metal e da quella elettronica, con alcuni casi di buona fusione tra le due.
"Io avrei una nuova teoria sul matrimonio. Due persone si innamorano, vivono insieme e poi all'improvviso, un giorno non hanno più niente da dirsi. Insomma, non riescono più a trovare un argomento valido di cui parlare, e sono presi dal panico. Poi un lampo di genio: al fidanzato viene in mente che c'è un modo per uscire da questo impasse... lui chiede alla sua amata di sposarlo. Da quel momento avranno qualcosa di cui parlare per il resto della loro vita" (Gareth, Simon Callow).
Almeno sulla carta il nuovo direttore aveva ideato una Mostra davvero sontuosa, con un programma ricco e variegato; una Mostra che, nonostante qualche incidente e le inevitabili difficoltà organizzative, ha chiuso con dignità.
Pur non raggiungendo i livelli di "scorrettezza" di Shrek, va detto che la trasposizione ittica di difetti e virtù umane non solo diverte e convince, ma pone anche qualche motivo di riflessione.
Diciamo subito il vero elemento cruciale relativo a questo film: si tratta dell'ultimo lungometraggio prodotto dalla Disney con tecniche d'animazione tradizionale. Tutto ciò che resta, relativamente a quest'ultimo prodotto del colosso americano, scivola velocemente e inevitabilmente nel dimenticatoio.
Il film di Mazzacurati delude, non perchè sia girato male (non c'è nessun difetto vistoso), ma perchè è di una piattezza e di una prolissità che oltrepassano più volte i livelli di guardia.
Marra gira in modo asciutto e rigoroso e sceglie senza compromessi la strada del neorealismo, a partire dagli attori, scelti dalla strada.
Raimi attualizza il tema del super-eroe capace di essere indebolito dal potere distruttivo dell'amore rifiutato, e confeziona un prodotto che, senza rinunciare a vette da cinema horror, potrebbe tranquillamente essere classificato tra i film d'autore.
Wenders continua a volare fra i tetti, viaggia con la camera accanto ai volti dei protagonisti e fa entrare prepotentemente in scena la colonna sonora. Ma soprattutto vuole aprire gli occhi agli americani, confusi e vittime di paranoie.
Nonostante i rischi della tematica scelta, Amelio è stato abile a guardare l'evolversi del rapporto intimo tra padre e figlio dall'esterno, quasi in punta di piedi.
Lady P e Parker non bastano a salvare un film che fallisce nell'attualizzare il soggetto, nel creare personaggi accattivanti, nel generare coinvolgimento emotivo, risultando un vuoto e noioso giocattolo senza vita.
L'irritazione deriva dall'assoluta autocompiacenza della regista, che si sofferma con gusto discutibile per interi minuti su particolari del tutto irrilevanti, inframezzandoli con inserti di camera a spalla e riprese panoramiche verso l'infinito.
Il classico film popolato da abili truffatori, nel quale ognuno non vuole e non può fidarsi dell'altro, dove l'apparenza inganna e tutti vogliono la loro parte.
Quello di Agresti è un film che nel suo piccolo si fa vedere, se non altro per la sua capacità di far innamorare dei personaggi e far partecipare ai loro problemi.
Se il tema dell'amore ossessionato e possessivo fino alla follia non è certamente originale, va detto che il rapporto assoluto preteso da Senta è rappresentato in un modo davvero mirabile, quasi con leggerezza, e il ritmo e la tensione della storia ne guadagnano in maniera evidente.
La provocazione insomma c'è, ma il veleno risulta diluito e Solondz non riesce a innescare la magica miscela di altri suoi lavori, pur evidenziando ancora una volta in modo originale i "mostri" della provincia americana e i destini degli adolescenti in balia delle derive degli adulti.
Mitchell ripropone il tema dell'ossessione d'amore, quella che non fa ragionare e porta alla follia, condita anche da una sorta di misticismo che la rende assolutamente senza ritorno.
Una serie di elementi che potevano, anzi dovevano combinarsi tra loro per dar vita ad un film convincente, riflessivo nella tematica affrontata ed incisivo nelle atmosfere cupe ad alta tensione: e invece ancora una volta ci siamo trovati di fronte ad una pellicola che si fa apprezzare a metà.
Nessuno scandalo pruriginoso, ma nemmeno nessun sussulto per una storia che dovrebbe tenere costantemente in tensione e invece finisce ben presto per annoiare.
Ultraviolenza, sangue che scorre a ettolitri, un po' di trash e di canzoni urlate a voce roca. E' il piatto servito da Miike, regista giapponese di culto, che lancia un personaggio, Izo, che dire vendicativo è poco.
Una parabola sulla società moderna incapace di accettare qualsiasi intrusione, perfino quella degli affetti di ritorno.
Rilassati, abbronzati, in vena di facezie: così i due divi americani hanno intrattenuti i cronisti in conferenza stampa per la presentazione di The Terminal.
I bellissimi disegni non sprecano nemmeno un millimetro dello schermo e nascondono le tematiche della vecchiaia, della forza di volontà e della continua lotta tra bene e male.
Alla fine resta soprattutto l'impressione di una commedia romantica e misteriosa fatta molto bene, ma alla quale è mancato qualcosa per riuscire a raggiungere il punto fin dove voleva scavare.
E' un processo interessante quello esaminato dalla Bird, ma la progressiva deriva verso la voglia di martirio appare a tratti un po' schematica, poco approfondita.
Se Cabrera è bravo nel tratteggio divertente di tutti i personaggi, incespica purtroppo sull'evoluzione dell'indagine, che risulta troppo caotica e farraginosa, frutto di uno script non perfettamente elaborato.
Marc Forster è riuscito a trovare un magico equilibrio, non debordando mai (se non per brevi tratti) nella lacrima facile.
Per non sbagliare, Radford non osa mai nulla, e anche per questo l'intera rappresentazione appare più teatrale che cinematografica, per diventare a tratti addirittura soporifera in una cadenza dei ritmi davvero poco riuscita.
Il ritratto toccante di un uomo simbolo della lotta costante per l'eutanasia.
Araki, usando spesso la macchina da presa in soggettiva, è riuscito a trovare uno stile leggero, poetico e a tratti perfino ironico, viaggiando tra fiaba e realtà pur non esitando a trattare di sesso e violenza.
Un action-movie che funziona dunque, e che trova perfino un finale dignitoso e non troppo accomodante, ma sul quale Scott doveva avere l'accortezza di usare una mano più leggera.
Se al tema non particolarmente avvincente aggiungiamo un finale musical-zuccheroso e uno stile noioso che per un'opera prima appare davvero troppo piatto e convenzionale più che rigido e asciutto, ecco che capiremo la selva di fischi che ha coperto la prima proiezione a Venezia.
Quella proposta dal regista è un'Atene sporca, fatiscente, quella dei sottoborghi e degli emarginati, una città senza colore ritratta senza pieta in ogni particolare dell'inquadratura.