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Figurativizzato nel personaggio di Cecilia, Woody Allen realizza un omaggio alla filmografia della sua adolescenza generando, allo stesso tempo, una nostalgica e profonda riflessione sul ruolo assolto dalla settima arte, sullo sguardo spettatoriale e sui processi di identificazione attivati dalla narrazione cinematografica.
Lo spettatore non sa più dove si sia e, nella con-fusione delle coordinate, non sa più nemmeno comprendere se ciò che è dato vedere appartiene all'ordine dell'impressione di realtà oppure è soltanto virtualità e fantasmagorìa, che possono sorgere, oramai, e in modo indistinto, dall'immaginazione dell'artista, da quella dei personaggi e, persino, dalla fruizione spettatoriale. Passato, presente e futuro si fondono e negano ogni distinzione.
Con questo grande, frammentato eppure organico affresco, il regista riesce a fondere istanze tipicamente popolari a una visione del cinema come contaminazione di generi e forme estetiche (il documentario, la musica, la poesia) per uscirne con un film che va fruito in modo immediato e istintivo.
Pur delineandosi come una leggera, divertente ed esplicita parodia meta-cinematografica, Misterioso omicidio a Manhattan non rinuncia a una vena crepuscolare e malinconica
Anche la struttura drammaturgica e la dinamica narrativa dell'opera acquistano un valore decisamente pregnante. 'L'anno scorso a Marienbad' assume valore di testimonianza quasi antropologica: il tempo immobilizzato del racconto serve a meglio esprimere l'impossibilità dell'uomo contemporaneo di percepire distintamente, di provare emozioni e, infine, di produrre azioni consapevoli.
Ci sono voluti nove mesi ininterrotti di lavorazione e un grande sforzo produttivo, ma il risultato è un film che sa parlare al pubblico, con una grande attenzione alla caratterizzazione dei personaggi e contemporaneamente alla cura dell'aspetto spettacolare.
Per quanto il regista continui a negare il fatto che questo sia un tentativo di ricalcare l'esperienza di Paris, Texas, il pallore di questa (quasi) fotocopia ci ricorda impietoso l'incapacità del regista, negli ultimi anni, di realizzare un film degno del suo nome.
L'impero dei lupi è un film confuso e urlato, dove persino l'onesto mestiere e la simpatia di Jean Reno affogano senza lasciar traccia.
Una fiaba come tante, con pretese filosofiche eccessive, ma con una colonna sonora degna di un grande maestro.
Una piacevole commedia romantica diretta dai fratelli Farrelly, che pur mantenendo inalterate le caratteristiche più "codificate" del genere, piazzano in alcune sequenze spruzzate del loro umorismo acido e politically uncorrect.
Natalia Estrada, bellezza mediterranea sempreverde, racconta ai giornalisti il suo ruolo da doppiatrice per il film 'Gaya', con tanta disponibilità ed un pizzico di autoironia.
Paradossalmente l'aspetto romantico del film, nonostante la presenza della veterana Nora Ephron alla regia, è quello meno riuscito e finisce con il cancellare anche quel poco di buono che era stato costruito nella prima metà della pellicola.
Intervista con Kledi e Andrea Barzini, rispettivamente protagonista e regista del film Passo a due.
Dalla fervida mente di Costanzo il primo film italiano sul ballo, che mostra una realizzazione tecnica ai limiti del ridicolo e una banalità di sceneggiatura unica, veicolando un certo tipo di messaggio (e di cinema) che ci sentiamo di respingere con forza.
Un film incerto del (finora modesto) regista di 2fast 2 furious, sempre in bilico tra tensione drammatica e cedimento ad una certa tendenza videoclippara.
In un incontro con la stampa dalle parentesi decisamente spigolose, Placido e la sua squadra, con tanto di intero cast al seguito, hanno presentato a Roma l'atteso Romanzo criminale.
In un cinema Trevi più affollato che mai, si è svolta la conferenza stampa di presentazione di Terra di Siena Film Festival, la manifestazione ospitata dalla città toscana che si svolgerà dal 26 settembre fino al 2 ottobre giunta alla nona edizione.
Per creare il fantastico immaginario di La fabbrica di cioccolato, Tim Burton ha necessitato del fondamentale contributo dei tecnici dell'animazione e dell'effettistica più di avanguardia.
Il film non ha un target di pubblico ben definito, ma è diretto a tutti coloro che amano i mondi immaginati un po' strampalati di Burton, adulti, bambini e...cani, come sostiene candidamente lo stesso regista.
Un film dall'alto tasso comico, vulcanico allo stesso tempo nell'esibizione di una fantasia magica e contagiosa.
La scelta estetica e programmatica di Smith è quella di pedinare fin dall'inizio la sua protagonista abusando delle angolazioni delle posizioni di camera che vogliono indurre in chi guarda l'impressione che qualcuno stia spiando la ragazza.
Purtroppo l'operazione, in Italia, subisce il peso del doppiaggio di Aldo che conferisce al pargolo la propria caratteristica inflessione siciliana e tutti i modi di dire che gli hanno dato successo insieme a Giovanni e Giacomo.
Il film di Vinterberg e Trier si configura apparentemente come un romanzo di formazione, un tragico percorso di crescita di un gruppo di ragazzi che prendono coscienza, quasi per caso, delle contraddizioni e dei dolori del nostro tempo, mentre la politica e l'attualità si fondono con il loro dramma esistenziale.
Si cerca di restituire, con mezzi stilistici evocativi, una violenza vera, talvolta terrorizzata e, talaltra, raggelante, perché è un flusso che passa, in una ininterrotta relazione di scambio, tra il soggetto personaggio e il soggetto spettatore.
Documentario/denuncia/propaganda. C'è tutto (e niente) nell'ultima fatica cinematografica di Sabina Guzzanti
Meirelles sembra sentirsi con le spalle sufficientemente coperte da potersi concentare sullo stile visivo e sulla tecnica, non sembre rispettando le esigenze del copione.
Grandi applausi e soddisfazione generale nel cast di 'La bestia nel cuore', pellicola accolta con caloroso entusiasmo sia dalla critica che dal pubblico veneziano. Il cast quasi al completo si stringe intorno alla sua regista in conferenza stampa.
Il film si prende troppo sul serio e dopo un inizio equilibrato sprofonda nella più triste comicità involontaria. Allo spettatore non resta che chiedersi il perché di una scelta registica tanto inspiegabile da sfiorare il suicidio artistico.
Claustrofobico a livelli di guardia, cruento ed estremo come pochi horror contemporanei sanno essere, nonchè privo di sbavature nella messa in scena e nell'uso delle musiche, The Descent è un grande film di genere, tutto al femminile, a cui è davvero difficile trovare punti deboli.
Alternando bianco e nero al colore, rallentando le immagini e sovrapponendo didascalie tratte dai dialoghi, Patrice Chéreau si avvale con parsimonia di tecniche cinematografiche per arricchire l'impostazione teatrale del soggetto.
L'esordio registico di Shreiber non delude né come film a se stante né tanto meno come adattamento, i motivi sono probabilmente da rintracciarsi proprio nel personale e profondo attaccamento di questo neo-regista alla storia che racconta.
Quello che stupisce di più e che più irrita del film di Turturro è la sua falsità, la sua evidente artificiosità, il suo essere il prodotto di un regista che sentendosi profondamente intellettuale gioca a fare lo sboccato, lo sregolato ed il filmicamente anarchico.
Burton mette tutta la sua onnivora passione cinefila e il suo sguardo da eterno bambino, nel disegnare i luoghi e personaggi del suo film, dandoci in pasto alcuni dei momenti più spassosi che si siano visti da molto tempo a questa parte.
Sottratto di ogni orpello e enfasi drammaturgica, tanto da generare anche nel pubblico più aperto una sensazione erronea di esagerata distanza e di presunto estetismo, Everlasting Regret è in realtà un saggio di cinema che cattura per vie diverse ed impervie.
Scevro da qualsiasi reducismo, Garrel. Non gli interessano i proclami. Non spiega, non pontifica. Mostra. Gli basta pochissimo per restituire l'impatto e la drammaticità di un momento che segnerà milioni di persone.
Partendo dai generi, i film di Kubrick hanno sempre teso a manifestare, alla massima potenza, le virtù straordinarie del mezzo-Cinema: l'immagine più il movimento più la scrittura più la musica più il montaggio e più ancora, dentro un grumo inestricabile al cui interno nulla è più scindibile da nulla, nel miraggio d'una comunicazione ormai onnicomprensiva e massimamente performante.
The Killing narra dell'eterna storia dell'uomo e di quell'ironia che si chiama vita. Ovvero: dell'uomo che, per ironia, qual siano i suoi progetti e i suoi sogni, e di conseguenza il suo agire, finisce sempre col ritrovarsi di fronte all'imprevisto.
Si aprirà nell'ottobre prossimo una kermesse di cinema tutta romana. Tra polemiche, timori, aspettative, e qualche (azzardato?) paragone zoologico.
Venezia celebra e onora del Leone d'oro alla carriera il maestro indiscusso dell'animazione made in Japan - e non. Lo schivo Miyazaki, in conferenza stampa, ha parlato di tutta la sua straordinaria carriera.
Pur presentando vari spunti di rara genialità, l'ultima pellicola dell'inglese John Irvin, presentata al Festival di Venezia 2005 fuori concorso, resta un tentativo ammirevole ma non pienamente riuscito.
Dopo l'accoglienza estatica del suo film a Venezia, Tim Burton viene accolto da un'ovazione in conferenza stampa: un vero trionfo per di The Corpse Bride
Un risultato assolutamente godibile anche se manca un po' di forza, come se il regista avesse scelto di alleggerire volutamente il proprio stile in funzione dell'argomento fiabesco e del target di pubblico a cui si rivolge.
La bellezza di alcune sequenze fa perdonare un'eccessiva lunghezza, causata da alcuni rallentamenti di ritmo nella parte centrale del film.
Una sceneggiatura con buone potenzialità va in parte sprecata a causa della regia confusa e spesso fuori luogo di Iain Softley.
Il Leone d'oro alla carriera assegnato il 9 settembre da Marco Mueller, direttore della 62esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, al sessantaquattrenne autore di film come Il castello di Cagliostro e Nausicaaa della valle del vento rappresenta il giusto riconoscimento al contributo che Miyazaki ha dato non solo all'animazione, ma a tutto il cinema.
Film ambiguo e discutibile, a volte esasperante e di difficile metabolizzazione, ma anche un film che non lascia certo indifferenti.
Romance and Cigarettes riceve un'accoglienza calorosa, e John Turturro si concede ai cronisti in compagnia dei suoi pigmalioni, Joel e Ethan Coen.
L'ultima complessa opera di Abel Ferrara è stata presentata in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Il regista si presenta davanti alla stampa pronto a dar vita ad una discussione profonda ed onesta sui temi toccati dal suo film: fede e religione.
Terry Gilliam presenta a Venezia la sua versione dei fratelli Grimm, circondato dal suo variopinto cast, dai 'fratelli' Damon e Ledger alla splendida strega Monica Bellucci.
Dopo un buon inizio, abbastanza divertente ed equilibrato, Crowe perde il controllo narrativo abissando la pellicola con interminabili lungaggini, banalità evitabili e virando progressivamente sui toni melensi ed artificiosi.