Ultimi articoli sui film e cinema, con approfondimenti e speciali a cura della redazione
Il genio assoluto della commedia, Peter Sellers, rivive al cinema in una produzione associata tra le emittenti televisive HBO e BBC. Sarebbe stato meglio però se non l'avesse fatto.
Vignetta per vignetta, Michel Vaillant sfreccia, sterza, ingrana la marcia da quando Jean Graton, quarantasette anni fa, l'ha disegnato su di una monoposto e gli dato il volante in mano.
La compilation pesca furbescamente verso più direzioni: dai Sixties alle star dell'ultim'ora, dalla nuova scena alt rock alle all??"time stars.
Il lungometraggio manca totalmente di coinvolgimento e, sebbene i toni cupi della fotografia di Nicola Pecorini siano funzionali alla vicenda narrata, il risultato finale, oltre a riservare momenti involontariamente ridicoli, è prevedibile e scontato.
Un film sui libri, sull'amicizia e sull'amore. Il piacere di leggere e di raccontare. Raccontare storie di realtà lontane agli occhi di chi si ama, e che si tramutano in favole, così come le leggende dell'antica Cina hanno per noi un magico fascino.
Dice Baz Luhrmann a proposito del suo film: "Moulin Rouge è fondamentalmente un musical, forse un'opera, di certo una storia raccontata attraverso canzoni".
Dai primi agli ultimi solchi è un susseguirsi di personaggi che fanno della chitarra -quasi sempre heavy e sapientemente distorta - il proprio credo.
Horror mainstream, scritto per spaventare nei modi più tradizionali lontano anni luce dall'originale e molto spesso geniale approccio di Miike al cinema, The Call è comunque un prodotto di buona fattura.
Tutte queste provocazioni pseudo-porno ci appaiono esclusivamente come esempi di cattivissimo gusto di cinema puramente trash, che, con quel poco sesso abbondantemente mostrato, infarcito di messaggi e metafore, non va a soddisfare nè i fan dell'hard, né il semplice voyeur.
Il regista Frank Oz si allontana dall'atmosfera thriller fantascientifica dell'opera del 1975, ma preferisce confezionare una commedia estremamente banale nella struttura e vuota nei contenuti, ma costellata di gag a tratti irresistibili.
L'odissea del vecchio e stanco Hidetora Ichimonji, verso il nulla.
Il film vive sulle libere associazioni dei sensi, e se le immagini ricostruiscono quadri quasi tattili, la musica classica e le parole dei libri sono il driver dei pensieri del protagonista, che lo accompagnano a ritroso nel tempo.
L'elemento più caratterizzante è quello di aver sfruttato la scarsa espressività di Tom Jane e l'istrionica interpretazione di John Travolta così come ??" fatte le più che debite proporzioni ??" Sergio Leone aveva sfruttato personaggi come Clint Eastwood e Gian Maria Volontè.
"Vivir con miedo es como vivir a medias: vivere nella paura è come vivere a metà" (Fran, Tara Morice)
Un film ingenuo e innocuo che rievoca il buonismo e la morale, strumento di insegnamento senza tempo.
Un Bignami di quanto di meglio (e di peggio) abbia regalato il cinema horror sopra citato ai suoi appassionati, a tratti riuscito e convincente ma spesso anche confuso e fin troppo ammiccante ed esagerato.
A salvare il film non bastano un paio di momenti di discreta regia e alcuni curiosi e suggestivi inserti animati: troppo poco per rendere una storia d'amore originale e cinematograficamente emozionante.
Tanta azione, zero originalità: questo Timeline resta lontano dal livello dei migliori film di Richard Donner.
"Come si può essere così felici senza aver azzerato una carta di credito? " (Elle Woods, Reese Whiterspoon).
"Il regalo più bello è la solidarietà, il calore umano, l'affetto. Credo che la gioia sia proprio questa" (Dal diario di Agnese, Harriet Andersson).
Ennesimo capitolo della serie Venerdì 13 proposto in un film che, per quanto non eccelso, si fa vedere per alcune trovate della sceneggiatura piuttosto interessanti. Sicuramente godibile per i fans del genere.
Adattamento dell'omonimo romanzo, il film è la storia estrema del morboso rapporto tra madre e figlio che si perdono nella squallida notte di un'isola delle Canarie.
Coralità e ricerca dell'amore e dell'accettazione sono i temi perseguiti abilmente da Intermission, gradedevole black comedy inglese dal ricercato equilibrio narrativo, diretta dall'esordiente John Crowley, regista proveniente dal teatro, come lo sceneggiatore Mark O' Rowe.
Un thriller-horror convenzionale, piatto, sostanzialmente senza idee: un inizio tutt'altro che esaltante per la puntuale "invasione" horror estiva nelle sale della penisola.
Uzak è un bellissimo film del cinema contemporaneo che con esso ha poco da spartire. È una storia semplice su due persone cresciute nei propri involucri e divenute incapaci di relazionarsi con gli altri.
Il viaggio di Ulisse, idealmente un percorso unico verso un'ipotetica meta, è diviso in singoli quadri con una vita propria, non necessariamente concatenati l'uno con l'altro, ma la discontinuità non influisce sui tempi comici del film.
Nonostante qualche divertente e significativa gag, a lungo andare tutti questi corpi nudi, tra giovani, vecchi e flaccidi, stancano lo spettatore, ammorbato da una vicenda terribilmente monotona.
L'intreccio gira come un orologio, tanto che la critica ha definito il film "se non il migliore dei due fratelli, sicuramente il più armonioso e compatto".
Un evento fondamentale per la storia degli Stati Uniti, nel racconto di un regista che vuole emozionare, correndo sul pericoloso filo della retorica.
Hanno conquistato prima l'America e poi il resto del mondo grazie ad uno stile personale ed originalissimo, a una passione per i classici hollywoodiani che sfiora l'ossessione e a un cinema rarefatto, intellettuale e citazionista.
Una storia d'amore e dissoluzione sullo sfondo di due solitudini che si scontrano.
Tra avvenimenti grotteschi, divagazioni prive di senso diegetico, infrazione di molteplici convenzioni narrative, i Coen ci immergono chirurgicamente all'interno di un mondo assurdo, meschino e crudele, dominato dall'opacità.
I fratelli Coen continuano a rendere omaggio al cinema americano con cui sono cresciuti, senza perdere di vista il loro personalissimo stile e la loro vena più graffiante.
Una struggente storia d'amore e solitudine, in cui a dominare è un malsano romanticismo incredibilmente tetro: peccato che a lungo andare i dialoghi, oltre a risultare ridicoli, comincino a narcotizzare lo spettatore.
Si chiude il sipario. Il pubblico si alza in piedi, applaude gli attori ma invoca lo scrittore che ha concepito quella meravigliosa pièce teatrale. È nato un autore colto e raffinato: si chiama Barton Fink.
Un film che pecca forse di eccessiva esuberanza macchiettistica, ma considerati i risultati esilaranti, si fa fatica a considerarlo in difetto.
Un film esile e di facile consumo, di cui ci si dimentica in fretta, che nonostante la produzione inglese richiama purtroppo l'inconsistenza di tante commedie hollywoodiane recenti.
Tutto il film è permeato da un sottile black humor, che esprime lo stile di vita di un mondo lontano dal nostro, in cui i valori della religione e della tradizione hanno una grande importanza.
A cinquant'anni dalla sua realizzazione, I sette samurai è oltre la storia del cinema; capolavoro imitato e insuperato, archetipo narrativo e filmico che ancora oggi conquista, esalta, commuove.
"Ho il mantello della notte per nascondermi ai loro occhi, ma se tu non mi ami, lascia pure che mi trovino qui. Preferirei che la mia vita finisse per il loro odio che prorogare la morte senza il tuo amore" (Romeo)
Il film è spesso scontato e sentimentale, ma ridere al cinema non è di questi tempi una cosa facile.
Incontrare Valeria Bruni Tedeschi è un'esperienza particolare, poiché è esattamente come nei suoi film.
Un onesto quanto scontato thriller dalla discreta ambientazione, condito da un inedito tocco umoristico, non sempre, probabilmente, volontario.
Gli ingredienti per una buona opera devitiana ci sono tutti, e il risultato è a dir poco esilarante.
Se nei primi momenti tutto quel virtuosismo tecnico poteva funzionare, a lungo andare, tra montaggio frammentato e musica hard-rock, risulta soltanto fastidioso e fracassone per il povero fruitore.
Valeria Bruni Tedeschi ha desiderato raccontare il suo mondo, e lo ha fatto con ironia in una commedia personale che lascia spazio all'immaginazione.
Il film si trasforma spesso in un The Fast and the Furious senza humor, che può solamente accendere gli istinti velocisti di chi guarda.
Anche a più di trentacinque anni dalla sua realizzazione, il film di Schaffner non cede di un solo passo e si tiene stretta la palma di icona popolare
I Coen, questo i loro detrattori non potranno negarlo, con questo film, si sono definitivamente ritagliati uno spazio nel nuovo cinema indipendente americano, se a qualcuno Fargo non fosse sembrato sufficiente.
"La maggior parte di noi torna all'infanzia quando entriamo nei bassifondi dell'Asia. E ieri sera ti ho ossevato quando sei tornato alla tua infanzia, con tutti i suoi opposti stati d'animo: risate e pianto, follia e digusto, città gioco e città di paura" (Billy Kwan, Linda Hunt).