Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
L'ultimo lungometraggio di Shinya Tsukamoto rappresenta, sia nei contenuti che nell'estetica, un'ulteriore conferma dell'evoluzione artistica del regista giapponese; la ricerca che attraversa tutta la sua carriera, quella sulla metamorfosi dell'uomo in relazione all'ambiente metropolitano, raggiunge con questo film uno dei migliori e più complessi risultati.
Non il film più compiuto e riuscito di Allen - a mancare è soprattutto quell'ironica leggerezza che solitamente connota la sua opera - ma rimane uno dei film preferiti dal regista e uno dei più arditi tecnicamente.
Non si propone come un film innovativo o particolarmente originale, ma punta tutto sulla bellezza e la simpatia dei protagonisti, dimenticandosi però di sviluppare un intreccio sufficientemente accattivante o dialoghi particolarmente brillanti.
'Sky High' finisce per apparire come un incrocio tra Harry Potter e 'Gli Incredibili', e si candida per essere uno dei migliori film per famiglie dell'anno.
Un cinema fatto di piani e campi, pensato e sentito da un autore dalla sensibilità e dalla padronanza non comune, oltre che sorretto dalle intense interpretazioni dei suoi protagonisti, da affascinanti ricostruzioni scenografiche e da una fotografia plumbea e ricca di fascino.
Si fa fatica a provare empatia per l'Attilio del film e per la sua amata. Non si riesce a rintracciare molta poesia nel suo viaggio folle e disperato verso Baghdad, né nei sui tragicomici tentativi di salvare la vita della donna che ama.
Valiant risulta un film bizzarro, non tanto nella sua realizzazione, quanto nelle scelte alla base, lasciandoci perplessi sull'effettivo target a cui si rivolge, non essendo abbastanza profondo e complesso da interessare un pubblico adulto, ma nemmeno abbastanza divertente e immediato per poter intrattenere una platea di bambini.
Una girandola di personaggi immobili, sconfitti o destinati al fallimento, che aprono la bocca solo per riempire il silenzio, per non doverci fare i conti, che si amano svogliatamente e si tradiscono con indifferenza, che vivono il vuoto delle loro vite come eredità ingombrante del territorio che abitano.
Darkman, pur essendo un supereroe nato dalla celluloide, non ha nulla da invidiare ai colleghi più famosi... della carta stampata! Il film riserva i soliti avvincenti momenti che è lecito attendersi da Raimi.
Il cinema di Haneke è fatto di sistematica destabilizzazione, ambiguità, elisione delle certezze nello spettatore, ricerca della non indifferenza, attraverso un esercizio intellettuale un po' fine a sé stesso, nella sua pretenziosa oggettività che demanda allo spettatore il ruolo di unico testimone della vicenda narrata.
In Sonatine tutto si sospende e rallenta, la temporalità delle statiche inquadrature si dilata per poi accelerare all'improvviso e la loro successione narrativa si frammenta in piccoli segmenti; uno spiazzante teatro di orrore e poesia, dove la violenza e la crudeltà non sono che una routine insapore dettata unicamente dalla paura e dall'inquietudine del vivere.
Salles guarda dall'alto, osserva, usa camere all'interno degli ascensori e si perde nello scrutare dal superiore i protagonisti, in una visione distorta di chi vive la propria passione personale.
Una commedia scarna e volgarotta che manca spesso il segno e si rifugia maldestramente in meccanismi banali.
L'unica pellicola veramente ottimista della lunga carriera del regista, in cui attraverso il simbolismo chiave della città rappresentata come magica, paurosa e dispersiva ma al tempo stesso romantica e familiare, Woody Allen celebra la vita, l'amore e la cultura.
Un film affascinante e inusuale che rappresenta una difficile scommessa in fin dei conti vinta per una cinematografia, come tutta quella europea, spesso ferma su sé stessa e poco incline ad incursioni nel cinema di genere.
Pallottole su Broadway è una delle migliori opere realizzate da Woody Allen e affronta la questione basilare della riflessione sull'essenza dell'arte, sui compromessi che si devono necessariamente accettare per sfondare e sulla reale consistenza del talento.
Woody Allen riesce ancora una volta nell'impresa di realizzare un prodotto gradevole e raffinato, costellato di riferimenti e citazioni, dall'hard boiled alla detective story, passando per le commedie sentimentali della "guerra dei sessi".
Figurativizzato nel personaggio di Cecilia, Woody Allen realizza un omaggio alla filmografia della sua adolescenza generando, allo stesso tempo, una nostalgica e profonda riflessione sul ruolo assolto dalla settima arte, sullo sguardo spettatoriale e sui processi di identificazione attivati dalla narrazione cinematografica.
Con questo grande, frammentato eppure organico affresco, il regista riesce a fondere istanze tipicamente popolari a una visione del cinema come contaminazione di generi e forme estetiche (il documentario, la musica, la poesia) per uscirne con un film che va fruito in modo immediato e istintivo.
Pur delineandosi come una leggera, divertente ed esplicita parodia meta-cinematografica, Misterioso omicidio a Manhattan non rinuncia a una vena crepuscolare e malinconica
Ci sono voluti nove mesi ininterrotti di lavorazione e un grande sforzo produttivo, ma il risultato è un film che sa parlare al pubblico, con una grande attenzione alla caratterizzazione dei personaggi e contemporaneamente alla cura dell'aspetto spettacolare.
Per quanto il regista continui a negare il fatto che questo sia un tentativo di ricalcare l'esperienza di Paris, Texas, il pallore di questa (quasi) fotocopia ci ricorda impietoso l'incapacità del regista, negli ultimi anni, di realizzare un film degno del suo nome.
L'impero dei lupi è un film confuso e urlato, dove persino l'onesto mestiere e la simpatia di Jean Reno affogano senza lasciar traccia.
Una fiaba come tante, con pretese filosofiche eccessive, ma con una colonna sonora degna di un grande maestro.
Una piacevole commedia romantica diretta dai fratelli Farrelly, che pur mantenendo inalterate le caratteristiche più "codificate" del genere, piazzano in alcune sequenze spruzzate del loro umorismo acido e politically uncorrect.
Paradossalmente l'aspetto romantico del film, nonostante la presenza della veterana Nora Ephron alla regia, è quello meno riuscito e finisce con il cancellare anche quel poco di buono che era stato costruito nella prima metà della pellicola.
Dalla fervida mente di Costanzo il primo film italiano sul ballo, che mostra una realizzazione tecnica ai limiti del ridicolo e una banalità di sceneggiatura unica, veicolando un certo tipo di messaggio (e di cinema) che ci sentiamo di respingere con forza.
Un film incerto del (finora modesto) regista di 2fast 2 furious, sempre in bilico tra tensione drammatica e cedimento ad una certa tendenza videoclippara.
Un film dall'alto tasso comico, vulcanico allo stesso tempo nell'esibizione di una fantasia magica e contagiosa.
La scelta estetica e programmatica di Smith è quella di pedinare fin dall'inizio la sua protagonista abusando delle angolazioni delle posizioni di camera che vogliono indurre in chi guarda l'impressione che qualcuno stia spiando la ragazza.
Purtroppo l'operazione, in Italia, subisce il peso del doppiaggio di Aldo che conferisce al pargolo la propria caratteristica inflessione siciliana e tutti i modi di dire che gli hanno dato successo insieme a Giovanni e Giacomo.
Il film di Vinterberg e Trier si configura apparentemente come un romanzo di formazione, un tragico percorso di crescita di un gruppo di ragazzi che prendono coscienza, quasi per caso, delle contraddizioni e dei dolori del nostro tempo, mentre la politica e l'attualità si fondono con il loro dramma esistenziale.
Documentario/denuncia/propaganda. C'è tutto (e niente) nell'ultima fatica cinematografica di Sabina Guzzanti
Meirelles sembra sentirsi con le spalle sufficientemente coperte da potersi concentare sullo stile visivo e sulla tecnica, non sembre rispettando le esigenze del copione.
Il film si prende troppo sul serio e dopo un inizio equilibrato sprofonda nella più triste comicità involontaria. Allo spettatore non resta che chiedersi il perché di una scelta registica tanto inspiegabile da sfiorare il suicidio artistico.
Claustrofobico a livelli di guardia, cruento ed estremo come pochi horror contemporanei sanno essere, nonchè privo di sbavature nella messa in scena e nell'uso delle musiche, The Descent è un grande film di genere, tutto al femminile, a cui è davvero difficile trovare punti deboli.
Alternando bianco e nero al colore, rallentando le immagini e sovrapponendo didascalie tratte dai dialoghi, Patrice Chéreau si avvale con parsimonia di tecniche cinematografiche per arricchire l'impostazione teatrale del soggetto.
L'esordio registico di Shreiber non delude né come film a se stante né tanto meno come adattamento, i motivi sono probabilmente da rintracciarsi proprio nel personale e profondo attaccamento di questo neo-regista alla storia che racconta.
Quello che stupisce di più e che più irrita del film di Turturro è la sua falsità, la sua evidente artificiosità, il suo essere il prodotto di un regista che sentendosi profondamente intellettuale gioca a fare lo sboccato, lo sregolato ed il filmicamente anarchico.
Burton mette tutta la sua onnivora passione cinefila e il suo sguardo da eterno bambino, nel disegnare i luoghi e personaggi del suo film, dandoci in pasto alcuni dei momenti più spassosi che si siano visti da molto tempo a questa parte.
Sottratto di ogni orpello e enfasi drammaturgica, tanto da generare anche nel pubblico più aperto una sensazione erronea di esagerata distanza e di presunto estetismo, Everlasting Regret è in realtà un saggio di cinema che cattura per vie diverse ed impervie.
Scevro da qualsiasi reducismo, Garrel. Non gli interessano i proclami. Non spiega, non pontifica. Mostra. Gli basta pochissimo per restituire l'impatto e la drammaticità di un momento che segnerà milioni di persone.
The Killing narra dell'eterna storia dell'uomo e di quell'ironia che si chiama vita. Ovvero: dell'uomo che, per ironia, qual siano i suoi progetti e i suoi sogni, e di conseguenza il suo agire, finisce sempre col ritrovarsi di fronte all'imprevisto.
Pur presentando vari spunti di rara genialità, l'ultima pellicola dell'inglese John Irvin, presentata al Festival di Venezia 2005 fuori concorso, resta un tentativo ammirevole ma non pienamente riuscito.
Un risultato assolutamente godibile anche se manca un po' di forza, come se il regista avesse scelto di alleggerire volutamente il proprio stile in funzione dell'argomento fiabesco e del target di pubblico a cui si rivolge.
La bellezza di alcune sequenze fa perdonare un'eccessiva lunghezza, causata da alcuni rallentamenti di ritmo nella parte centrale del film.
Una sceneggiatura con buone potenzialità va in parte sprecata a causa della regia confusa e spesso fuori luogo di Iain Softley.
Film ambiguo e discutibile, a volte esasperante e di difficile metabolizzazione, ma anche un film che non lascia certo indifferenti.
Dopo un buon inizio, abbastanza divertente ed equilibrato, Crowe perde il controllo narrativo abissando la pellicola con interminabili lungaggini, banalità evitabili e virando progressivamente sui toni melensi ed artificiosi.
Un film di grande impatto, sobrio e commovente allo stesso tempo, un'autobiografia appassionata del pugile del New Jersey Jim Braddock, eroe proletario dell'America della Grande Depressione.