Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Zack Snyder è riuscito ad omaggiare un capolavoro come il film di Romero del 1978 ed al contempo ha realizzato un film efficace e legato alle ansie della contemporaneità.
Ken Loach, come suo solito, tratta un tema molto difficile e firma un lavoro toccante, capace di muovere alla riflessione su una situazione che ormai interessa chiunque si affacci sul mondo del lavoro.
Diciamolo subito e senza timore, ci troviamo davanti ad un capolavoro: un secondo volume che, dove manca di azione, supplisce di emozioni e sentimenti reali.
Un tentativo di fare cinema calato in una certa realtà culturale, in un humus che abbia una sua specificità, che però si infrange sugli scogli di uno script abbastanza inconsistente.
Il film, se non lo si prende minimamente sul serio, si lascia guardare, almeno nella prima parte; poi si trasforma in una risibile, paranoica e tronfia spy story, tutta ritmo, montaggio da videoclip ed esplosioni fragorose.
Una commedia romantica dolce e surreale, firmata da due registi che hanno dato il meglio nel genere poliziesco: un film che emoziona nonostante il tono volutamente "leggero" della narrazione.
Il secondo film del bhutano Khyentse Norbu si rivela una bella sorpresa, un'opera fresca, intelligente e visivamente di grande fascino, sorprendentemente firmata da un regista che non si reputa un professionista del cinema.
I colori lividi che raffigurano le immagini di questo lungometraggio sono un tappeto di morte visiva, una colonna sonora per una Via Crucis densa di speranza fino all'ultimo istante.
Nell'ora e mezza circa del film, ascoltiamo versioni magistrali di It Had to Be You (motivo ormai indissolubilmente legato al romanzo d'amore tra Harry e Sally), Let's Call the Whole Thing Off e Where or When, il cui testo sembra quasi un riassunto poetico dell'intreccio centrale del film...
Una bravissima Kathy Bates ed una meravigliosa Jessica Tandy protagoniste di un film intenso basato sui temi dell'emancipazione della donna, delle discriminazioni razziali e delle ingiustizie sociali, ma capace anche di una deliziosa ironia e di un certo humor "nero".
Giù applausi convinti per quest'opera prima di tal Tony Kaye: c'è il film che di tanto in tanto scivola nel didascalico, ma c'è anche e soprattutto la pellicola che scava senza retorica e demagogia nell'universo personale di uno dei tanti borderliner che punteggiano la periferia americana.
L'ennesima trasposizione cinematografica di un racconto o romanzo di Stephen King che vede come protagonista uno scrittore alle prese con i fantasmi che scaturiscono dal proprio lavoro.
Evilenko è un film che vive sì della grande performance di Malcom McDowell, ma che si rivela anche un'interessante e originale riflessione politica, sociale e psicologica.
dolorosa riflessione sul potere e sul grande prezzo da pagare per avere delle responsabilità, che spesso poi si rivelano più portatrici di oneri che di onori.
Campione d'incassi ad Hong Kong nel 2002, grande successo in tutta l'Asia e iniziatore di una trilogia che ha generato un sequel e un prequel, questo "Infernal Affairs" rappresenta sicuramente uno dei titoli più importanti del "nuovo" cinema cantonese.
Ritmo, qualità della messa in scena, padronanza tecnica, direzione degli attori, humor nero e continue trovate geniali fanno di 'Reazione a catena' un film memorabile. Qui si ri-inventa l'horror, lo si estremizza con gli eccellenti effetti gore, lo si spinge verso l'avanguardia.
La tematica del confronto culturale viene finalmente proposta in un interessante sprazzo di originalità, corrotto certo qua e là da trovate così concretamente realistiche da scadere facilmente nel volgare più gratuito.
Il film non ha molte più pretese di quante non ne avesse la serie animata che lo ha ispirato, sennonché il bambino di allora che oggi assiste alle avventure della Misteri e Affini resta attonito di fronte all'abissale pochezza del canide che ne è protagonista.
Un approccio molto moderno e personale, quello di Luna, che vede una fusione tra il documentarismo - con i contributi delle stesse donne che avevano offerto la loro testimonianza a Isabel Pisano, e la fiction - con le sezioni del film che vedono protagoniste Daryl Hannah e Denise Richards.
Questo film segna il ritorno al cinema, dopo la trilogia dell'Anello, dell'americano di sangue danese Viggo Mortensen, al galoppo verso nuove mirabolanti avventure nell'arsura nel deserto arabico.
De Oliveira sembra volerci dire che analizzando la storia umana è molto facile accorgersi dei grandi paradossi della nostra civiltà, soprattutto quando sono messi a nudo dalle semplici domande di una bambina curiosa.
Un dolce, toccante "viaggio" autobiografico che ha i sapori e i colori di un'età irripetibile: questo è l'ultimo film di Alejandro Agresti, uno dei maggiori cineasti argentini contemporanei.
Non era impresa facile far rivivere Frida Kahlo in un film, eppure la regista Julie Taymor è riuscita ad equilibrare le esigenze narrative cinematografiche con il materiale storico e biografico a disposizione, senza sbiadire la figura dell'artista, ma riuscendo a raccontare abilmente la sua vita straordinaria ed uno stralcio di storia.
Un grande quadro, in cui troviamo un gran numero di elementi insoliti mescolati in una logica distorta e malata.
E' complesso penetrare l'intimità dello spettatore: questo film ha tutte le carte in regola per farlo.
La pellicola scritta da Mike White funziona come una bomba ad orologeria, è piena di piccole gag irresistibili, di un gruppo di divertenti ragazzini, di musiche straordinarie, e vive sullo stato di grazia di un indemoniato Jack Black.
Dopo Santa Maradona, ecco l'ennesima commedia sulle inquietudini generazionali di trentenni in fuga con l'aggiunta del colpo grosso a soluzione finale.
Un film coraggioso nello scegliere di mostrare elementi cupi e dark, dalle molte sottoletture, ma che non perde di ritmo e di mordente nel raccontare una grande avventura in grado di affascinare i più piccoli.
Un vero e proprio "caso" cinematografico, con una campagna pubblicitaria e mediatica senza precedenti: ma cosa c'è di concreto, oltre all'estremamente grafica odissea "gore-religiosa", in questo terzo film da regista di Gibson?
Un cinema che vola basso e si nasconde troppo spesso in un macchiettismo irritante e in alcune involontarie pretese simil-sociologiche sul nuovo femminismo e sulla crisi d'identità dell'uomo moderno.
Dopo il bellissimo e personale "PTU", Johnny To, coadiuvato da Wai Ka-Fai, torna a un cinema di stampo più commerciale, che tuttavia non manca di mostrare, in questo caso, spessore e buon senso dello spettacolo.
Le ambizioni di un giovane cronista di provincia, desideroso di lavorare nel mondo del cinema anche a costo di mille sacrifici e di umiliare sé stesso, vengono soffocate ben presto da una Hollywood che induce paura e, allo stesso tempo, rispetto.
'Fratelli per la pelle' è il classico film realizzato da chi si diverte a maneggiare la macchina da presa e lo fa con presenza di spirito, idee ed una straordinaria energia.
Ci troviamo di fronte ad una storia che tocca tutti nel profondo, che ci parla di accettazione della propria realtà, per quanto tragica o difficile possa essere.
Anche visto a vent'anni dall'uscita, 'Sangue facile' è un film che conserva una carica esplosiva e disturbante che ha davvero pochi rivali nella cinematografia di ogni tempo.
"Il costo della vita" è una commedia francese che solo apparentemente sembra volerci parlare del denaro, perché in realtà riesce, nel modo più delicato e fine possibile, a raccontarci dei sentimenti.
Dopo lo straordinario successo de La maledizione della prima luna, la Disney ci riprova e torna nelle sale con un nuovo film ispirato ad un'attrazione del parco giochi per antonomasia, Disneyland.
Un risultato davvero modesto, per l'esordio alla regia di Matteo Petrucci: un thriller scritto e recitato male, con una regia pretenziosa che soffre della smania di stupire a tutti i costi con ogni singola inquadratura.
Questo "sequel" (più di nome che di fatto) del thriller di Kassovitz si rivela purtroppo un totale fallimento, a causa di una sceneggiatura del tutto risibile e di una regia piatta e anonima.
Robert Altman trasporta il pubblico sul palcoscenico nel profondo del balletto in una pellicola che appartiene più al genere documentario anche se non è classificata come tale.
Partendo da uno spunto che potrebbe anche essere interessante, ma che risulta datato e in alcuni momenti involontariamente comico, lo svolgimento diventa presto falso e pretensioso.
Bastava il titolo per illuminarci sul tema del film: è l'ora e mezza successiva che ci sembra uno spreco di pellicola e di talenti per un Rubini che convince sempre meno come regista e sempre più come attore.
Avary riesce in pieno, come sceneggiatore e come regista, a rappresentare attraverso il medium cinematografico la freddezza, il distacco, il sottile sarcasmo ed il cinismo dello stile narrativo dello scrittore americano Bret Easton Ellis.
Dopo "I fiumi di porpora", Mathieu Kassovitz resta nei territori del cinema di genere, confezionando un prodotto di puro intrattenimento che risulta tuttavia complessivamente godibile.
Un film fatto di binomi contrapposti e indissolubili che segue coppie (e più raramente trii) di attori/musicisti attraverso brevissimi sketch surreali ed esilaranti.
Un esordio curioso, questo dei due giovani registi Claudio Fasti e Serafino Murri, un piccolo film basato su un idea di cinema coscientemente anti-spettacolare, concepito come un progetto work in progress.
Un dramma struggente da seguire con fazzoletto alla mano. Una storia portata in grembo e partorita dalla scrittrice Margaret Mazzantini diventata un film doloroso ed emozionante per merito del marito Sergio Castellitto.
Se l'esordio di Yann Samuell convince dal punto di vista estetico, meno riuscito risulta l'andamento del plot, che si impantana in un romanticismo eccessivo, a volte involontariamente freddo, quasi sempre sopra le righe.
Una classica commedia romantica a sfondo newyorkese unita ad uno spirito dissacrante sullo stile dei fratelli Farrelly. Ma il risultato è tristemente mediocre.
Purtroppo Giovanni Veronesi non osa praticamente nulla: dopo aver inquadrato a sommi capi il contesto generazionale, l'opera si ferma qui.