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Il regista francese e la sua affascinante protagonista hanno risposto alle domande della stampa in occasione della presentazione al Lido della pellicola.
Lo script risulta eccessivamente verboso per riuscire a dipanare la storia, ma grazie alle interpretazioni, non mancano i momenti buoni e di una certa intensità...
Questa tragicommedia, nonostante sia come sempre ben girata e scenograficamente perfetta, resta soprattutto un film molto divertente e fiabesco, mentre la presunta satira appare fatta con fin troppo garbo.
Quest'anno più che mai ce n'è per tutti i gusti, per soddisfare pubblico maschile e femminile e per alimentare pettegolezzi e storielle, da sempre indispensabili pepe della kermesse e ciliegine su quella che è la vera torta veneziana, ovvero i prodotti cinematografici.
Il regista ci comunica che con la crescita si perdono tanti piccoli piaceri, ci s'incattivisce, costretti ad affrontare la temibile giungla delle occupazioni e delle responsabilità.
"Un festival libero. Un festival libero dai diktat delle mode, dalle necessità, dalle imposizioni, dalle esigenze che non siano le nostre, quelle del nostro pubblico, quelle di un programma interessante, vivo, appassionante, originale. E' questo il nostro festival di quest'anno." (Irene Bignardi, catalogo ufficiale di Locarno 2004)
L'Europa come tema principale, un cortometraggio come mezzo espressivo, cinque minuti come tempo massimo e budget fisso.
Il film di Beltrami si definisce attraverso questi pochi ed essenziali elementi, conditi da uno stile sprezzante, sarcastico, a tratti e per certi versi vicino a quello di Gilliam e dei Monthy Python.
Niente è lasciato al caso o all'improvvisazione. Tutto è in funzione di qualcosa e tutto ha valore solo nella misura in cui fornisce un'atmosfera atta a metaforizzare lo stato d'animo dei personaggi.
Scorsese fotografa questa crisi con una lucidità che ancora oggi lascia affascinati per quanto attuali possano essere alcune tematiche analizzate.
Dopo la Palma d'Oro, le polemiche, le accuse "preventive", e tutto il bailamme mediatico che ne è conseguito, il film di Moore approda sui nostri schermi. Si tratta di vero cinema? La risposta è affermativa: cinema importante, da vedere.
Il leitmotiv della pellicola è l'osservazione attraverso gli occhi di una famiglia palestinese costretta ad una drammatica convivenza tra nemici l'evoluzione di un conflitto socio-culturale finora mai scevro da tensioni violente.
Ennesima conferma di un momento di generale crisi creativa dell'industria cinematografica americana, il film funziona e diverte pur adagiandosi eccessivamente sulle gag.
Ispirato a un'opera teatrale, Killing Words è un ottimo thriller che fa uso di un dialogo schiacciante e ispirato, tenendo lo spettatore sulle spine, con alzate di tensione che provocano non poco fastidio.
Settantadue minuti riservati per lo più agli irriducibili appassionati dell'arte del pallone, in cui, però, viene lasciato anche molto spazio per riflettere sui problemi che affliggono i protagonisti e sulla capacità di trasformare qualsiasi cosa in facile business.
Martha Coolidge, condannata alla commedia televisiva costruita su sceneggiature ben poco inebrianti, tenta nuovamente la strada del grande schermo, realizzando un racconto fiabesco con morale inclusa.
Waters, complice anche lo script della Fey, si dimostra abile narratore ed inscena un godibile teen-movie, figlio del filone "rosa" lanciato da John Hughes negli anni Ottanta.
Inaspettato campione di incassi in patria, e film già molto chiacchierato per l'apparente enigmaticità della sua trama, questo film dimostra ancora una volta la grande vitalità del cinema horror coreano.
Pitof possiede una personale visionarietà, infarcita d'illuminazione fantasticamente colorata e scenografie fumettistiche, che non ci fa rimpiangere le atmosfere burtoniane, probabilmente perchè proveniente dal tecnicamente raffinato mondo degli spot pubblicitari.
Da premio Oscar è anche questa colonna sonora che offre buoni pretesti a tutti i maniaci del completismo discografico.
Il secondo film di Stivaletti, sin dal titolo, si dichiara come un omaggio a un certo modo di fare horror che ebbe la sua "punta" produttiva negli anni '60 e '70: nonostante i limiti di budget, il risultato è complessivamente soddisfacente.
Gli effetti speciali sono ottimi, ma l'eccessiva presenza, oltre a finire per annoiare, non fa altro che comunicare allo spettatore, a lungo andare, la loro artificiosità, e Diesel si riduce ad essere un'icona inespressiva di cui rimangono nella memoria soltanto i muscoli.
"Il film di domani mi appare più personale ancora di un romanzo, individuale e autobiografico come una confessione o come un diario. I giovani registi si esprimeranno in prima persona e ci racconteranno del loro primo amore o di uno più recente, una presa di coscienza dinanzi alla politica, un racconto di viaggio, una malattia, il loro servizio militare, il loro matrimonio...e cio piacerà per forza perchè sarà autentico e nuovo. Il film di domani sarà un atto d'amore" (François Truffaut)
Il bianco e nero consegna il girovagare rabbioso alla storia, scandita dal passare delle ore, nelle quali i tre sono pronti a tutto e mentre il loro odio evolve in tragedia.
Il film svolge il suo compito di commedia brillante ed estiva senza problemi, ricco com'è di spunti ironici e trovate divertenti.
Scialbo e convenzionale nella messa in scena, il film procede sostanzialmente per piccole e slegate trovate, più o meno divertenti, scritte a tavolino, per stuzzicare una godibilità tipicamente da b-movie.
Il mare e le sue profondità, gli squali, sono simboli delle ansie più antiche e radicate della natura umana, e Kentis sembra saperlo bene, mettendo in scena i pochissimi elementi a sua disposizione con grande equilibrio e ottima efficacia...
"Il mio futuro di borghese è nel mio passato di borghese. Così per me l'ideologia è stata una vacanza, una villeggiatura" (Francesco Barilli, Fabrizio).
Tre metri sopra il cielo rappresenta una società francamente deprimente nei suoi monotoni cliché, nonché, ci auguriamo, molto lontana dalla realtà quotidiana.
Alle fine della visione viene voglia, piú che di rivedere il film, di riascoltare la colonna sonora; dopodiché, ci si procura il CD della soundtrack e, come sempre piú spesso accade, il "prodotto" acquistato si rivela ben diverso da quanto fosse lecito attendersi.
Ferland affronta abilmente questa vicenda di ballo e conflitti sentimentali, seguendo in parallelo anche storie familiari di fratelli e sorelle, e, grazie a risvolti interessanti ed inaspettati, ci regala un sequel-remake decisamente più riuscito del capostipite.
La seconda regia cinematografica di Kevin Bray va tranquillamente ad affiancare tutte quelle pellicole che, particolarmente in voga negli anni Ottanta, mettono in mostra il macho di turno.
Arriva nelle nostre sale un ennesimo horror statunitense che "chiude" virtualmente una stagione nella quale si è vissuto il grande rilancio del cinema dell'orrore che getta le sue radici nel profondo della provincia e della cultura americana (e non solo), dai lati oscuri della natura umana.
Dopo un'attesa più lunga del solito, l'ennesima edizione sottotono per quella che un tempo era tra le più importanti manifestazioni europee dedicate al cinema fantastico. Un coma irreversibile?
Un bel thriller, quello di Alex Infascelli, che offre uno spaccato forte e originale del mondo della televisione italiana: un mondo che, nell'economia del racconto, assurge a vero "mostro".
Una scelta vincente fu quella di prediligere gli spazi aperti, permettendo di gestire le splendide coreografie in maniera libera e fantasiosa - come la vita dei giovani hippie.
Mann crea e trasforma la materia filmica attraverso una ricerca rigorosa, densissima; fuori dai tempi e fuori dallo spazio. Alla ricerca dell'uomo.
Le arti marziali ritornano sullo schermo: una visione per gli amanti del cinema orientale da combattimento.
Il risultato finale, quindi, che ci lascia pensare ad un misto tra le commedie scollacciate primi anni Ottanta della Troma e altri slasher meno conosciuti, è un prodotto che rischia di deludere sia i fans del blood'n'gore che quelli della risata facile.
L'amore di una donna può essere talmente forte da far impazzire persino una regina. Un messaggio indubbiamente accattivante, quello lanciato dal film di Vincent Aranda, che narra la tormentata vicenda di Giovanna di Castiglia, costretta a sposarsi giovanissima con il celeberrimo re francese Filippo I d'Asburgo.
La stagione appena trascorsa nella lettura della redazione di Movieplayer.it: attraverso le nostre preferenze e le cifre al botteghino, scopriamo insieme quali sono stati i film più visti, le pellicole da non perdere e quelle che vorremmo dimenticare.
Un action-movie catastrofico che cerca di mascherare la mancanza di innovazione, nell'ammiccamento e nella citazione continua ai numerosi e celebri precedenti.
L'atteso Starsky & Hutch, divertente pellicola sull'omonima, celebre serie televisa degli anni 70' è stata presentata a Roma in una conferenza stampa in presenza del cordiale e stravagante Owen Wilson (nel film nella parte di Hutch). In attesa di vederlo sui nostri schermi dal 27 agosto, ecco un estratto dell'incontro con la stampa.
Una colonna sonora che non resterà memorabile, nonostante alcune partecipazioni importanti e di tutto rispetto quali una Joni Mitchell targata 1968, dei Beach Boys minori ed un Otis Redding che favorisce la propria versione del super classico White Christmas.
"Credi davvero nel delitto perfetto?" "Certo, ma nei libri. Penso che saprei idearne uno meglio di chiunque altro ma dubito che riuscirei a portarlo a termine. Nei romanzi le cose vanno come l'autore vuole che vadano ma nella vita no, mai. Il mio delitto sarebbe come il mio bridge. Farei qualche stupido errore e me ne accorgerei quando mi sentissi guardato da tutti." (Il non ancora assassino Ray Milland/Tony Wendice e lo scrittore di gialli Robert Cummings/Mark Halliday)
Sarete trascinati in un caotico delirio a ritmo di musica techno-metal, privo di capo e di coda, che non vi farà desiderare altro se non uscire dalla sala. Non certo per il terrore.
Vinterberg indossa panni wendersiani nel raccontare l'amore fra due persone, ineluttabile viaggio verso l'epilogo della vita e del pianeta.
Un teen-movie piatto, noioso, privo di spunti e permeato da un insopportabile buonismo: un prodotto pensato a tavolino per il pubblico di MTV, che probabilmente (purtroppo) gradirà.
L'ennesima (e inutile) rivisitazione del mito della Mummia, realizzata con tanta sciatteria e pochezza di idee tali da rasentare in più di un'occasione il ridicolo involontario.
Se il pessimismo estremo di Haneke è quindi chiarissimo, meno limpido è invece il modo in cui il regista arriva al nocciolo della riflessione.