Ultimi articoli sui film e cinema, con approfondimenti e speciali a cura della redazione
Tanti gli elementi discontinui che non fanno altro che accentuare la natura episodica e frammentata del film di Newell, non il peggiore né il migliore di quelli prodotti finora dalla franchise cinematografica.
La rocambolesca avventura del più scalcinato tra gli agenti di attrazioni del sottobosco newyorkese raccontata con eleganza e leggerezza.
Un'ordinaria storia di follia, sia in senso narrativo che realizzativo, in un film un pò troppo ambizioso, che si rivela un lavoro sicuramente dignitoso ma al di sotto delle proprie possibilità.
L'esperienza delle riprese di Fratelli, primo lungometraggio di Paola Columba, girato in un piccolo angolo del Molise.
Il racconto di uno scorcio di vita di due amici aspiranti cantautori in quel di Cuba serve al regista-sceneggiatore per andare a fondo di alcune delle problematiche socio-politiche che condizionano pesantemente la vita dell'individuo nell'isola di Castro.
Il Torino Film Festival festeggia i suoi ventitre anni di vita perseverando nel solco di una tradizione che tiene in vita quella magia evocativa e quel potere immaginifico che il cinema continua a mantenere intatto.
Walk the Line è fiilm senz'altro dignitoso: discretamente girato e ben recitato, rimane però un prodotto sostanzialmente anonimo, la cui storia si mimetizza in mezzo a tante altre che sono state raccontate di recente e non.
Incontro con i cordiali e disponibili interpreti del garbato film su Cuba, e con il regista Benito Zambrano.
Alla conferenza stampa romana il regista, il cast femminile e la produttrice ci raccontano com'è nato il film e quanto gli adolescenti di oggi potranno ritrovarsi in un film che è stato vietato ai minori di 14 anni.
Un film facilmente dimenticabile, in evidente confusione tra l'esigenza (e l'urgenza) di mostrare e l'auto-divieto di non spingersi mai oltre un limite ben preciso per non turbare lo spettatore.
Una irriverente Holly Hunter e vaghi richiami al capolavoro dei fratelli Coen non riescono a salvare dalla mediocrità una dark comedy poco convincente.
Un horror che non fa mistero delle sue influenze, ma che è caratterizzato da una messa in scena di tutto rispetto e da un'efficace traduzione in immagini di un orrore tutto umano, e per questo tanto più disturbante.
Cannon dirige il film con mano sicura e rende comunque godibile la storia, costruendo un film fluido ed accessibile, a tratti coinvolgente ed emozionante nonostante l'eccessiva banalità di molte scelte nello sviluppo del plot.
La marcia dei pinguini è un film per famiglie genuinamente emozionante e divertente, con qualche immagine di una poesia e di una dolcezza davvero toccanti.
Il premio Oscar Robin Williams a Roma per presentare il suo ultimo film, la dark comedy The Big White, improvvisa un vero e proprio show con imitazioni, rap e un italiano irresistibile.
In una fattoria del Wyoming, quattro persone si ritrovano insieme a condividere rancori, paura e voglia di ricominciare. Attraverso la difficile via del perdono recupereranno la fiducia nel futuro.
Conferenza stampa romana per il biologo-regista, autore de La marcia dei pinguini, documentario naturalistico che ha ottenuto un successo inaspettato in tutto il mondo.
Le protagoniste del film In her shoes, ovvero le grintose, biondissime ed ironiche Cameron Diaz e Toni Colette, in compagnia del regista Curtis Hanson, si prestano a rispondere alle domande dei giornalisti, in un'ampia sala del lussuoso hotel Eden di Roma.
Niccol, regista affermato nonostante i suoi appena due film, delude nella messa in scena di un film che vuole strafare ma che non riesce a coinvolgere.
Dall'autore di 'Come due coccodrilli', una storia di rivelazioni e di dolori adolescenziali con un cast di giovanissimi.
Nella sua struttura di racconto, e nelle dinamiche messe in gioco, il film di D'Alatri si definisce, più o meno precisamente, nell'orizzonte della 'morfologia della fiaba', quella attorno a cui ha esercitato per lungo tempo la sua analisi Vladimir Propp.
Se l'intenzione è più che buona, in periodi di saturazione audio-visiva, i risultati sono altalenanti, per un film tutto al femminile: mai spiacevole, ma troppo lungo e sbilanciato sotto il profilo dell'attenzione stilistica.
Finalmente un rifacimento con idee di reinventare un discorso, però non per scardinarlo e soppiantarlo cinicamente, bensì per rinforzarlo e addirittura per aumentarne il valore, se possibile.
Se lo script ha anche la pecca di non riuscire a far emergere in maniera adeguata le psicologie dei personaggi, è la regia dell'esordiente Haggis a mostrare i maggiori limiti con delle scelte francamente opinabili.
L'indipendenza creativa e la sua visione artistica non compromissoria hanno fatto di Gilliam una figura difficile e controversa per gli standard di Hollywood, nonché un regista poco prolifico suo malgrado.
La fine del sogno americano celebrata alla maniera di Hunter Thompson consta di sballo totale, cocktails di mescalina, rhum ed etere e poco, pochissimo tempo da trascorrere mantenendosi lucidi.
Un potente incubo metropolitano costellato di frammenti onirici degni del miglior Fellini e abbondamente cosparso del più tipico humor inglese targato Monty Python.
Pupi Avati sceglie di scrivere e dirigere una storia delicata e malinconica con tocco leggero puntando, ancora una volta, su un cast che contiene qualche inaspettata e piacevole sorpresa.
Gag minimali che si susseguono senza soluzione di continuità, confezione curatissima e di sicuro effetto, risate facili e sprazzi di poesia.
Un peccato constatare che l'ansia di normalizzazione e le necessità di political correctness siano riuscite ad appiattire alcuni spunti potenzialmente interessanti, come le ansie relative al terrorismo ed il generale senso di paranoia che riguarda l'altro nel mondo di oggi.
Vai e vivrai è un film di emozioni semplici, girato con piglio quasi documentaristico e con quello sguardo innocente che è proprio del suo piccolo protagonista, ma è anche un film molto ambizioso, che si muove su molteplici piani per riflettere su pagine, più o meno conosciute, della Storia recente.
Sforzandosi di evitare l'invevitabile e scomodo confronto con il capolavoro di Carpenter, il film finisce con l'essere apprezzabile, come un discreto action movie.
Crowe non è di quegli autori incapaci di autocritica nei confronti del proprio lavoro ed è stato abbastanza intelligente da capire da solo cosa non funzionava nella versione di Elizabethtown presentata al festival di Venezia e di farne montare una decisamente più soddisfacente.
Regista dal grande talento, Kim Ji-woon continua a muoversi inequivocabilmente all'interno del cinema di genere, territorio più idoneo per la ricerca formale, in virtù della copertura offerta dal rispetto delle regole narrative
Una lunga chiacchierata con il regista ed il protagonista di Vai e Vivrai, intensa storia umana sullo sfondo dell'Israele di oggi e ieri, visto attraverso gli occhi di un giovane ragazzo dell'Etiopia.
Già presentato alla Quinzaine del Festival di Cannes di quest'anno, e ora passato a Roma all'Asian Film Festival, questo The Buried Forest ha le cadenze e gli umori di un sogno che lentamente invade la realtà.
Breve carrellata su un autore emergente e anticonformista del cinema statunitense.
Riproposizione del personaggio che aveva reso famoso Rodriguez, in un film molto ben orchestrato, che ha la pecca, però, di prendersi troppo sul serio.
Un film interessante e problematico come tutte le opere di Kim Ki-duk, pur nei limiti della riproposizione di formule e "marchi" autoriali che forse il regista dovrà rivedere criticamente.
Napoleon Dynamite e il suo sfigato, ma strano universo raccontato da Jared Hess e Jon Heder.
A poco meno di un mese dall'arrivo nelle sale, le ultime notizie e curiosità sul quarto film dedicato ad Harry Potter.
Il clima spensierato e multilinguistico dell' "appartamento" e dell'età del divertimento, qui si trasforma in un approfondimento sul tema dei trentenni che navigano a vista.
Un'interessante produzione indipendente che, nonostante le evidenti pecche e una certa debolezza d'impianto, va encomiata per il coraggio e la passione infusi in un progetto alquanto lontano dal gusto comune.
Arriva in sala il film di Marc Rothemund su Sophie Scholl, una delle poche eroine della resistenza tedesca durante la seconda guerra mondiale: una gelida ricostruzione degli ultimi sei giorni della sua vita.
E' un film riuscito solo in parte, questo secondo episodio della "trilogia americana" del regista danese: qualche lungaggine narrativa e scelte estetiche discutibili ne smorzano in parte il messaggio, ancora una volta comunque in grado di suscitare riflessioni e discussioni.
Un thriller elegante, dal sapore di altri tempi, sorretto da buone interpretazioni e affascinanti ambientazioni, che manca solo in parte l'obiettivo nella sua anima più politica.
Un film divertente e adrenalinico, con azione mozzafiato coniugata nei modi più vari ma che sa ritagliarsi i suoi momenti romantici e regalare sprazzi di commedia. Avvincente e ben fatto, poco più di due ore che passano veloci in un'orgia di esplosioni, corse e acrobazie.
Il 14 dicembre si avvicina e cresce la febbre per King Kong, il remake più prestigioso dell'anno, e un sogno che diviene realtà per Peter Jackson, hobbit neozelandese incoronato da Hollywood.
All'interno di un'operazione a tal punto imponente, anche il linguaggio e lo stile del Cinema hanno subito un processo di messa in discussione, al fine di scoprire e inventare nuove modalità di comunicazione, più pronte ad esprimere l'entità incommensurabile di riflessioni, tracce e relazioni contenute nel progetto coppoliano.
Dentro la chiave interpretativa del viaggio abissale, ultimo e definitivo, viaggio della conoscenza dopo il quale non può esistere altro viaggio e altra conoscenza, si riassorbe tutto il dicibile sul film.