Recensione Evilenko (2004)

Evilenko è un film che vive sì della grande performance di Malcom McDowell, ma che si rivela anche un'interessante e originale riflessione politica, sociale e psicologica.

Le due facce del Male

L'ossessione chiamata Evilenko del giornalista, scrittore e cineasta David Grieco è ultradecennale. Lo sguardo agghiacciante di Andrej Romanovic Chikatilo, altresì noto come il Mostro di Rostov, insegnante di Lettere, intellettuale, comunista modello e autore di cinquantatre efferati omicidi, lo ha stregato all'inizio degli anni '90: il killer era stato appena catturato, e Grieco partì per l'Ucraina per seguire il processo di persona.
L'idea iniziale, quella di fare un film ispirato alla vicenda, fu presto accantonata, perché sarebbe stata una pellicola troppo brutale, e Grieco ne trasse invece un romanzo, Il comunista che mangiava i bambini.
Negli anni, produttori italiani e d'oltreoceano cercarono di acquisire i diritti cinematografici del libro, ma l'autore non volle cederli. "Non volevo che Il comunista che mangiava i bambini diventasse sullo schermo il solito thriller sul solito serial killer. Desideravo che fosse un film sulla fine del comunismo e sulla negazione dell'infanzia", spiega Grieco.
Per realizzare questo film, dieci anni dopo l'esperienza del processo e della condanna del killer, Grieco ha deciso di debuttare alla regia e trasformare il Chikatilo dei suoi ricordi in una creatura cinematografica di nome, appunto, Evilenko.

L'amicizia di lunga data del neo-regista con Malcom McDowell ha fatto sì che il ruolo del protagonista fosse assegnato in partenza: una felice circostanza, perché, nonostante una notevole differenza di stazza fisica, è indubbio che del comunista cannibale l'ex Alex DeLarge di Arancia meccanica abbia catturato tutto il terrificante magnetismo.

Il piglio registico di Grieco è molto classico, essenziale, narrativo, e al servizio dei personaggi; o meglio, del personaggio, perché, senza nulla voler togliere al contributo delle gradevoli fattezze del neozelandese Marton Csokas (nel ruolo del magistrato del Partito che conduce le indagini che porteranno a incastrare Evilenko), McDowell è il film. Il suo impegno nel costruire il personaggio è evidente sin dalle prime sequenze, in cui il mostro ci viene mostrato prima quasi come un nonno affettuoso affranto per il rimorso, e poi quando, indotto a dimettersi dalla scuola in cui insegnava per aver molestato una bambina, e spiazzato dall'imminente crollo dell'ideologia in cui si era riconosciuto e di cui continuava ad andare orgoglioso, dà inizio della sua "carriera" di orrori. Ci mostra poco dei delitti in sé, l'occhio pietoso del regista: preferisce indugiare sull'uomo che li compie, rivelandolo nelle sua complessa, contraddittoria, schizofrenica natura: fiero e sconsolato, solitario e sfuggente, repellente e affascinante.
Accanto a questa compassionevole ma lucida caratterizzazione di Evilenko, Grieco costruisce la sua allegoria sulla caduta del regime comunista e sulla crisi d'identità che, per tanti uomini di partito, ne è conseguita, e lo fa attraverso un terzo personaggio, un medico, che è l'unico ad avere i mezzi per capire e scovare il killer perché, in un paese che da tempo ha bandito la psicanalisi, lui ha continuato a praticarla e ciò gli ha permesso di riconoscere la malattia che affligge Evilenko.
A questo personaggio, cui forse sarebbe valsa la pena di concedere più spazio, l'autore mette in bocca la condanna più dura del totalitarismo stalinista: "Nei manicomi non ci finiscono i malati, ma i dissidenti politici, che sono i più sani di tutti".

In conclusione, Evilenko è un film che vive sì della grande performance di Malcom McDowell, che dà vita a un "mostro" proteiforme e lontano dagli ormai stantii standard della tradizione di genere, ma che si rivela anche un'interessante e originale riflessione politica, sociale e psicologica, oltretutto (purtroppo) di grande attualità.

Movieplayer.it

3.0/5