Recensione Crocevia della morte (1990)

L'intreccio gira come un orologio, tanto che la critica ha definito il film "se non il migliore dei due fratelli, sicuramente il più armonioso e compatto".

La rivincita dell'hard boiled

1929, siamo nell'America del proibizionismo e della crisi economica, in una città dell'Est. Le strade sono infestate da numerose bande di gangster, come al solito, a farla da padroni, sono i clan più agguerriti ed organizzati: irlandesi, italiani ed ebrei. La scintilla che fa scoccare il conflitto è però una donna, l'affascinante Verna (Marcia Gay Harden), causa dello scontro tra un potente e corrotto pezzo da novanta irlandese, il boss Leo O'Bannion (Albert Finney) ed il suo fidato amico e consigliere Tom (Gabriel Byrne), mentre è in corso una lotta acerrima con un boss della malavita italo-americana, Johnny Caspar, nemico giurato di Leo. La rottura conduce Tom al fianco di Johnny Caspar, ma l'apparente tradimento si rivelerà in realtà un piano per distruggere la gang nemica di Leo, salvando così il vecchio boss dal definitivo crollo in un estremo gesto di lealtà.

Il "crocevia di Miller" (il Miller's Crossing del titolo originale) è il luogo, nel cuore di un bosco, dove vengono uccisi i "condannati", spazio rituale dove si consumano, in un crescendo di violenza, sanguinose vendette e regolamenti di conti. Il film di Joel Coen e Ethan Coen attinge a piene mani alla tradizione più classica del gangster movie, a partire dalla trilogia coppoliana de Il padrino passando per l'hard boiled di Dashiell Hammett, senza lesinare in citazioni ed omaggi, anticipando così quelle atmosfere cupe e sanguinolente che ritroveremo qualche anno dopo in Fargo, ma, come spesso capita nei film dei terribili fratellini del Minnesota, talvolta la violenza e la tragedia lasciano il posto ad un umorismo cinico e grottesco. Gli stereotipi tipici del noir presenti all'interno del film sono clamorosi, ma vengono usati con precisione stilistica ineccepibile, e l'intreccio gira come un orologio, tanto che la critica ha definito il film "se non il migliore dei due fratelli, sicuramente il più armonioso e compatto".
Ancora una volta all'interno della produzione coeniana il piano della narrazione pende molto di più dalla parte del simbolismo evocativo che da quella del realismo, basti pensare ad alcune delle scene chiave del film: il sogno (appunto) di Tom, la scena dell'esecuzione di John Turturro, e l'assalto alla casa di Leo O'Bannion nel cuore della notte, con il fumo che si alza dal pavimento, il montaggio rapidissimo, il furore dell'aggressione, la violenza iperrealista.

Un piccolo capolavoro, dunque, snobbato dal pubblico all'uscita nelle sale nonostante le interpretazioni perfette di protagonisti e comprimari impegnati nell'ingrato compito di calarsi all'interno di un mondo dove non esistono né buoni né cattivi, dove tutto è opaco e confuso, compresi i ruoli dei singoli personaggi. A brillare su tutto il cast vi è la stella del grande Albert Finney, con a fianco un incredibile John Turturro nella parte di Bernie, fratello che Verna cerca di proteggere a tutti i costi, e un Gabriel Byrne impassibilmente distaccato e solitario; da notare gli eccellenti camei del regista di culto Sam Raimi, abbattuto a colpi di mitra in uno scontro a fuoco, e di Frances McDormand, straordinaria attrice nonché moglie di Joel Coen, in quelli di una segretaria. Perfetta anche la confezione stilistica: oltre alla regia raffinata ed evocativa da notare la splendida fotografia di Barry Sonnenfeld, futuro regista, e le musiche irlandesi di Carter Burwell che concorrono alla realizzazione di un'opera di alta coerenza stilistica dove il calore del dramma viene sacrificato alla perfezione della forma.

Movieplayer.it

4.0/5