Ultimi articoli sui film e cinema, con approfondimenti e speciali a cura della redazione
Una commedia bizzarra ed ottimista che, attraverso la disarmante semplicità dei suoi protagonisti, racconta la durezza di un'umanità alla deriva, abbandonata nella sua emarginata condizione, che sopravvive senza lavoro ed assistenza.
Una drammatica storia sull'intreccio di destini ed identità tra due uomini così diversi da esser complementari. Tagliato sul talento dei protagonisti, il film ci regala due intensi ritratti di esistenze deluse, di anime in solitudine.
Un'escursione dentro la bottiglia che evita il moralismo facile: un dramma sociale in tutta la sua crudezza che Wilder racconta, come al solito, in maniera magistrale.
Pontormo ha una regia d'attesa, sguardo mai partecipe, se non per i primi piani dei personaggi che oscurano gli ambienti e i luoghi rinascimentali, e per le carrellate sugli affreschi, protagonisti allo stesso modo degli attori.
"Gli anni spezzati è la storia di due ragazzi sulla strada dell'avventura, che attraversano i continenti e gli oceani, scalano le piramidi e passano atttraverso i deserti dell'Egitto fino al loro appuntamento con il destino a Gallipoli" (Peter Weir, Cineforum, n.215, 1982).
Nuova versione di un classico del cinema horror ambientata ai giorni nostri e che riesce a coniugare magistralmente le atmosfere del gotico classico con quelle della società moderna.
Se in altri film l'equilibrio tra estetica ed intrattenimento era perfetto, in questo film viene meno a causa di un'evidente mancanza di convinzione nel progetto da parte del regista, e il risultato è un sexy-thriller alla moda che non annoia e si lascia guardare, ma non è certamente tra i migliori di Mario Bava.
Il film racconta la difficile ed indigesta storia di una ragazza che rinuncia a se stessa, preferendo vivere da testimone silenziosa di una vita che le scorre davanti come un film di cui non è mai protagonista.
Un incontro breve, quello che ha seguito la proiezione stampa di "Signora", in cui il regista Francesco Laudadio ha cercato di spiegare ai giornalisti presenti la scelta di adottare un tono grottesco per la sua pellicola.
Un film dotato di un fascino indescrivibile, immortale come il tema che sviluppa, quello della ricerca della libertà e della felicità, pena la necessità di infrangere la natura delle cose e di superarla.
Sulla scia di Minority Report, Winterbottom ci regala un film, probabilmente troppo formale, ma sicuramente affascinante.
Eccezionale incrocio tra horror, road movie e western, Il buio si avvicina catapulta lo spettatore in un mondo cinematografico tutto nuovo, costruito con un ritmo vertiginoso ed una grande maestria nei movimenti di macchina che già preannunciano i picchi adrenalici di Point Break.
La pellicola si contraddistingue per una notevole eleganza nella regia, che alterna piani fissi a sapienti movimenti di macchina atti a costruire il regime di suspence che avvolge lo spettatore fin dal lento ingresso nel castello del vampiro.
Quello a cui assistiamo è un vero e proprio western ambientato nel deserto del New Mexico e nei villaggi-fantasma disseminati ai confini di esso.
Il binomio cinema-vampiri ha origini antichissime: dal primo Nosferatu di Murnau del 1922 al recente Van Helsing di Sommers, pare proprio che i signori delle tenebre abbiano trovato nel grande schermo una dimora talmente confortevole da non volerla più abbandonare.
Nonostante si sviluppi molto più lentamente rispetto ai canoni narrativi cinematografici moderni, il film è indubbiamente un'opera affascinante e non priva di un certo magnetismo, di atmosfere sinistre ed oniriche.
Alla fine Intervista con il vampiro, anche se intelligente e poeticamente doloroso, risulta essere tutt'altro che perfetto: a momenti folgoranti per ricchezza di invenzioni narrative e figurative si alternano pause in cui pesa la monotonia dell'estenuante esistenza dei vampiri.
Nonostante il naturale tradimento del testo, se Troy può vantare un certo valore questo va ricercato nei versi scritti da Omero quasi tremila anni fa. Le sue riflessioni sull'ambivalenza della guerra, sulla tragicità della storia umana, sulla passione e sulla memoria, resistono all'annacquamento imposto dalla produzione.
Probabilmente sottovalutato dalla critica per la convenzionalità dell'indagine sull'alterità tra culture, Witness evidenzia il parallelismo che avvicina Rachel e John, e sul quale Weir costruisce questo thriller anomalo ed interiore.
Il film è una continua citazione/celebrazione del genere Blaxploitation, compreso il soundtrack interamente composto da gioiellini di black music di gustosa fattura.
Il tema trattato poteva essere interessante, tuttavia i due registi riescono a rendere grottesca ogni situazione, trattandola in modo superficiale e a tratti al limite del ridicolo.
Il film di Walter Salles è una sorta di atipico road-movie, dove il viaggio non simboleggia la fuga dalla realtà o dal quotidiano, ma funge da formazione di una coscienza politica e civile.
Di non facile visione e di non immediato impatto, Arca Russa è un piccolo gioiello, raffinato e luminoso, che lascerà un segno.
Nell'affollata sala stampa del Far East Film Festival, un nutrito numero di giornalisti e curiosi ha accolto due delle personalità più attese della manifestazione, ovvero Johnny To e Wai Ka-Fai.
Più che sulla presenza ossessiva del protagonista, La stanza del figlio si basa sull'assenza del figlio, ciò che è esterno alla rappresentazione in questo caso occupa appieno lo schermo.
Rispetto a Stoker, Coppola preferisce dare più rilevanza alla storia d'amore tra il conte Vlad e Mina, e confeziona un sensuale melodramma narrato con toni da favola dark.
La vera storia del Mostro di Rostov, un incubo durato oltre dieci anni, iniziò con il ritrovamento del cadavere di una bambina di nove anni, la vigilia di Natale del 1978, nel fiume Grushovka, in Russia...
Mike Myers, Cameron Diaz, Eddie Murphy, Julie Andrews e Antonio Banderas raccontano il set virtuale di Shrek 2.
Un estratto delle dichiarazioni del cast e del regista Wolfgang Petersen sul kolossal proiettato durante il Festival.
La conferenza stampa seguita alla presentazione dell'interessante film dei fratelli Frazzi ha coinvolto i registi e parte del cast tecnico, spaziando anche sulle problematiche che la pellicola mette in scena.
Un'ottima sceneggiatura e due eccellenti interpretazioni fanno di questo Mi chiamano Radio una piccola sorpresa positiva.
Una commediola leggera e senza pretese che sfrutta lo sguardo languido e la fisicità buffa dell'attrice resa celebre dalla bizzarra interpretazione di Amélie Poulain.
Un documentario sulla musica del Brasile, sulla sua gente e sulle loro esistenze. Dichiarazione d'amore di un regista che ha deciso di andare a vivere nel paese "do Alegria".
Ligabue con Radiofreccia intende farci respirare l'atmosfera e le sensazioni di quegli anni, quando anche un gruppo di amici con pochi soldi poteva accendere una frequenza e diffondere le proprie idee ed i propri dischi preferiti.
Nonostante il successo, il disco svincolato dalla pellicola sta in piedi a fatica, se volete davvero delle buone raccolte in grado di farvi respirare l'atmosfera di quegli anni non potete fermarvi qui ma dovrete integrarlo con altri.
Una delle opere più importanti di Godard, da molti considerato il manifesto della Nouvelle Vague.
Il film è curiosamente affine per situazioni, confezione e strutturazione all'horror americano più che a quello orientale, le cui peculiarità più pregnanti sono al massimo citate o inserite nel plot sotto forma di suggestione visiva, o di vocabolario interiorizzato.
Un film "di denuncia" che adotta una stuttura narrativa insolita per il cinema italiano, mutuata da modelli d'oltreoceano: non tutto funziona alla perfezione nella sceneggiatura, ma il tentativo è comunque da premiare.
In tempi come questi, dove l'esagerazione e la plasticosità dei prodotti sembra essere diventata la regola, Autoreverse è una boccata d'aria fresca, un piccolo, semplice film da non perdere.
La volontà del regista è oltremodo chiara: ritrarre in modo allegorico e provocatorio gli amorali ed ipocriti codici di condotta delle elites aristocratiche, capaci di celare dietro una falsa spontaneità e naturalezza la reale mostruosità del proprio essere.
'Country of My Skull', presentato a Berlino e rititolato dalla Lucky Red per l'Italia 'In My Country', è uno dei pochissimi film sull'apartheid dopo la fine del regime nel 1994, con l'elezione del nuovo presidente Nelson Mandela.
'Un viaggio chiamato amore' è la storia di un impazzito e irrefrenabile ciclone d'amore, che travolge nel suo furore due vite già di per sé travagliate, due personaggi i cui nomi oggi spiccano nel panorama della letteratura italiana.
Terminata la visione di questo "Signora", la prima cosa che ci si chiede è cosa possa aver spinto un regista comunque esperto come Francesco Laudadio a girare una pellicola così sciatta, ridicola, imbarazzante ai limiti del trash involontario.
Non è mai carino scrivere male di un lavoro che è frutto dell'impegno di un variabile numero di persone ma trovare qualcosa di apprezzabile nel film di Duccio Forzano è un'ardua impresa.
Quello che più turba veramente di questo Twentynine Palms è l'idea che sottende, per la quale la presunta presa d'atto della crisi di rappresentazione del cinema debba risolversi nel minimalismo, nella provocazione, nella non interpretazione, in dialoghi privi di senso e di interesse e nel volutamente dilettantistico uso della presa diretta.
Bocchi, che ha vissuto in prima persona il conflitto jugoslavo, si impegna a trasferire in una fiction le esperienze dei suoi documentari mantenendo una visione mai schierata, per lasciare allo spettatore il diritto di dare un giudizio su ciò che vede.
Quentin Tarantino in persona indossa le cuffie e seleziona una manciata di belle old songs che rifioriscono grazie all'inserimento nel contesto cinematografico.
Il regista Sommers delude nel tentativo di coniugare in una sola pellicola i famigerati mostri della Universal Pictures.
Marcelo Piñeyro confeziona un film emozionante e sincero, e soprattutto non convenzionale, sulle tragedie dell'Argentina post-golpe.
L'annuale "vetrina" sul cinema del sud-est asiatico con sede a Udine ha visto quest'anno la sua sesta edizione: un'edizione caratterizzata da una leggera flessione qualitativa rispetto agli ultimi anni, unita però a una maggiore differenziazione nelle proposte.