Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Giocando unicamente sugli interni e su dialoghi molto ricchi, Bergman contrappone due tipi diversi di silenzi, quello di Dio (come sempre fonte di sfiducia e di dubbio) e quello dell'uomo (fonte di incomprensione e rottura), utilizzando uno stile meno simbolico del solito ma più ricco esteticamente.
Presunto film di formazione che vorrebbe narrare di un momento fondamentale nella vita di un ragazzo ebreo e invece racconta solo i soliti luoghi comuni sui difficili rapporti paterni e sul confronto tra visioni di mondo differenti.
Poliziotto senza paura non si può forse definire un poliziottesco classico, ma è senza dubbio un ottimo lavoro e la vena ironica che scorre lungo la durata del film è una piacevole sorpresa.
La pellicola che ha consacrato il mito Clint Eastwood anche nel campo registico, è quella che, più di altre, ha favorito la rinascita del western come genere classico. Decretandone al contempo la fine per scadenza naturale dei termini.
Maial Zombie è un film che ha solo funzione di intrattenimento fine a se stesso, un film demenziale e irriverente sia nei confronti del genere horror che in quello delle commedie studentesche.
Scene divertenti sì, ma basate soprattutto su i soliti stereotipi e cliché gay, sfortunatamente fin troppo reiterati in film e commedie di questo genere, alla ricerca di una facile risata forse più scontata che originale.
Con ampio ritardo rispetto agli Stati Uniti arriva sui nostri schermi uno dei campioni d'incassi della stagione cinematografica USA, Blades of glory, commedia demenziale ambientata nel mondo del pattinaggio artistico.
Un film collettivo di giovani registi sull'Italia e sugli italiani. Sette episodi raccontano il vuoto che caratterizza i nostri tempi, afflitti dai reality show tra una crisi e la successiva.
Rapida come un videoclip, la pellicola è un turbinare di sequenze montate a velocità vertiginosa, tra rocamboleschi inseguimenti in auto e sparatorie in stile Hong Kong movie.
Lo sguardo meccanico di Ciprì è pietrificato; le parole di Maresco, invece, mobili e fastidiose come zanzare infaticabili amiche di borgata su un bianco e nero contemporaneo e un colore glorificazione di un passato celebre da celebrare.
Un mescolio di diversi generi e impronte autoriali, non perfettamente amalgamati fra loro, ma che comunque compongono un quadro armonico e ben strutturato.
Un film con cui Jet Li ambisce a realizzare l'opera definitiva sulle arti marziali cinesi: un progetto ambizioso che si traduce in una pellicola intensa e importante.
Linklater riesce a dimostrarsi autore soprattutto nell'imperfezione e dirige un lavoro a basso budget, sincero e sporco, dove il bianco innaturale dell'interno della fabbrica si contrappone al rosso del sangue dei buoi macellati.
Attorno a un doppio filo conduttore, uno più superficiale, l'altro più interiore, il film si sviluppa con una discreta dose di ritmo, trovando i suoi momenti migliori nella parte centrale in cui suspense e azione lavorano bene.
Cucurnia si muove con discreta disinvoltura negli spazi tipici della metropoli, ma la sensazione è più quella di un compito svolto in maniera appena dignitosa che di una regia particolarmente ispirata.
Un film piatto e faticoso, che non sfrutta appieno tutte le proprie potenzialità.
Un percorso di crescita dai tratti pericolosi ed inquietanti, raccontato in un film scritto male e girato peggio.
Il film di Betty Thomas è stucchevole, irreale e falso, ma terribilmente patinato al punto da potersi permettere tutto.
Dal regista de 'Il tagliaerbe' un thriller che ha la pretesa di mettere insieme le atmosfere malsane di Seven e Hostel, ma con risultati mediocri.
Scott Frank, sceneggiatore di grande talento, debutta con successo come regista, raccontando con i canoni di un film d'azione un dramma psicologico, riuscendo ad appassionare e divertire.
Questo quinto episodio delle avventure del maghetto Potter funziona decisamente meglio del precedente: i difetti non mancano, ma la cupezza e l'epicità della vicenda sono rese con sufficiente forza cinematografica.
'Primeval' riesce a prendere il peggio di tutti i suoi predecessori, illustri o meno che siano, ed è quindi un film di cui non si sentiva l'esigenza, anche solo a volerlo considerare come mero passatempo estivo.
Realizzato sotto forma di documentario, nasce dall'improvvisazione di troup e cast, fortemente voluta dalla Isitt, che riesce a trasmettere una naturalezza indiscutibile.
Spietato come poche volte si è visto, il film spara a zero sul bigottismo e la mentalità combattiva della provincia del nord Italia, con particolare enfasi sulla tradizione e il retaggio di un paese nel quale ancora si parla l'occitano.
Stepping vuole tradurre per il pubblico bianco una manifestazione culturale moderna come il ballo di strada e lo fa nella maniera più semplice e banale possibile.
L'esordio in terra statunitense dei fratelli Pang si traduce in un film di sconcertante pochezza: una sceneggiatura incredibilmente esile si somma a una messa in scena scolastica e incapace di suscitare vera paura.
Annunciato come anello di rottura negli schemi obsoleti dei film di guerra, anche in questo caso il film di Tony Bill disattende le aspettative, ripercorrendo le tappe classiche di queste pellicole.
Le somiglianze con il film di Spielberg sono diverse, ma Castellari gioca con lo spettatore inserendo elementi nuovi in grado di far passare in secondo piano alcuni dialoghi francamente ingenui.
I momenti divertenti non mancano, ma questo film non riesce a sollevarsi da quel terreno su cui giace pesantemente e porta con sé una serie di ingenuità che, di certo, non giovano al risultato finale.
Una incredibile potenza visiva e sonora e un cast eccelso ma anche una struttura narrativa trita e ritrita per il film presentato in anteprima a Taormina.
Esce il secondo capitolo della trilogia Goal, produzione inglese incentrata sul mondo del calcio vissuto ai massimi livelli. Product placement, storia fragile e molto David Beckham per un film che conferma la difficoltà di filmare il calcio.
Programmatico (nonché sciocco) nella messa in scena e nell'incedere narrativo, Hostel 2 è più che didascalico nella rappresentazione dei simboli e dei temi che ambisce a trattare. Con l'aggravante che il trattato è assai ovvio.
La Puenzo sceglie toni da thriller emozionale per raccontare il diverso universo di Alex e l'ansia di una famiglia impantanata in un problema gonfiato dalla paura del giudizio altrui.
Come era facile aspettarsi, tutto è diventato più adulto, non solo le quattro tartarughe, e, nonostante non manchino abbondanti strizzatine d'occhio al pubblico dei più piccoli, il film sembra voler stuzzicare i fan di vecchia data.
Curioso mix di generi per una commedia mai realmente buffa né capace di commuovere, con personaggi che ondeggiano fra stanze da letto e saloni opulenti in abiti mai al di sotto del migliaio di euro, sospesi fra l'avidità e il vero amore.
La trama riprende personaggi e situazioni classiche di molti racconti gotici ottocenteschi, ma Ferroni sposta la storia negli anni settanta, esperimento riuscito e non a caso realizzato in contemporanea a nuovi film Hammer ambientati in età moderna.
Una storia vera raccontata da Stefano Incerti con viscerale passione e profondo coinvolgimento emotivo, attraverso il cuore e la mente turbati di un ragazzo fragile che ha pagato il prezzo dell'anticonformismo con la pazzia e la morte.
Il trattare con approssimazione i dettagli biografici non è il maggior difetto di una sceneggiatura nebulosa, prevedibile e infarcita di ampollose banalità nei dialoghi, cui si accompagna una regia maldestra che appesantisce la narrazione di sterili orpelli e di espedienti goffi e scriteriati.
L'Italia non deve aver poi fatto così bene al regista polacco se, imbambolato dalla bellezza accecante di una Sicilia perennemente baciata dal sole, finisce col perdere presto le redini di un racconto che arriva claudicante al finale senza aver praticamente detto nulla.
Il ritorno dei fantastici 4 è un film semplicistico e banalotto, che non rende merito ad una saga a fumetti dai molti spunti interessanti, seppur rivolta ad un target popolare.
Anziché mostrare, il regista suggerisce e crea stati d'animo, spingendo sul dramma psicologico dei personaggi, scaraventati in un incubo ad occhi aperti che ne disseminerà di vittime il percorso.
Hanson racconta in modo vivace ed estremamente accurato il mondo del poker, i suoi giocatori sfrontati, le puntate altissime, il rischio e la furbizia, il calcolo geniale delle probabilità e la giostra di sguardi e interpretazione delle espressioni.
Quello che Argento sembra dimenticare è che il pubblico (specie nell'horror o nel thriller) deve in qualche modo affezionarsi, se non identificarsi, con un personaggio, lezione riscontrabile nel cinema di genere che il regista ha contribuito a creare.
La regista ci indirizza lo sguardo nelle parentesi di una Milano da inghiottire, una città statica abitata da ombre: donne sole, in perenne attesa dietro le finestre chiuse delle proprie case, malinconicamente vuote di respiri che non siano il proprio.
La visione irriverente del film è un lungo sberleffo ai superficiali, esteso poi a volo d'uccello ad una società che agisce senza comprendere realmente l'essenza della sue azioni.
David Ayer esordisce alla regia con un un film personale e vagamente autobiografico dimostrando, però, evidenti limiti dietro la macchina da presa. Ci pensa Bale con la sua impressionante interpretazione a salvare il film.
Non sono più soldi e gioielli a muovere le azioni di Ocean e compagni, ma il desiderio di vendicare l'ingiustizia subita da un amico; tuttavia il meccanismo, oliatissimo, è sostanzialmente lo stesso dei due precedenti episodi.
'I Robinson' è un prodotto di buon livello nel suo campo, sicuramente più appetibile di altri lavori recenti che portavano il marchio del colosso americano dell'animazione e che ci lascia la speranza di vedere presto nuovi capolavori firmati Disney.
Un horror scritto in maniera diligente in cui la figura del vampiro classico emerge con i suoi tratti principali: la bara, lo scantinato al riparo dalla luce del sole, l'aiutante che tanto ricorda i maggiordomi dei film Hammer e una certa galanteria.
Un film d'impegno civile che commemora un personaggio fondamentale per l'Italia, un uomo che rappresenta l'orgoglio, la forza e la coerenza di tutti coloro che hanno vissuto il dramma del terrorismo brigatista, tema purtroppo dolorosamente attuale.