Recensione All the Invisible Children (2005)

I diversi episodi, sette in tutto, narrano storie di miseria, fame, dolore e malattia, ma anche di speranza e nostalgia dell'infanzia, ogni regista col proprio stile.

Il dolore dei bambini

Una panoramica sulla situazione dei bambini in ogni parte del mondo raccontata dallo sguardo di otto registi, "All the invisible children" nasce da un'idea di Chiara Tilesi e Stefano Veneruso e trova il sostegno di varie associazioni impegnate nella tutela dei diritti dell'infanzia.
Tra i nomi dei produttori figura, in un ruolo del tutto inedito per lei, la nostra Maria Grazia Cucinotta, che si ritaglia anche un brevissimo cameo nell'episodio italiano diretto proprio da Veneruso.

I diversi episodi, sette in tutto, narrano storie di miseria, fame, dolore e malattia, ma anche di speranza e nostalgia dell'infanzia, ogni regista col proprio stile: chi col distacco del reportage giornalistico, chi facendo leva sul sentimentalismo, chi con ironia e vivacità. Il risultato, a livello qualitativo, è prevedibilmente discontinuo. Ad aprire la pellicola, quasi in forma di prologo, un breve spaccato della vita dei piccoli combattenti di un paese africano non meglio precisato diretto dall'algerino Mehdi Charef, un avvio in medias res che catapulta immediatamente il pubblico nel vortice d'orrore della guerra civile visto dagli occhi dei bambini. A far dal contraltare a questo drammatico inizio, narrato in forma di reportage, ci pensa Emir Kusturica con Blue Gipsy, racconto sgangherato e confusionario della (breve) uscita dal centro di detenzione di un piccolo rom. A contorno della vicenda principale non mancano, però, musica, canti e incidenti modello slapstick, tra cui il classico matrimonio gitano in apertura del corto in puro "Kusturica style". Sceglie la chiave dell'ironia anche la brasiliana Katia Lund: i suoi piccoli Bilu e Joao non si fanno mai scoraggiare e superano, con arguzia ed ingegno, una lunga serie di difficoltà ed imprevisti per portare a termine la loro missione: trainare un carrello pieno di cartoni e lattine vuote fino alla discarica per guadagnare qualche soldo.

Tra tutti gli episodi, quello che spicca per forza e lucidità è Jesus Children of America: Spike Lee torna nella sua Brooklyn, il posto che conosce meglio, per raccontare la presa di coscienza della piccola Blanca, che scopre improvvisamente di essere sieropositiva a causa dei genitori tossicodipendenti e sbandati. Una discesa nell'inferno della musica rap e dei colori sgargianti del ghetto da cui sembra possibile una via di uscita: l'AIDS si può combattere con la consapevolezza e con adeguate terapie, anche se il percorso sembra essere lungo e difficile.
Più confusi e meno incisivi Jonathan, viaggio nel passato a metà tra il sogno e l'allucinazione di un fotoreporter di guerra scritto e diretto da Ridley Scott insieme alla figlia Jordan, e Ciro dove Stefano Veneruso mostra uno spaccato di vita dei bambini che vivono nei bassifondi napoletani.

Un discorso a parte andrebbe fatto per Song Song & Little Cat, l'episodio di John Woo che chiude il film. Prima esperienza cinese per Woo dopo una lunga serie di action movie girati negli USA, il corto risulta tanto elegante a livello formale quanto narrativamente discutibile. Il regista honkonghese spinge sul pedale dell'emotività tratteggiando le storie parallele di una bambina ricca ed infelice e di una povera orfanella zoppa che perde il nonno in un incidente d'auto. La maestria del regista non può che condurre la vicenda verso l'inevitabile incrociarsi delle due vite con conseguente finale strappalacrime costruito ad hoc. Eccesso di retorica... anche se stavolta è per una buona causa.

Movieplayer.it

3.0/5