Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Un noir interessante, anche se narrativamente imperfetto, che occhieggia alla blaxploitation traendo spunto da un romanzo di David Goines, autore "di strada" popolarissimo nei ghetti neri.
Sotto l'asfalto di una città deserta pulsa un cuore malato che prepara l'assalto decisivo, grazie al quale i sogni impossibili diventeranno una mortale realtà. Un altro classico noir firmato John Huston.
L'enfant rappresenta la summa stilistica e tematica del cinema dei Dardenne ed è in questa evidente riproposizione che s'innesta probabilmente il difetto maggiore di un film comunque intenso, ma che non evolve rispetto all'opera precedente degli autori, rischiando di figurarsi sempre uguale a sé stessa.
Dopo 'La casa dalle finestre che ridono', Avati torna ad aggiungere un altro tassello alla storia dell'horror all'italiana e prendendo le distanze dagli zombi-movies clonati dalle apocalittiche invasioni romeriane, racconta una vicenda meno eccessiva e sanguinosa, ma incredibilmente spaventosa ed inquietante.
I Dardenne sembrano discostarsi leggermente da un'analisi incentrata sul mondo del lavoro e le conseguenze dell'industrializzazione (e postindustrializzazione) sul soggetto sociale per avvicinarsi all'insondabile.
Se tanto cinema ha raccontato l'orrore della guerra, l'insensatezza del conflitto, Jordan mostra come in tempo di pace sia ancora più incerto, scontornato e fuggevole il signoficato delle strutture militari.
Molto atteso dai fan della nota serie a fumetti incentrata sulle gesta dello sceriffo Mike Blueberry, questo nuovo sforzo registico di Jan Kounen ha perplesso la Francia. E non solo la Francia.
Il minimalismo estremo della trama sottintende una ricchezza e una varietà di contenuti fuori dal comune, ingabbiati in una sorta di thriller metafisico a sua volta mascherato in una struttura da horror thriller. Jessica Hauser costruisce un film "filosofico" nel senso più autentico del termine, nelle sue qualità formali quanto nei contenuti.
Una deliziosa commedia macabra che parodizza l'iconografia zombi e contemporaneante si fa beffe della società inglese.
Vivaci spaccati di vita familiare si alternano a spettacolari riprese delle evoluzioni degli skaters riuscendo a restituire delle figure a tutto tondo, complesse e ben caratterizzate.
Innanzitutto un bellissimo film horror, ma anche un filmun film intelligentemente politico, che fotografa con arguzia la società di oggi attraverso la chiave metaforica degli zombi, così come Romero aveva fatto con i capitoli precedenti di questa saga.
Arabi e israeliani, anche nell'ironia e nel grottesco, rimangono in assetto da combattimento, e persino una donna in procinto di sposarsi non può vivere il suo momento se non oltrepassando idealmente (e non solo) i confini delle società in cui si muove.
Inutile dire che la versione in carne e ossa del panciuto eroe ha poco a che vedere con quella originale; la sceneggiatura non brilla per le trovate umoristiche né per le scelte narrative e la caratterizzazione dei personaggi è del tutto inesistente.
Un anonimo horror che vorrebbe essere un po' un gioco, un po' un film di "fantasmi sul serio" all'orientale, un po' un omaggio all'horror della tradizione, ma che finisce per diluirsi in uno sterile repertorio di cliché.
Moretti esplora i tic, le dissociazioni di una generazione ridotta già a "roba vecchia" e che prova essa stessa la fatica di vivere essendosi liberata dal peso della politica attiva, della memoria e dell'identità.
La piscina dove si svolge la partita si fa luogo di luoghi, centro di concentrazione e collisione tra stati di disordine, set comune di tensioni e speranze individuali e collettive, fulcro dell'analisi di variegati comportamenti umani e occasione di esercizio di autoanalisi pubblica e privata.
Nonostante l'inesperienza e i limiti del mezzo televisivo d'origine, Spielberg dimostra di avere già un'ottima padronanza delle tecniche di ripresa, scegliendo sempre quella più adatta al significato e la sensazione che intende trasmettere.
Un bizzarro horror b-movie casalingo tinto di science fiction, privo di qualunque pretesa e sostenuto da uno scansonato gusto per l'intrattenimento che ricorda in qualche modo gli esordi di Peter Jackson.
Terzo film dell'hongkonghese Law Chi-Leung, questo "Koma" conferma la tendenza del regista alla contaminazione di stili, pur mostrando qua e là molti difetti di sceneggiatura.
Una godibile storia per ragazzi, che prende il via da presupposti classici del mondo delle favole, ma si ripropone di affrontarli e stravolgerli con trovate fresche e originali, con l'intenzione, forse, di replicare con tono più soft la riuscita formula di Shrek. Ma mirare troppo in alto non sempre permette di centrare l'obiettivo, e l'operazione non si può considerare riuscita.
...E' intenzione di William A. Wellman descrivere onestamente la carriera del gangster Tom Powers, interpretato da James Cagney, così da glorificare il cinema e il genere dei gangster-movies...
Vertice assoluto tra i gangster-movies degli anni Quaranta, La furia umana è un film incandescente che tiene con il fiato sospeso fino all'ultimo fatale secondo, quando la temperatura diventa troppo alta. Anche per un duro navigato come James Cagney.
Come sempre, sono molteplici i temi e le chiavi di lettura insite nel film di Spielberg per quello che pare essere il film perfetto per le sue corde di narratore per immagini.
Non è da escludere che L'eclisse sia un film di fantascienza sulle impossibili alchimie di coppia e sull'oscuramento dei sentimenti umani. Nella totale e glaciale esaltazione dei valori plastici e formali della visione.
Horror dalla rimarcata componente splatter e dai pochi fronzoli, il film di Fulci è nato e rimane un piacevole film di genere incentrato sull'efferratezze e gli eccessi gore, ma può vantarsi di resistere alla grande all'usura del tempo, ponendosi anche al di fuori dell'angusto e francamente sempre più stucchevole fenomeno della rivalutazione critica-acritica o del culto da fanzine.
Il film scorre via sul binario del già visto o del banale, senza particolari slanci, ma con poche vere cadute di stile. Risulta, insomma, insignificante più che brutto.
Dogtown & Z-Boys racconta la rabbia e la voglia di riscatto di un gruppo di ragazzi con nessuna strada davanti a sé. Di come due uomini ispirati seppero fare della vita di una banda di adolescenti un'opera d'arte. Di un'ennesima versione del sogno americano.
Dal buio del presente, allora, ci si imbarca in un viaggio a ritroso nelle sacche della memoria, per ricordare come e chi eravamo, ma soprattutto con chi.
Torna sullo schermo Ben Gazzara in un ruolo da protagonista, con un film purtroppo non all'altezza della sua fama.
La guida galattica per gli autostoppisti rappresenta una forma di intrattenimento gradevole e, cosa abbastanza rara, intelligente che ricerca un ragionevole compromesso tra la dimensione spettacolare e quella letteraria.
Con questo film la materia di cui sono fatti i sogni assumerà, una volta per sempre, una consistenza amara, spietata e cinica. Come quella rinvenibile in molti frammenti della storia del cinema degli ultimi sessant'anni.
L'horror incarnato dal cadavere ambulante per attuare una feroce apologia politica e sociologica funzionale ad uno "smembramento" delle convinzioni politiche e militari di un'America destinata in modo lento ma inesorabile al tracollo finale.
Un gioco delle parti leggero leggero, sollievo estivo per chi ama sorridere e uscire dalla sala spensieratamente.
Bertrand Tavernier ritorna a un cinema piccolo piccolo, sussurrato e didascalico, fra fiction e realtà, lasciato decantare negli occhi dello spettatore per oltre due ore.
Nolan punta sull'aspetto umano dei personaggi e si affida alla carica iconica di Bruce Wayne senza tralasciare le motivazioni psicologiche dei suoi comportamenti e le sue paure, per girare un film a sé stante rispetto ai numerosi precedenti, scegliendo una messa in scena da blockbuster vecchio stampo ed una solida sceneggiatura.
Remake del divertente film di Luc Besson, questo New York Taxi made in USA non sa decidere se essere più una commedia o un film d'azione, finendo per perdere entrambe le strade.
La commistione tra dramma esistenziale, commedia sentimentale e colorato affresco di provincia convince, e, se proprio si vuole imputare qualcosa al bravo Zach Braff, lo si può accusare di aver peccato di eccesso di zelo, esagerando sia con il fiele che con lo zucchero.
Nle percorso di Kim, La samaritana è probabilmente il ponte fra la disillusione e l'apertura di uno spiraglio verso la luce, e riesce a stupire per lo svolgersi della storia.
Il film di Babak Payami mostra un coraggio che non può che piacerci, e che andrebbe premiato, perché sintomo di un desiderio di libertà espressiva che travalica qualsiasi forma d'oppressione.
Il nuovo film del regista de 'Il macellaio', affrontando un racconto erotico, sconfina nel grottesco
Lo spaccato che l'autore dà della città partenopea mette in evidenza i contrasti tra ricchi e poveri, le interconnessioni tra le varie classi sociali e i molteplici strati di una città unica al mondo per storia, influenze e lingua, che si compone di un intreccio di strati sociali e culturali che vivono a stretto contatto gli uni con gli altri.
E' con freddezza quasi documentaristica che Winterbottom affronta questo lavoro, sia nella tecnica che nei risultati, quindi a conti fatti "9 Songs" risulta un esperimento su quanto potersi spingere in avanti nella raffigurazione dei rapporti sessuali su schermo, ma probabilmente un esperimento da non ripetere.
Molteni, cercando di omaggiare i b-movie, ne offre soltanto una scialba parodia.
Cinema postmoderno dell'ibrido e della contaminazione tra melodramma dal carattere ortientaleggiante, racconto di formazione, tentazioni pulp e sfoggio di arti marziali, Danny The Dog richiede allo spettatore una sospensione della ricerca-necessità del verosimile cinematografico per essere apprezzato a pieno.
Si affaccia sul grande schermo il mito della Carmen, in una personale rilettura del cineasta spagnolo Vicente Aranda.
Sul solco della migliore tradizione della commedia sentimentale britannica Loncraine confeziona una pellicola di ambiente tennistico vivace e riuscita, che combina sapientemente un classico plot romantico con il desiderio di rivalsa del pubblico inglese.
Un esordio, questo del regista marocchino Mohamed Asli, che tradisce la sua formazione neorealista, non rinunciando tuttavia a momenti di umorismo e poesia e introducendo gradualmente lo spettatore in un dramma duro e realistico.
Una pellicola apprezzabile, quest'opera seconda di Pawel Pawlikowski, che rifugge con intelligenza facili stereotipi per narrare una storia in fondo universale.
Alla fine Schegge di April si rivela una piccola commedia umana senza molte pretese, ma capace di suscitare sentimenti veri.
Orrore e sangue sono le parole d'ordine del terzo lungometraggio di Alexandre Aja, che con questo film ha voluto realizzare un omaggio dichiarato ed esplicito a classici del genere slasher.