Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
"Il regalo più bello è la solidarietà, il calore umano, l'affetto. Credo che la gioia sia proprio questa" (Dal diario di Agnese, Harriet Andersson).
Ennesimo capitolo della serie Venerdì 13 proposto in un film che, per quanto non eccelso, si fa vedere per alcune trovate della sceneggiatura piuttosto interessanti. Sicuramente godibile per i fans del genere.
Adattamento dell'omonimo romanzo, il film è la storia estrema del morboso rapporto tra madre e figlio che si perdono nella squallida notte di un'isola delle Canarie.
Coralità e ricerca dell'amore e dell'accettazione sono i temi perseguiti abilmente da Intermission, gradedevole black comedy inglese dal ricercato equilibrio narrativo, diretta dall'esordiente John Crowley, regista proveniente dal teatro, come lo sceneggiatore Mark O' Rowe.
Un thriller-horror convenzionale, piatto, sostanzialmente senza idee: un inizio tutt'altro che esaltante per la puntuale "invasione" horror estiva nelle sale della penisola.
Uzak è un bellissimo film del cinema contemporaneo che con esso ha poco da spartire. È una storia semplice su due persone cresciute nei propri involucri e divenute incapaci di relazionarsi con gli altri.
Il viaggio di Ulisse, idealmente un percorso unico verso un'ipotetica meta, è diviso in singoli quadri con una vita propria, non necessariamente concatenati l'uno con l'altro, ma la discontinuità non influisce sui tempi comici del film.
Nonostante qualche divertente e significativa gag, a lungo andare tutti questi corpi nudi, tra giovani, vecchi e flaccidi, stancano lo spettatore, ammorbato da una vicenda terribilmente monotona.
L'intreccio gira come un orologio, tanto che la critica ha definito il film "se non il migliore dei due fratelli, sicuramente il più armonioso e compatto".
Un evento fondamentale per la storia degli Stati Uniti, nel racconto di un regista che vuole emozionare, correndo sul pericoloso filo della retorica.
Una storia d'amore e dissoluzione sullo sfondo di due solitudini che si scontrano.
Tra avvenimenti grotteschi, divagazioni prive di senso diegetico, infrazione di molteplici convenzioni narrative, i Coen ci immergono chirurgicamente all'interno di un mondo assurdo, meschino e crudele, dominato dall'opacità.
I fratelli Coen continuano a rendere omaggio al cinema americano con cui sono cresciuti, senza perdere di vista il loro personalissimo stile e la loro vena più graffiante.
Una struggente storia d'amore e solitudine, in cui a dominare è un malsano romanticismo incredibilmente tetro: peccato che a lungo andare i dialoghi, oltre a risultare ridicoli, comincino a narcotizzare lo spettatore.
Si chiude il sipario. Il pubblico si alza in piedi, applaude gli attori ma invoca lo scrittore che ha concepito quella meravigliosa pièce teatrale. È nato un autore colto e raffinato: si chiama Barton Fink.
Un film che pecca forse di eccessiva esuberanza macchiettistica, ma considerati i risultati esilaranti, si fa fatica a considerarlo in difetto.
Un film esile e di facile consumo, di cui ci si dimentica in fretta, che nonostante la produzione inglese richiama purtroppo l'inconsistenza di tante commedie hollywoodiane recenti.
Tutto il film è permeato da un sottile black humor, che esprime lo stile di vita di un mondo lontano dal nostro, in cui i valori della religione e della tradizione hanno una grande importanza.
A cinquant'anni dalla sua realizzazione, I sette samurai è oltre la storia del cinema; capolavoro imitato e insuperato, archetipo narrativo e filmico che ancora oggi conquista, esalta, commuove.
"Ho il mantello della notte per nascondermi ai loro occhi, ma se tu non mi ami, lascia pure che mi trovino qui. Preferirei che la mia vita finisse per il loro odio che prorogare la morte senza il tuo amore" (Romeo)
Il film è spesso scontato e sentimentale, ma ridere al cinema non è di questi tempi una cosa facile.
Un onesto quanto scontato thriller dalla discreta ambientazione, condito da un inedito tocco umoristico, non sempre, probabilmente, volontario.
Il film si trasforma spesso in un The Fast and the Furious senza humor, che può solamente accendere gli istinti velocisti di chi guarda.
Valeria Bruni Tedeschi ha desiderato raccontare il suo mondo, e lo ha fatto con ironia in una commedia personale che lascia spazio all'immaginazione.
Se nei primi momenti tutto quel virtuosismo tecnico poteva funzionare, a lungo andare, tra montaggio frammentato e musica hard-rock, risulta soltanto fastidioso e fracassone per il povero fruitore.
Gli ingredienti per una buona opera devitiana ci sono tutti, e il risultato è a dir poco esilarante.
Anche a più di trentacinque anni dalla sua realizzazione, il film di Schaffner non cede di un solo passo e si tiene stretta la palma di icona popolare
I Coen, questo i loro detrattori non potranno negarlo, con questo film, si sono definitivamente ritagliati uno spazio nel nuovo cinema indipendente americano, se a qualcuno Fargo non fosse sembrato sufficiente.
"La maggior parte di noi torna all'infanzia quando entriamo nei bassifondi dell'Asia. E ieri sera ti ho ossevato quando sei tornato alla tua infanzia, con tutti i suoi opposti stati d'animo: risate e pianto, follia e digusto, città gioco e città di paura" (Billy Kwan, Linda Hunt).
Con Ladykillers il cinema dei Coen naviga nelle mansuete acque della commedia leggera e bizzarra, acquisendone e sfruttandone le coordinate più longeve, divertendo quindi a più riprese, ma il tutto all'insegna di una certa ripetitività.
Dall'omonimo fumetto di Graton, approda nelle sale la trasposizione scritta da Luc Besson e diretta da Louis-Pascal Couvelaire. Ma la leggenda è senza adrenalina.
Un'interessante fotografia di un periodo della nazione tedesca di cui sappiamo molto poco, i anche il racconto di una passione che vince il dramma, famigliare e nazionale.
Un'operazione meritoria, il restauro e la distribuzione in sala di questo film, capolavoro del cinema muto e "summa" artistica degli stilemi del cinema di F.W. Murnau.
Japón è semplicemente l'implacabile svolgersi del giornate con l'obiettivo di porre fine a se stessi, per poi, improvvisamente, scorgere una porta socchiusa dal quale giunge un barlume di luce.
Kim Ki-duk parte da un universo isolato, chiuso in sé stesso ed autoreferenziale, per descrivere, con immagini di straordinaria forza e bellezza, il dolore ed i conflitti sempre presenti nell'animo umano.
"C'è un tempo e un luogo giusto perchè qualsiasi cosa abbia principio e fine" (Miranda)
Il film, delimitato temporalmente da due esplosioni, viene alleggerito da un tono ironico che il regista utilizza sapientemente per dimostrare che "tutto scorre"anche quando la morte è sempre in agguato.
Il regista, pur insistendo sul deprimente ambiente in cui le Clam Dandy vivono, non spinge sul pedale dell'acceleratore quando necessario, consegnandoci una pellicola continuamente farcita di sequenze che, troncate improvvisamente, preparano lo spettatore ad impressionanti conclusioni che in realtà non arrivano mai.
"Quello che mi interessava erano gli sforzi che faceva James Stewart per ricreare una donna, partendo dall' immagine di una morta" (Alfred Hitchcock nella celebre intervista-libro di François Truffaut IL CINEMA SECONDO HITCHCOCK)
Un film interessante, sicuramente coraggioso per il modo in cui affronta (per sottrazione, potremmo dire) temi non nuovi per il nostro cinema come la crisi di coppia e il tradimento.
Oliver Stone nel 1991 ha trasposto in versione cinematografica la storia di una delle band più innovative degli anni a cavallo fra i '60 ed i '70.
E' musica calda, a volte gioiosa, sempre piacevolmente sensuale, in naturale contrasto con il titolo del film...
Un terzo episodio che riesce finalmente ad elevarsi a prodotto artistico, laddove i predecessori erano state semplici e lucrose operazioni di marketing.
Divertente commedia degli anni '80 con una Diane Keaton in grande forma e basata sul tema della donna in carriera ma non solo...
Un esempio di commedia di spessore, che nonostante i difetti di sceneggiatura si rivela decisamente interessante per la sua urgenza di raccontare "piccole" storie in cui troviamo riflessi temi universali.
I discepoli del buio avrebbero forse gradito una scaletta più dark-oriented, ma questo disco tutto sommato non sfigura affatto accanto a classici del calibro di Pornography, Disintegration, Closer ed Unknown Pleasures.
Anche se a lungo andare la pellicola può risultare inutilmente fracassona, non si riduce ad essere esclusivamente, come c'era da aspettarsi, un interminabile assolo ad opera dell'ottimo e truccatissimo Mike Myers.
L'idea di accompagnare la pellicola con un soundtrack lo-fi ed un taglio noise ??" rock piuttosto obliquo/alternativo sostanzialmente naufraga davanti ad una serie di canzoni che non rappresentano il meglio del genere.
Panahi ci guida tra le trafficate e grigie vie di una gelida Tehran, dipingendo un quadro opprimente, drammatico ma anche sottilmente ironico dei paradossi e delle ingiustizie della società iraniana.
Il film regala un paio d'ore di convincente intrattenimento e veicola comunque un positivo messaggio "ambientalista", rispettando implicitamente le indubbie differenze tra verità o teorie scientifiche e finzione cinematografica.