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Lady P e Parker non bastano a salvare un film che fallisce nell'attualizzare il soggetto, nel creare personaggi accattivanti, nel generare coinvolgimento emotivo, risultando un vuoto e noioso giocattolo senza vita.
L'irritazione deriva dall'assoluta autocompiacenza della regista, che si sofferma con gusto discutibile per interi minuti su particolari del tutto irrilevanti, inframezzandoli con inserti di camera a spalla e riprese panoramiche verso l'infinito.
Il classico film popolato da abili truffatori, nel quale ognuno non vuole e non può fidarsi dell'altro, dove l'apparenza inganna e tutti vogliono la loro parte.
Quello di Agresti è un film che nel suo piccolo si fa vedere, se non altro per la sua capacità di far innamorare dei personaggi e far partecipare ai loro problemi.
Se il tema dell'amore ossessionato e possessivo fino alla follia non è certamente originale, va detto che il rapporto assoluto preteso da Senta è rappresentato in un modo davvero mirabile, quasi con leggerezza, e il ritmo e la tensione della storia ne guadagnano in maniera evidente.
La provocazione insomma c'è, ma il veleno risulta diluito e Solondz non riesce a innescare la magica miscela di altri suoi lavori, pur evidenziando ancora una volta in modo originale i "mostri" della provincia americana e i destini degli adolescenti in balia delle derive degli adulti.
Mitchell ripropone il tema dell'ossessione d'amore, quella che non fa ragionare e porta alla follia, condita anche da una sorta di misticismo che la rende assolutamente senza ritorno.
Una serie di elementi che potevano, anzi dovevano combinarsi tra loro per dar vita ad un film convincente, riflessivo nella tematica affrontata ed incisivo nelle atmosfere cupe ad alta tensione: e invece ancora una volta ci siamo trovati di fronte ad una pellicola che si fa apprezzare a metà.
Nessuno scandalo pruriginoso, ma nemmeno nessun sussulto per una storia che dovrebbe tenere costantemente in tensione e invece finisce ben presto per annoiare.
Ultraviolenza, sangue che scorre a ettolitri, un po' di trash e di canzoni urlate a voce roca. E' il piatto servito da Miike, regista giapponese di culto, che lancia un personaggio, Izo, che dire vendicativo è poco.
Una parabola sulla società moderna incapace di accettare qualsiasi intrusione, perfino quella degli affetti di ritorno.
Rilassati, abbronzati, in vena di facezie: così i due divi americani hanno intrattenuti i cronisti in conferenza stampa per la presentazione di The Terminal.
I bellissimi disegni non sprecano nemmeno un millimetro dello schermo e nascondono le tematiche della vecchiaia, della forza di volontà e della continua lotta tra bene e male.
Alla fine resta soprattutto l'impressione di una commedia romantica e misteriosa fatta molto bene, ma alla quale è mancato qualcosa per riuscire a raggiungere il punto fin dove voleva scavare.
E' un processo interessante quello esaminato dalla Bird, ma la progressiva deriva verso la voglia di martirio appare a tratti un po' schematica, poco approfondita.
Se Cabrera è bravo nel tratteggio divertente di tutti i personaggi, incespica purtroppo sull'evoluzione dell'indagine, che risulta troppo caotica e farraginosa, frutto di uno script non perfettamente elaborato.
Marc Forster è riuscito a trovare un magico equilibrio, non debordando mai (se non per brevi tratti) nella lacrima facile.
Per non sbagliare, Radford non osa mai nulla, e anche per questo l'intera rappresentazione appare più teatrale che cinematografica, per diventare a tratti addirittura soporifera in una cadenza dei ritmi davvero poco riuscita.
Il ritratto toccante di un uomo simbolo della lotta costante per l'eutanasia.
Araki, usando spesso la macchina da presa in soggettiva, è riuscito a trovare uno stile leggero, poetico e a tratti perfino ironico, viaggiando tra fiaba e realtà pur non esitando a trattare di sesso e violenza.
Un action-movie che funziona dunque, e che trova perfino un finale dignitoso e non troppo accomodante, ma sul quale Scott doveva avere l'accortezza di usare una mano più leggera.
Se al tema non particolarmente avvincente aggiungiamo un finale musical-zuccheroso e uno stile noioso che per un'opera prima appare davvero troppo piatto e convenzionale più che rigido e asciutto, ecco che capiremo la selva di fischi che ha coperto la prima proiezione a Venezia.
Quella proposta dal regista è un'Atene sporca, fatiscente, quella dei sottoborghi e degli emarginati, una città senza colore ritratta senza pieta in ogni particolare dell'inquadratura.
Il regista francese e la sua affascinante protagonista hanno risposto alle domande della stampa in occasione della presentazione al Lido della pellicola.
Lo script risulta eccessivamente verboso per riuscire a dipanare la storia, ma grazie alle interpretazioni, non mancano i momenti buoni e di una certa intensità...
Questa tragicommedia, nonostante sia come sempre ben girata e scenograficamente perfetta, resta soprattutto un film molto divertente e fiabesco, mentre la presunta satira appare fatta con fin troppo garbo.
Quest'anno più che mai ce n'è per tutti i gusti, per soddisfare pubblico maschile e femminile e per alimentare pettegolezzi e storielle, da sempre indispensabili pepe della kermesse e ciliegine su quella che è la vera torta veneziana, ovvero i prodotti cinematografici.
Il regista ci comunica che con la crescita si perdono tanti piccoli piaceri, ci s'incattivisce, costretti ad affrontare la temibile giungla delle occupazioni e delle responsabilità.
"Un festival libero. Un festival libero dai diktat delle mode, dalle necessità, dalle imposizioni, dalle esigenze che non siano le nostre, quelle del nostro pubblico, quelle di un programma interessante, vivo, appassionante, originale. E' questo il nostro festival di quest'anno." (Irene Bignardi, catalogo ufficiale di Locarno 2004)
L'Europa come tema principale, un cortometraggio come mezzo espressivo, cinque minuti come tempo massimo e budget fisso.
Il film di Beltrami si definisce attraverso questi pochi ed essenziali elementi, conditi da uno stile sprezzante, sarcastico, a tratti e per certi versi vicino a quello di Gilliam e dei Monthy Python.
Niente è lasciato al caso o all'improvvisazione. Tutto è in funzione di qualcosa e tutto ha valore solo nella misura in cui fornisce un'atmosfera atta a metaforizzare lo stato d'animo dei personaggi.
Scorsese fotografa questa crisi con una lucidità che ancora oggi lascia affascinati per quanto attuali possano essere alcune tematiche analizzate.
Dopo la Palma d'Oro, le polemiche, le accuse "preventive", e tutto il bailamme mediatico che ne è conseguito, il film di Moore approda sui nostri schermi. Si tratta di vero cinema? La risposta è affermativa: cinema importante, da vedere.
Il leitmotiv della pellicola è l'osservazione attraverso gli occhi di una famiglia palestinese costretta ad una drammatica convivenza tra nemici l'evoluzione di un conflitto socio-culturale finora mai scevro da tensioni violente.
Ennesima conferma di un momento di generale crisi creativa dell'industria cinematografica americana, il film funziona e diverte pur adagiandosi eccessivamente sulle gag.
Ispirato a un'opera teatrale, Killing Words è un ottimo thriller che fa uso di un dialogo schiacciante e ispirato, tenendo lo spettatore sulle spine, con alzate di tensione che provocano non poco fastidio.
Settantadue minuti riservati per lo più agli irriducibili appassionati dell'arte del pallone, in cui, però, viene lasciato anche molto spazio per riflettere sui problemi che affliggono i protagonisti e sulla capacità di trasformare qualsiasi cosa in facile business.
Martha Coolidge, condannata alla commedia televisiva costruita su sceneggiature ben poco inebrianti, tenta nuovamente la strada del grande schermo, realizzando un racconto fiabesco con morale inclusa.
Waters, complice anche lo script della Fey, si dimostra abile narratore ed inscena un godibile teen-movie, figlio del filone "rosa" lanciato da John Hughes negli anni Ottanta.
Inaspettato campione di incassi in patria, e film già molto chiacchierato per l'apparente enigmaticità della sua trama, questo film dimostra ancora una volta la grande vitalità del cinema horror coreano.
Pitof possiede una personale visionarietà, infarcita d'illuminazione fantasticamente colorata e scenografie fumettistiche, che non ci fa rimpiangere le atmosfere burtoniane, probabilmente perchè proveniente dal tecnicamente raffinato mondo degli spot pubblicitari.
Da premio Oscar è anche questa colonna sonora che offre buoni pretesti a tutti i maniaci del completismo discografico.
Il secondo film di Stivaletti, sin dal titolo, si dichiara come un omaggio a un certo modo di fare horror che ebbe la sua "punta" produttiva negli anni '60 e '70: nonostante i limiti di budget, il risultato è complessivamente soddisfacente.
Gli effetti speciali sono ottimi, ma l'eccessiva presenza, oltre a finire per annoiare, non fa altro che comunicare allo spettatore, a lungo andare, la loro artificiosità, e Diesel si riduce ad essere un'icona inespressiva di cui rimangono nella memoria soltanto i muscoli.
"Il film di domani mi appare più personale ancora di un romanzo, individuale e autobiografico come una confessione o come un diario. I giovani registi si esprimeranno in prima persona e ci racconteranno del loro primo amore o di uno più recente, una presa di coscienza dinanzi alla politica, un racconto di viaggio, una malattia, il loro servizio militare, il loro matrimonio...e cio piacerà per forza perchè sarà autentico e nuovo. Il film di domani sarà un atto d'amore" (François Truffaut)
Il bianco e nero consegna il girovagare rabbioso alla storia, scandita dal passare delle ore, nelle quali i tre sono pronti a tutto e mentre il loro odio evolve in tragedia.
Il film svolge il suo compito di commedia brillante ed estiva senza problemi, ricco com'è di spunti ironici e trovate divertenti.
Scialbo e convenzionale nella messa in scena, il film procede sostanzialmente per piccole e slegate trovate, più o meno divertenti, scritte a tavolino, per stuzzicare una godibilità tipicamente da b-movie.
Il mare e le sue profondità, gli squali, sono simboli delle ansie più antiche e radicate della natura umana, e Kentis sembra saperlo bene, mettendo in scena i pochissimi elementi a sua disposizione con grande equilibrio e ottima efficacia...