Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Kundun è un film reverenziale che non s'interroga sul valore dei riti e dei rituali del buddismo. È un'opera visivamente bella, interessante ma spiacevolmente semplicistica.
Il film, malgrado sia a tratti piuttosto volgarotto e grossolano, riesce a rendere con una certa efficacia le difficoltà dei giovani gay che vogliano provare ad affermarsi in settori a loro tradizionalmente preclusi (come lo sport).
Il regista, complice anche qualche virtuosismo tecnico che ben si sposa con la cultura delle vignette disegnate, ci regala avvincenti e riuscite sequenze d'azione.
Alì è stato più di un campione dello sport, è stato - è - un simbolo e il film di Mann omaggia ciò che lui stesso ha sempre saputo, di non essere uno qualunque, ma il più grande di tutti.
Un ritratto graffiante e realistico di uno dei più grandi pugili della storia e allo stesso tempo una profonda analisi, ricca di significati extrabiografici e simbolici, su di un personaggio ossessionato e soverchiato dall'abbraccio matrigno della sua cultura.
Il muro è un lavoro interessante, la cui anima è nell'orizzonte coperto da questa infame barriera, nei colori che il sole illumina sullo sfondo, nelle voci disordinate di arabi ed ebrei che tentano di coprire il fastidioso baccano delle ruspe.
Dal punto di vista scenografico e visivo il film risulta apprezzabile, anche per la scelta di effettuare quasi tutte le riprese in esterno.
Seppur con un'opera più distaccata e imponente, Martin Scorsese resta fedele alla sua poetica e ancora una volta racconta l'America delle contraddizioni e delle false speranze.
La Disney, nella sua migliore tradizione, unisce in un unico film avventura, commedia e amore.; ingrediente supplementare, ma non secondario per i gusti del pubblico, è una spruzzata di arti marziali a colorire alcune sequenze d'azione e a sfruttare la bravura e la popolarità di Jackie Chan.
Profondamente permeato dalla filosofia e dall'immaginario distopico di Philip K. Dick, Natural City è un kolossal coreano godibile, ma fin troppo debitore nei confronti di Blade Runner, delle cinematografie giapponese e americana, così come del cinema d'azione di Hong Kong.
Otomo sposa la grafica bi e tridimensionale con le più avanzate tecniche digitali, fondendo nel suo affresco riferimenti letterari e fumettistici, nonché dettagliate ricerche storiche e iconografiche relative all'affascinante Londra ottocentesca, assurta a simbolo di avanguardia scientifica di un passato nemmeno troppo remoto.
Ulteriore variazione del genere cinese per eccellenza, il wuxiapian, il film è un'opera astratta, coreografica e spettacolare, ma anche spiccatamente votata a una trattazione melodrammatica.
Parigi anni'80. Leo Vrinks e Denis Klein sono due poliziotti in competizione per sgominare una banda di criminali. Una volta erano amici. Una volta. Oggi la loro, è una sfida personale fra odio e romanticismo.
La morale della pellicola è piuttosto da individuare nell'intento metacomunicativo di sferrare un attacco feroce alla mediocre qualità degli attuali format televisivi che, come dice il nome stesso, si ispirano a fatti reali.
I segnali positivi, sembra dire Faenza, sono piccoli, quasi invisibili, e il close-up sulla mano del ragazzino che stringe il fischietto da artibtro, mentre viene punito a cinghiate dal padre, ne è l'emblema.
Hackford fa un lavoro dignitoso, ma la forza del film risiede altrove: la combinazione tra la presenza scenica di Jamie Foxx e la musica di Ray Charles rende i numeri canori assolutamente trascinanti e irresistibili.
Il soundtrack pesca un po' dal presente ed un po' dal passato, mettendo in fila una sequenza che non disturberà i sonni di nessuno e che risulta prepotentemente spostata verso proposte inglesi.
A dispetto del titolo, questo film offre esattamente quello che ci si può aspettare da una pellicola con le sue premesse: parecchi sorrisi, qualche lacrima, buoni sentimenti e l'affermazione generale di uno status quo familiare che resiste anche alla distruzione fisica della famiglia stessa.
Un incidente d'auto. Ma prima dell'incidente uno sparo. Uno sparo che è stato notato solo da Jack Terry e dal suo registratore. Sono loro gli unici testimoni di un omicidio che, nella realtà dei fatti, non esiste. Teoria del complotto e pessimismo cosmico nel capolavoro di Brian De Palma.
Un attacco nei confronti dell'America conservatrice, filo-reaganiana di quegli anni, quell'America che, nella visione del regista, ha smarrito le caratteristiche democratiche che furono alla base della sua nascita.
La regia di Rodriguez indulge in più di un'occasione in effetti e ricercatezze visive ben congegnate, a punteggiare piacevolmente una sceneggiatura semplice e solida che, nei momenti non rari in cui non sia l'azione pura a regnare, si regala i tempi lunghi necessari a far emergere il peso delle emozioni fra le pallottole, gli inseguimenti e le esplosioni.
Hrundi V. Bakshi ha un sogno: diventare un grande attore di Hollywood. Ma lui lo è già. Altrimenti come si potrebbe ridere per tutta la durata di Hollywood party? Blake Edwards e Peter Sellers devastano il cinema comico a colpi di dinamite e di schiuma bianca.
Qui non c'è differenza tra il bene e il male o tra la vita e la morte. In Animal House c'è solo la differenza tra chi vuole divertirsi e chi, invece, vuole essere allineato. I due John d'America (Landis e Belushi) inaugurano alla grande il filone della demenzialità a stelle e strisce.
C'è il gusto del migliore cinema exploitation in questo esordio di James Wan, autore di un thriller macabro e frizzante, caratterizzato da una sana e onesta tendenza all'intrattenimento più gustoso.
La sensazione che si ha è quella di un film per un certo verso ambizioso e per un altro ridondante e ruffiano da cui Stone esce con le ossa rotte quanto il suo protagonista, poco abile nel padroneggiare un genere probabilmente troppo lontano dalle sue corde registiche.
La pellicola è un'analisi, condotta con impeto e passione viscerali, dell'ambiente in cui ha sguazzato il regista fin dalla nascita. Il suo alter-ego, Charlie, si pone gli stessi interrogativi confondendo l'onore col dolore, la pietà con il senso di giustizia, la famiglia con la mafia.
Il viaggio tra Gerusalemme e Tel Aviv muta quindi nel tentativo, il più possibile oggettivo, di tastare il polso a un paese dilaniato da due opposte visioni.
Uno dei migliori film mai realizzati da Oliver Stone. Sporco, cattivo, cupo e pericoloso, alieno da ogni compromesso nel tratteggiare con sguardo impietoso la società americana e l'odio razziale e antisemita che serpeggia al suo interno.
Platoon non ha la profondità intellettuale di Full Metal Jacket né l'eleganza visionaria di Apocalypse Now, ma è un film asciutto, diretto ed immediato, privo quasi totalmente di sovrastrutture ideologiche, con un approccio viscerale alla violenza.
L'eccesso di brutalità assolutamente ingiustificato della prima parte cede il posto all'amaro moralismo mentre la dimensione satirica difetta di un punto di vista unico, oscillando tra esaltazione della violenza glamour e condanna della stessa violenza e della sua esaltazione perpetuata dai media.
Il regista ridicolizza la teoria dell'assassino solitario e rende evidente l'esistenza di un complotto dimostrando, fotogramma dopo fotogramma, la labilità di qualsiasi verità ufficiale.
La struttura del film, piuttosto schematica, si rifà infatti a quella del più classico morality play con tanto di declino progressivo dell'eroe seguito dal necessario riscatto morale e dalla redenzione finale.
Le ossessioni di Morrison aumentano parallelamente all'abuso di droghe e acidi, alcool e sesso, e vengono raffigurate con eleganza visionaria in un film lirico e controverso, impregnato dalla musica della band.
Una pellicola onesta che non brilla certo per coraggio e inventiva ma che rappresenta un tentativo sufficientemente riuscito di sfruttare l'onda del successo non ancora del tutto esauritasi.
Profondo e scaltro conoscitore dei più redditizi segreti della narrazione cinematografica, Loach invade lo spazio intimo dei suoi due ottimi protagonisti, gli incolla la macchina da presa per darci in pasto alcuni dei momenti più belli del suo cinema.
Gli angeli non hanno paura delle fiamme. I morti non hanno paura di ciò che accade in vita. L'angelo Audrey Hepburn, nella sua ultima e commovente apparizione cinematografica, c'insegna il valore del distacco e del vero amore.
L'ultimo capolavoro di Fassbinder, rappresentazione manieristica di lotte interiori e cammini personali di purificazione.
Ci sono ospiti inattesi all'interno del televisore. La piccola Carol Anne è l'unica che fa gli onori di casa. E se ne pentirà... Una fiaba horror firmata da Tobe Hooper (Non aprite quella porta) e dal re Mida di Hollywood, Steven Spielberg.
E' arrivato dal futuro ed ora vuole tornare al presente. E' Ash, l'eroe scapestrato e spaccone che combina guai per poi doverli scongiurare. Sam Raimi approda con il terzo episodio de 'La casa' al suo film fantastico più completo e più ironico.
Toni da fiaba noir, la povertà del ghetto e una coppia di ricchi tra le più pazze al mondo: Wes Craven torna a far sobbalzare il suo pubblico con un tocco di sociologia spicciola in più.
Una commedia americana modesta, in tipico stile natalizio, con qualche trovata esilarante sparsa qua e là. Niente di più, niente di meno.
Le inquadrature sono strette quando si parla dell'esistenza piatta dell'individuo, e si allargano sul mondo esterno, a dimostrare l'invisibilità di un dolore nell'immensità del mondo.
Il neoregista Peter Howitt sfrutta un piccolo inconveniente ordinario per costruire una doppia storia il cui fulcro è rappresentato dalla grazia della sua protagonista, Gwyneth Paltrow
Il film diverte già dai primissimi minuti, mettendo in scena subito questa strana coppia che, fin dalla grottesca sequenza del tentativo di suicidio di Louis, si trova coinvolta in una sequela di situazioni irresistibilmente burlesche e perfino fantozziane.
Il dispiegarsi dell'intreccio, come il chiarimento di alcuni snodi narrativi, conferma ancora una volta come le versioni americane prediligano modulare le frequenze narrative piuttosto che le trovate stilistiche in questo genere di remake.
Allen parla della vita, della sua imprevedibilità e dei meccanismi morali e sociali che la determinano e la condizionano; è questa, da sempre, la materia privilegiata del suo narrare. Ciò che manca al suo nuovo film è però la verve...
Il film ha la stessa patina cool del predecessore ma non la medesima compattezza, e cerca l'effetto comico con minore misura e discrezione, incorporando vere e proprie parentesi slapstick.
Il regista Siddiq Barmak ritrae la spietata condizione di repressione e violenza vissuta dalle donne nell'Afghanistan dominato dai Talebani.
Un film che farà la gioia di quelle ragazzine che sognano il principe azzurro bello e coraggioso, ma che nell'attesa si accontentano del tizio brutto fuori e bello dentro.
Tra le gag più esilaranti, quelle frutto dello scontrarsi continuo dei tre caratteri diversi, l'esasperazione della macchietta già collaudata nei precedenti film funziona.