Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Il male non muore mai e Fenton è ritornato, scegliendo la notte del ballo degli studenti dell'ultimo anno per conquistare Donna, facendo carneficina di chiunque provi a impedirglielo.
Djamel Bensalah si premura di sottolineare la matrice favolistica del racconto e di elaborare allegorie che risultino comprensibili anche agli spettatori più giovani, cui è chiaramente indirizzata la pellicola.
Sentimenti contrapposti che forniscono la sintesi emotiva di un film che si vorrebbe poter disprezzare per la vena ricattatoria e l'ansia da parabola morale, ma che non si fa abbandonare e sorprende per l'intensità e l'accuratezza della suspance messa in scena.
Presentata al RomaFictionFest la miniserie Iron Road, un dramma sentimentale ambientato nel 1800 tra Cina e Canada. Tra gli interpreti il grande Peter O'Toole, Sam Neill, Sun Li, Luke MacFarlane e Tony Leung Ka-Fai.
Ballet Shoes deve molto al suo cast ed alla freschezza con cui le tre attrici più giovani hanno dipinto i propri personaggi, a cominciare da una Emma Watson in forma anche lontana dal ruolo che l'ha resa famosa in Harry Potter.
Tra lampi di gelido umorismo e dirompenti malinconie, è l'impronta di un Belgio quasi irriconoscibile a sedimentarsi nello sguardo dello spettatore, distolto così da rotte a lui più familiari.
La pellicola di Michael Haneke conserva ancora tutta la sua attualità e l'intelligenza nel metterla in scena, un percorso glaciale che stuzzica chi guarda lo schermo, pilota le sue reazioni, e poi se ne fa improvvisamente beffa senza pietà.
Nato dalla voglia di Elisabeth Shue di raccontare la storia della propria adolescenza, Il mio sogno più grande si configura come un dramma lieve, mancante di quella profondità necessaria a renderlo un buon film
Originale nella confezione, musicalmente ineccepibile e narrativamente solido, Wanted mette in mostra tutte le grandi doti 'rocambolesche' del cineasta di origine russa ed il talento 'bad' di attori dal carisma straordinario.
Una commedia solida, che si avvale intelligentemente in modo funzionale dell'alto budget che aveva a disposizione, e che risulta divertente e godibile per un pubblico di ogni ordine e tipo.
La leggenda di Hokuto ripropone le atmosfere ed i disegni degli originali anni '80, non modificandone lo stile nè le tecniche di realizzazione. Vantaggio per i fan della serie, svantaggio per tutti quelli che si aspettavano forse qualcosa di nuovo da questo ritorno.
Più remake che sequel per un horror piuttosto convenzionale che però ha il merito di essere superiore all'originale/ predecessore.
Attori diretti "alla maniera" del cinema muto, accelerazioni dell'immagine ad hoc, cartelli a sancire ed esplicare gli snodi narrativi più importanti. C'è tutto nel film di De Heer, che parla dell'oggi con il linguaggio di ieri.
Il film prova a scavare nel colossale ego di un protagonista decisamente pieno di sé, facendone uscire fuori le contraddizioni e tentando parimenti di mettere a fuoco, attraverso i cliché della commedia brillante, i meccanismi interni di un'impresa di successo.
Tra citazioni, gag e bellone in bikini si consuma il solito copione dei fratelli Vanzina, una commedia balneare che che strizza l'occhio alla grande commedia all'italiana di Risi e Comencini.
L'uscita in poche sale del film girato da Gianluca Rossi e Daniele Giometto è già un piccolo successo, anche considerando le ormai croniche difficoltà, a livello distributivo, di coloro che in Italia tentano l'impervia strada della satira politica.
In un fantomatico magazzino, chiuso dall'esterno e circondato dal deserto, si svegliano, uno dopo l'altro cinque uomini, rimasti senza memoria a causa dell'esposizione a sostanze tossiche.
Tra aneddoti da college movie e picaresche virate verso il pulp, lo script di Adam "Tex" Davis affoga la noia di provincia in una ricerca sistematica del "politicamente scorretto", non disdegnando poi quei toni goliardici che ridimensionano opportunamente la portata degli avvenimenti narrati.
Il film riesce ad esporre con molto acume, senza rinunciare mai all'ironia, una questione tanto urgente; una delle tante che vedono contrapporsi le frange più oscurantiste e reazionarie di marca clerico-fascista alle rinnovate esigenze di una parte della società italiana.
Al centro delle vicende le tribolazioni emotive di una donna fragile e affascinante, sposatasi con l'aristocratico magnate Brooks Baekeland e ossessionata dall'inadeguatezza della sua classe sociale
Tanta psichedelia ed una nomination all'Oscar come Best Original Music per la colonna sonora del Willy Wonka del 1971.
Nu Metal ed Industrial Rock sugli scudi per il quarto capitolo di Saw.
Pochi colpi di genio nello score di Batman Begins nonostante il lavoro a quattro mani svolto da Hans Zimmer e James Newton Howard.
Le orchestrazioni architettate da John Williams compongono lo score del terzo capitolo della saga di Harry Potter.
Hans Zimmer firma una colonna sonora ricca di fascino e di mistero per la trasposizione cinematografica del best seller di Dan Brown.
Sotto il profilo spettacolare, questo nuovo Hulk risulta un film più che dignitoso, che, lungi dall'essere perfetto, sa intrattenere con un buon ritmo, nonostante alcune fisiologiche sequenze di stanca.
Frustrazioni del corpo e della mente che esplodono all'improvviso e mettono in moto meccanismi assai più profondi, radicati nella società, nella superstizione e nella cultura, tenuti sopiti per secoli dalla calma apparente di luoghi avulsi dal progresso e dai ritmi metropolitani.
Non mancano i balli sensuali, le belle ragazze, i locali alla moda, la bella musica, le inquadrature ammiccanti e i buoni sentimenti, ma quando dietro ad un progetto c'è lo zampino di Jennifer Lopez l'esistenza di tutti questi ingredienti trova una sostanziale giustificazione.
Oggettiva metafora dei tragici eventi dell'11 settembre 2001 - da notare gli orari degli 'attacchi' che compaiono nelle prime scene del film - il nuovo atteso lavoro di M. Night Shyamalan finirà nuovamente per dividere pubblico e critica.
Un film indipendente che scompagina le linee guida che definiscono tragico e comico per miscelare lacrime e risate in un racconto leggero e al tempo stesso profondo sull'intollerenza verso la diversità.
Pitzianti si muove su un doppio registro, quello della spensieratezza e dell'amarezza più profonda, come un giovane di fronte all'ineluttabilità degli eventi si troverebbe a reagire.
Stilisticamente il film di Munzi è davvero impeccabile: sempre asciutto, ma ricco di suggestioni e con una bella armonia tra musica e immagini, capace di dotare di senso anche location apparentemente anonime.
Ma il film diretto da Christian Charles si accende, tanto da tenere vispa l'attenzione, grazie a quelle trovate di sceneggiatura (non più di un paio, in realtà) che sconvolgono l'assetto di partenza con la loro morale cinica e beffarda.
Machado costruisce un film crudo e malinconico, sfruttando il topos narrativo del triangolo d'amore per narrare una storia ai confini tra favelas e città, in un Brasile moderno, eppure ancora antichissimo.
Narrato da McNamara con piglio compiaciuto, pretestuoso e a tratti trash, Bratz trova la facile chiave dell'esteriorità e della vittoria facile per raccontare quattro ragazzine moderne, frastornate dall'apparire e dall'avere ma totalmente disinteressate all'essere.
Questo bizzarro piccolo film sfiora a tratti il surreale, soprattutto per la serie incredibile di sventure che la protagonista è costretta ad affrontare, e mostra qualche forzatura a livello di sceneggiatura, ma è dotato a tratti di una sagacia e di una delicatezza fuori dal comune.
L'enigmaticità del prototipo, le ellissi narrative e la voluta incompiutezza della vicenda messa in scena da Miike lasciano il posto ad una narrazione verbosa quanto scontata in ogni suo snodo, in cui le zone d'ombra lasciate dall'originale vengono accuratamente colmate.
La commistione tra montaggio concitato e adrenalinico e uso abbondante della macchina a mano permette al film di preservare il suo taglio impegnato pur non rinunciando a un'estetica accattivante.
La pellicola non riesce a fare lo stesso salto di qualità del romanzo da cui è tratta, e si mantiene sui binari della codificazione impostata dall'autore del libro nel suo incipit.
Il film riesce, utilizzando il registro della commedia, a raccontare le enormi mancanze dell'istituzione scolastica e di quella familiare e soprattutto l'allarmante abuso di psicofarmaci che progressivamente si stanno imponendo anche nella fascia adolescenziale.
Le vite delle sexy cittadine mutano accanto ai loro uomini, non sono più le trentenni che passano da un Cosmopolitan ad un letto ogni sera diverso. Non senza rimpianti, i tempi della loro spensierata singletudine sono finiti per far spazio all'amore.
Un remake in cui il classico meccanismo del gatto che rincorre il topo si trasforma nella catarsi di un nuovo surreale e invincibile supercattivo che gioca a nascondino con la sexy-eroina di turno poco vestita, una sorta di Lara Croft dell'assolato deserto texano.
Alexandra è ad un tempo una donna semplice e umanissima e un simbolo della Madre Russia e della prospettiva femminile sul martirio e l'insensatezza della guerra.
Il film di Paul Weiland non regala all'innumerevole schiera di marriage-comedy alcuna nota innovativa, ma è un'occasione per vedere Patrick Dempsey nei panni del donnaiolo che finalmente paga le sue colpe soffrendo le pene d'amore.
La presunta innocenza della vita nomade e pastorizia, fatta di valori solidali, compromessi con la natura e rigida divisione sociale del lavoro, è raccontata attraverso la sapiente modulazione dei registri narrativi, sempre in bilico tra accenti da commedia nera e un solido documentarismo.
Cantet ha fatto un'avventura dello spirito che ha la forza spaventosa di un poliziesco e la lucidità abbagliante di una nuova e tutt'altro che ecclesiastica parabola biblica.
Sorrentino imprime un ritmo indemoniato e sceglie la strada dell'eccesso senza compromessi, come a voler comunicare l'irrappresentabilità convenzionale di un uomo dai troppi misteri e dalle troppe sfaccettature.
In un'edizione di Cannes che ha visto brillare due pellicole del nostro Paese, bisogna dire che l'Italia non ha portato altrettanta fortuna a Wim Wenders, considerato che il suo Palermo Shooting è stato tra i film più maltrattati dell'intero Festival.
L'idea di un documentario che potesse raccontare il mito Maradona, è buona e se un regista come Kusturica ci lavora per circa tre anni, sarebbe lecito aspettarsi qualcosa di interessante. Purtoppo l'impressione finale è negativa: l'opera sembra monca, incompleta, portata a termine a fatica e riempita di immagini e sequenze che inappropriate o sono ripetute all'infinito.
La nascita della comunità di Nomadelfia e la vita del suo indimenticato fondatore e benefattore Don Zeno Saltini protagoniste della miniserie in due puntate che chiude la stagione fiction di Raiuno. Protagonista nei panni del sacerdote un commovente Giulio Scarpati.