Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
La definitiva conferma che il panorama del cinema contemporaneo mondiale, può contare su Park Chan-Wook, come su un autore di indiscutibile potenza e talento cinematografico
Girare un film a budget e tempo ridottissimi: questa l'impresa in cui è riuscito Vladan Nikolic con il suo 'Love', secondo lungometraggio che riporta ancora una volta sul grande schermo la tematica dell'immigrazione.
La regia si mantiene classica, poco invasiva, gli eleganti movimenti di macchina e la fotografia evidenziano l'assoluta bellezza di quella che è la vera protagonista della pellicola, la città di Venezia.
La regista catalana Isabel Coixet, a seguito dell'ultimo "La mia vita senza me", firma un altro film dalle tinte profondamente tragiche, un film incentrato sul suono della verità e dunque sul silenzio, quel silenzio fatto di costrizione, di vergogna, di dolore.
Risultato alquanto discutibile per un film a tratti brillante ma che lascia un senso di incompiutezza.
Il regista si tira fuori da un momento controverso della sua carriera, allontanandosi dalle tentazioni più spettacolari e firma un un melò intenso e crudele dalle poche sbavature e dal commovente respiro classico.
Interessante commistione tra due generi usualmente molto lontani, come l'horror e il film giudiziario, il film presenta numerosi limiti nella scrittura e non si fa mancare qualche momento di stanca.
Un documentario apertamente, orgogliosamente schierato, necessario per gettare luce su un personaggio, e su una pagina di storia, tristemente "rimossi" dalle nostre coscienze.
I diversi episodi, sette in tutto, narrano storie di miseria, fame, dolore e malattia, ma anche di speranza e nostalgia dell'infanzia, ogni regista col proprio stile.
Un film adrenalico, ma inconcludente, che lascia ben poco nello spettatore, ma che può risultare interessante per gli appassionati del genere.
Privo di qualsivoglia lavoro sulla tensione e sulla psicologia dei personaggi e assolutamente insufficiente nella gestione degli snodi narrativi, il film si perde sin dall'inizio nella ridondante rappresentazione delle battaglie.
Sulla scia del recente "Starsky & Hutch", un'altra serie di culto degli anni '70-'80 viene riadattata per il grande schermo: il risultato, anche in questo caso, è decisamente modesto.
Clooney ci regala, infatti, una pellicola rigorosa ed elegante, lucida e compatta, raffinatissima nella confezione e magnificamente recitata da un ottimo cast.
2 single a nozze procede per accumulo di gag più o meno divertenti evidenziando gravi debolezze nella narrazione oltre a interminabili lungaggini, decisamente snervanti.
Nell'appartamento ricolmo di veli, specchi e scenografie barocche, quasi fosse un tempio fuori dal mondo e ??" quindi ??" fuori dalla giurisdizione del Potere (d'altra parte, l'indirizzo della casa è «via del Tempio n° 1»), si consuma non solo e non tanto l'omicidio di una donna quanto, piuttosto, la scissione psicotica del Potere.
Girato dalla Robinson con dinamismo e buon ritmo, "Herbie il supermaggiolino" ha il suo limite più grande nella stretta aderenza al genere/filone a cui appartiene
Fatta eccezione per un paio di sequenze che riescono a tenere in tensione lo spettatore, l'impronta che il regista decide di dare al film è quella del thriller d'azione, enfatizzando l'aspetto spettacolare e chiassoso.
Un ottimo esordio, questo dello statunitense Jacob Aaron Estes, che tratta con taglio realistico e senza compiacimenti un tema inflazionato, e a forte rischio retorica, come quello dell'adolescenza e del bullismo.
Ci si chiede come possa un pubblico di giovanissimi, identificarsi nella protagonista: un concentrato di finta e stucchevole ingenuità e di altrettante finte crisi isteriche che nello sforzo di convincere lo spettatore risulta solo irritante.
Nel complesso il film è una piacevole sorpresa di questo inizio stagione. Non resterà nella storia come pietra miliare del cinema, ma per molti suoi spettatori sarà un piacevole ricordo.
Molto evitabile rumore per l'ultima pseudoriflessione sulla vita da parte dell'acclamato Michael Bay.
In conclusione poca sostanza e poco divertimento, consigliato solo se si è in astinenza da commedia sdolcinata e banale dopo i tanti horror estivi o se si è interessati ai duetti, a tratti anche piacevoli, della coppia Mac-Kutcher.
Il destino che divide questi due giovani, palesemente (?) fatti l'uno per l'altra, dovrebbe affliggerci, e l'altalena degli incontri e delle separazioni vorrebbe indurci a fare il tifo per questa unione, ma è forse ozioso, a questo punto, dire che l'unica aspirazione dello spettatore è che il film finisca il prima possibile.
Ennesimo remake di uno dei più celebri film di quel che è considerato il periodo d'oro dell'horror; il film di Douglas ne riprende fiaccamente il plot originale, e lo ripropone in una versione riveduta, ma non corretta.
Grazie alla buona tecnica, un'originale commistione di bi e tridimensionalità, animazione semplice e coloratissimi disegni estremamente cartoonistici, , ai simpatici personaggi e alle divertenti gag, Madagascar è destinato a divertire i suoi spettatori e a soddisfare quelli meno esigenti, ma i gravi difetti sul piano della sceneggiatura non possono che renderlo un film incompiuto.
Una storia, come praticamente tutte quelle del Welles regista, che dipinge con agili plan e inquietanti campi lunghi la parabola discendente di un grand'uomo, di una grande famiglia, che cade in rovina per non essere riuscita ad adattarsi ad un mondo che cambiava.
Non c'è dubbio che Émond sappia bene cos'è il linguaggio cinematografico, e sa come dimostrarlo. La Neuvaine è decisamente il più bel film in concorso a Locarno visto finora.
Sospeso tra la science fiction di Terminator (richiamato fin dallo spunto iniziale), quella di Matrix e quella spielberghiana, arriva dal Giappone un ibrido godibile dal punto di vista dell'intrattenimento, ma sostanzialmente mancante di spessore.
Non c'è molto da dire su questo film: non è ironico, non è nemmeno graffiante, non è divertente.
Quando i cadaveri non bastano, ci sono due mostri sacri del cinema horror a provvedere. Insieme a Robert Wise che firma, così, il suo primo vero film da regista.
Ci sono incontri che segnano una vita. Incontri che non si potranno più dimenticare. E ci sono ricordi da sognare o, eventualmente, da inseguire. Il gioco della memoria secondo Resnais.
Molto bello il modo di dipingere la provincia americana: squadrata, silenziosa, sempre simile a se stessa, ma piena di sogni di gloria.
Mirrormask è un film che promette moltissimo, fin dal primo istante. Certo questa magnifica e abbagliante forma fa nascere qualche dubbio sulla tenuta della sostanza.
Il film di Tim Story si propone da subito attento all'estetica e i toni da fumetto, con un'operazione più simile a quella affrontata da Sam Raimi per il suo Spider-man che a all'impronta realistica che Christopher Nolan ha voluto, e saputo, dare al suo Batman Begins.
Il film è popolato di personaggi che appaiono e scompaiono senza un motivo, né reale né apparente, e tutti, perfino i protagonisti!, compiono azioni superflue e inspiegabili.
Un film che a tratti scorre piacevolmente, quando non decide di dilungarsi su inquadrature e dialoghi inutili, ma non ha molto più della forma di un prodotto per la televisione.
Si fa pienamente comprensibile - e apprezzabile - che, per un film così diverso, eppure così organico al complesso della sua opera, Cronenberg abbia compiuto scelte stilistiche in qualche misura inopinate, rispetto a quelle che eravamo soliti ammirare.
Al momento di dare spessore al suo intreccio, di concretizzare l'inquietudine instillata nello spettatore, il film prenda una piega inaspettata sì, ma anche fallimentare.
L'ormai terzultimo film di To coniuga ottimamente esigenze di botteghino e spinte autoriali, con un messaggio sui media che va ad integrarsi perfettamente con le scelte di regia e montaggio adottate.
Star musicali, ma anche di elevata qualità, ed in Collateral serviva un commento che evidenziasse la dinamicità delle scene. Operazione riuscita in pieno.
Un film da vedere per divertirsi e comprendere quanto, alcune volte, rifare un film, mantenendo un finale identico, significhi crearne uno nuovo, figlio dei tempi in cui è girato.
Tratto dal videogioco del 1992, Alone in the Dark è un film chiassoso, con una struttura frammentaria e un'estetica che si discosta dall'atmosfera suggestiva del gioco originale.
L'esotismo non sempre offre spensierate vacanze e paesaggi mozzafiato. Se intendete lavorare in quei posti, pensateci bene prima di incamminarvi lungo un sentiero sconosciuto...
L'età può invecchiarci e l'unica cosa che ci resta è qualche ricordo, qualche sogno nel sogno. Senza saper distinguere gli uni dagli altri. C'era una volta (e ci sarà sempre) il capolavoro di Sergio Leone.
Nell'ultima fatica di Spielberg le musiche sono totalmente al servizio delle immagini e mai protagoniste, a differenza degli effetti sonori, che acquisiscono in questo contesto un'importanza pari, se non superiore, a quella dei dialoghi.
La vendetta è un piatto che va consumato freddo, ma con un contorno ricco di minacce, provocazioni e violenze da degustare lentamente prima del fatale dessert servito sulle rive di un fiume in piena.
Il Craven che non t'aspetteresti: l'abile artigiano degli effetti speciali si trasforma, infatti, in un ??" quasi - rigoroso documentarista, riesumando, forse, lo sguardo imparziale e indagatore di certo horror degli anni Settanta.
A qualcuno piace caldo è la commedia principe (o principessa) del travestitismo e degli equivoci a tutto spiano, dove neanche la battuta conclusiva concede un attimo di respiro.
Sulla scia del fortunato "Buena Vista Social Club", film con cui Wim Wenders (ri)portò alla luce la scena musicale cubana, il regista German Kral, suo allievo, realizza oggi la prosecuzione ideale di quel film.
La scrittura è essenziale ma intelligente, sottile ed eloquente: è vero che è facile emozionarsi per un bambino che soffre, e sogna, e ama, ma è anche vero che Dear Frankie riesce a commuovere nonostante premesse poco plausibili e con un ammirevole rigore.