Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
L'aldilà, datato 1981, è probabilmente il film manifesto di Lucio Fulci e di un certo modo nostrano di interpretare i generi ??" l'horror su tutti ??" in un periodo storico che ha portato al nostro cinema una celebrità all'estero che oggi giorno, dopo un lungo ed ipocrita oscurantismo, tutti si affrettano a cavalcare e riscoprire.
Tratto dall'omonima opera del mangaka Santa Inoue, The Neighbor no. 13 è un horror-psicologico di notevole impatto visivo. Più che nel plot infatti, l'efficacia di questa pellicola risiede proprio nelle scelte registiche dell'esordiente Yasuo Inoue.
Un grande, stralunato ed emozionate affresco di un'umanità variegata e complessa, tanto più simile emotivamente e interiormente quanto più differenziata in apparenza da fattori come età, stato sociale o altro ancora
Xiaoshuai realizza il suo film più personale, raccontando una storia che nasce dalle sue esperienze e dai ricordi rimasti più vivi.
Mr. and Mrs. Smith è il tentativo ben riuscito di costruire un film romantico sullo sfondo, quasi un pretesto, di un film d'azione. La storia di due persone che combattono per essere una coppia, per raccontarsi ogni giorno una bugia di meno e scoprire i veri motivi per cui rimanere insieme.
Una commedia elegante e misurata, con un tocco leggerissimo, che soffre però di un'eccessiva convenzionalità di sceneggiatura che finisce per farle perdere credibilità.
Lo scopo dichiarato di Black è rendere omaggio ai romanzi pulp che leggeva da bambino, intento che traspare subito dalle immagini del film: ma l'umorismo sferzante tipico dello sceneggiatore/regista è, per il film, un valore aggiunto.
Broken Flowers non è il miglior film di Jarmush, ma è un'opera imperfetta ma emozionante, in grado di regalare momenti altissimi di cinema.
Tecnicamente nella media, inutilmente patinato a tratti, ma sempre privo di eleganza, visiva e narrativa, senza ironia, creatività e personalità, e cultimante in un colpo di scena surreale quanto prevedibile, dubitiamo che 'Il nascondiglio del diavolo' possa interessare anche gli appassionati del genere a cui appartiene.
Germania anno zero ha fatto da fondamenta al cinema moderno e, assieme, ha istituito la nozione di autore così come è stata intesa dalle generazioni artistiche del dopoguerra.
Un film che, sebbene inspiegabilmente sfortunato al botteghino d'oltreoceano, ha in realtà tutte le carte in regola per diventare un vero e proprio classico del cinema d'azione e fantascientifico.
La Factory Besson prosegue imperterrita nel produrre titoli dalla caratterizzazione post-cinema per modalità narrativa ed intrattenitive, come a voler decretare una prematura fine del racconto per immagini tradizionali.
Laddove 'Gli Incredibili' aveva portato i benefici dell'animazione 3D ad una tecnica narrativa e visiva tradizionale, gli autori di 'Chicken Little' sono riusciti a trasmettere i lati negativi dell'animazione tradizionale al 3D.
Pochi film sanno ipnotizzarci e portarci a riflettere sul nostro stare nel mondo, su quello che è e quello che potrebbe essere; L'ignoto spazio profondo è uno di essi.
Dani Levy, regista e autore della sceneggiatura, non possiede la raffinatezza e lo stile di Woody Allen, ma firma una commedia degli equivoci godibile e senza pause, pervasa da un leggero e spudorato senso autoironico.
Prima di Old Boy e delle altre pellicole che compongono l'ormai nota "trilogia della vendetta", Park Chan-Wook ha magistralmente diretto questo thriller giudiziario, adattamento del romanzo DMZ, di Park Sang-yun.
Tanti gli elementi discontinui che non fanno altro che accentuare la natura episodica e frammentata del film di Newell, non il peggiore né il migliore di quelli prodotti finora dalla franchise cinematografica.
La rocambolesca avventura del più scalcinato tra gli agenti di attrazioni del sottobosco newyorkese raccontata con eleganza e leggerezza.
Un'ordinaria storia di follia, sia in senso narrativo che realizzativo, in un film un pò troppo ambizioso, che si rivela un lavoro sicuramente dignitoso ma al di sotto delle proprie possibilità.
Il racconto di uno scorcio di vita di due amici aspiranti cantautori in quel di Cuba serve al regista-sceneggiatore per andare a fondo di alcune delle problematiche socio-politiche che condizionano pesantemente la vita dell'individuo nell'isola di Castro.
Walk the Line è fiilm senz'altro dignitoso: discretamente girato e ben recitato, rimane però un prodotto sostanzialmente anonimo, la cui storia si mimetizza in mezzo a tante altre che sono state raccontate di recente e non.
Un film facilmente dimenticabile, in evidente confusione tra l'esigenza (e l'urgenza) di mostrare e l'auto-divieto di non spingersi mai oltre un limite ben preciso per non turbare lo spettatore.
Una irriverente Holly Hunter e vaghi richiami al capolavoro dei fratelli Coen non riescono a salvare dalla mediocrità una dark comedy poco convincente.
Un horror che non fa mistero delle sue influenze, ma che è caratterizzato da una messa in scena di tutto rispetto e da un'efficace traduzione in immagini di un orrore tutto umano, e per questo tanto più disturbante.
Cannon dirige il film con mano sicura e rende comunque godibile la storia, costruendo un film fluido ed accessibile, a tratti coinvolgente ed emozionante nonostante l'eccessiva banalità di molte scelte nello sviluppo del plot.
La marcia dei pinguini è un film per famiglie genuinamente emozionante e divertente, con qualche immagine di una poesia e di una dolcezza davvero toccanti.
In una fattoria del Wyoming, quattro persone si ritrovano insieme a condividere rancori, paura e voglia di ricominciare. Attraverso la difficile via del perdono recupereranno la fiducia nel futuro.
Niccol, regista affermato nonostante i suoi appena due film, delude nella messa in scena di un film che vuole strafare ma che non riesce a coinvolgere.
Se l'intenzione è più che buona, in periodi di saturazione audio-visiva, i risultati sono altalenanti, per un film tutto al femminile: mai spiacevole, ma troppo lungo e sbilanciato sotto il profilo dell'attenzione stilistica.
Finalmente un rifacimento con idee di reinventare un discorso, però non per scardinarlo e soppiantarlo cinicamente, bensì per rinforzarlo e addirittura per aumentarne il valore, se possibile.
Se lo script ha anche la pecca di non riuscire a far emergere in maniera adeguata le psicologie dei personaggi, è la regia dell'esordiente Haggis a mostrare i maggiori limiti con delle scelte francamente opinabili.
La fine del sogno americano celebrata alla maniera di Hunter Thompson consta di sballo totale, cocktails di mescalina, rhum ed etere e poco, pochissimo tempo da trascorrere mantenendosi lucidi.
Un potente incubo metropolitano costellato di frammenti onirici degni del miglior Fellini e abbondamente cosparso del più tipico humor inglese targato Monty Python.
Pupi Avati sceglie di scrivere e dirigere una storia delicata e malinconica con tocco leggero puntando, ancora una volta, su un cast che contiene qualche inaspettata e piacevole sorpresa.
Gag minimali che si susseguono senza soluzione di continuità, confezione curatissima e di sicuro effetto, risate facili e sprazzi di poesia.
Un peccato constatare che l'ansia di normalizzazione e le necessità di political correctness siano riuscite ad appiattire alcuni spunti potenzialmente interessanti, come le ansie relative al terrorismo ed il generale senso di paranoia che riguarda l'altro nel mondo di oggi.
Vai e vivrai è un film di emozioni semplici, girato con piglio quasi documentaristico e con quello sguardo innocente che è proprio del suo piccolo protagonista, ma è anche un film molto ambizioso, che si muove su molteplici piani per riflettere su pagine, più o meno conosciute, della Storia recente.
Sforzandosi di evitare l'invevitabile e scomodo confronto con il capolavoro di Carpenter, il film finisce con l'essere apprezzabile, come un discreto action movie.
Crowe non è di quegli autori incapaci di autocritica nei confronti del proprio lavoro ed è stato abbastanza intelligente da capire da solo cosa non funzionava nella versione di Elizabethtown presentata al festival di Venezia e di farne montare una decisamente più soddisfacente.
Regista dal grande talento, Kim Ji-woon continua a muoversi inequivocabilmente all'interno del cinema di genere, territorio più idoneo per la ricerca formale, in virtù della copertura offerta dal rispetto delle regole narrative
Già presentato alla Quinzaine del Festival di Cannes di quest'anno, e ora passato a Roma all'Asian Film Festival, questo The Buried Forest ha le cadenze e gli umori di un sogno che lentamente invade la realtà.
Riproposizione del personaggio che aveva reso famoso Rodriguez, in un film molto ben orchestrato, che ha la pecca, però, di prendersi troppo sul serio.
Un film interessante e problematico come tutte le opere di Kim Ki-duk, pur nei limiti della riproposizione di formule e "marchi" autoriali che forse il regista dovrà rivedere criticamente.
Il clima spensierato e multilinguistico dell' "appartamento" e dell'età del divertimento, qui si trasforma in un approfondimento sul tema dei trentenni che navigano a vista.
Un'interessante produzione indipendente che, nonostante le evidenti pecche e una certa debolezza d'impianto, va encomiata per il coraggio e la passione infusi in un progetto alquanto lontano dal gusto comune.
E' un film riuscito solo in parte, questo secondo episodio della "trilogia americana" del regista danese: qualche lungaggine narrativa e scelte estetiche discutibili ne smorzano in parte il messaggio, ancora una volta comunque in grado di suscitare riflessioni e discussioni.
Un thriller elegante, dal sapore di altri tempi, sorretto da buone interpretazioni e affascinanti ambientazioni, che manca solo in parte l'obiettivo nella sua anima più politica.
Un film divertente e adrenalinico, con azione mozzafiato coniugata nei modi più vari ma che sa ritagliarsi i suoi momenti romantici e regalare sprazzi di commedia. Avvincente e ben fatto, poco più di due ore che passano veloci in un'orgia di esplosioni, corse e acrobazie.
Dentro la chiave interpretativa del viaggio abissale, ultimo e definitivo, viaggio della conoscenza dopo il quale non può esistere altro viaggio e altra conoscenza, si riassorbe tutto il dicibile sul film.
Un film che, nonostante qualche difetto di script, coglie nel segno per la sua capacità di descrivere un mondo con precisione e ricchezza di dettagli, riuscendo a renderlo credibile e nello stesso tempo dando ad esso una forte valenza simbolica.