Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Il film di Proyas si inserisce nel genere futuristico, più che in quello fantascientifico, in cui la realtà si evolve secondo pensieri utopistici, come avevano fatto scrittori come Orwell e Huxley, ricreando una società in cui si presume vivremo.
Jersey Girl potrebbe deludere i fans di Kevin Smith, abituati ad opere molto diverse, ma rimane comunque un'intelligente commedia che rappresenta tutt'altro che un passo indietro nella carriera del cineasta.
Spike Lee confeziona un guazzabuglio dove mette tanta carne al fuoco, troppa, e viaggia tra politica, multinazionali disoneste, sesso, inseminazione artificiale, fosche operazioni di borsa e questioni razziali, regalando perfino una spruzzatina di Watergate.
Mire e ambizioni troppo alte, soprattutto quando si è alle prese con una sceneggiatura frutto di otto mani che assomiglia a un grande puzzle i cui pezzi sono tutti clamorosamente sbagliati.
Un film manifesto che chiude la prima fase artistica del geniale regista americano; quella più anarchica e sperimentale, molto vicina alla Nouvelle Vague francese, per avvicinarlo ad un cinema ostentatamente cinefilo e "visivo".
La musica di Porter è quanto di più lontano dall'intrattenimento ci possa essere. Le sequenze musicali sono tanto piacevoli da nuocere leggermente alle parti dialogate del film.
Cappuccio è riuscito a coniugare questa amara e moderna condizione lavorativa con un'ironia pungente che a tratti diverte davvero molto.
Mann regala ancora una volta sprazzi di inarrivabile tecnica in ogni fase del film: dai momenti di dialogo, nei quali pianta la sua camera sui volti nei personaggi quasi per sondarli e farne conoscere i posti più nascosti dell'anima, alle caotiche sparatorie girate in modo esplosivo.
Una storia di famiglia e di amicizia, attraverso gli anni '70 e '80, che inizia a Cleveland e si conclude a New York. Tratto dal romanzo omonimo del Premio Pulitzer Michael Cunningham.
Germania. Un uomo e una donna turchi, Cahit e Sibel, si incontrano in un ospedale psichiatrico dopo un tentativo di suicidio. Sibel, imprigionata dalla famiglia, chiede a Cahit, alcolizzato e drogato, di sposarla. Potrà nascere l'amore?
Distante anni luce dai film Disney, 'La profezia delle ranocchie' non ha sottotesti né doppie letture. L'intolleranza tra i popoli e le specie è la tematica principale della storia.
Per chi ama un rock innocuo fatto di intro di facile presa che lascino facilmente spazio a strofa orecchiabile, ritornello da stadio e bridge con attacco di chitarra, in pratica la struttura canonica easy rock.
Con questo secondo film, che segue di due anni il noir "As tears go by", Wong Kar-Wai cambia genere e registro, anticipando temi e soluzioni di regia che troveremo in molti dei suoi lavori successivi.
L'elegante portamento e la classe infinita della Ardant, la calibrata naturalezza recitativa di Depardieu e la sensualità forse un po' di maniera, ma convincente della Beart sono le migliori cose di un film eccessivamente didascalico.
La colonna sonora avrebbe dovuto ricreare l'atmosfera musicale americana dei tardi '70 ma riesce solo in minima parte a portare a termine l'impresa.
La realtà della mafia viene affrontata da Scorsese con tocco documentaristico ed anti-spettacolare. E i "bravi ragazzi" devono obbedire a questa logica se vogliono sbarcare il lunario...
Il film 'perduto' di Terry Gilliam è l'occasione per riflettere sulla natura del cinema e sull'importanza dei supporti che ne rendono possibile la riproducibilità infinita. Elementi che il regista anglo-americano, come era lecito immaginare, ribalta di colpo in questo incredibile progetto.
Snobbato dagli appassionati, rigettato dalla critica, è invece un piccolo cult che andrebbe riscoperto.
Un'occasione sprecata, soprattutto perché la trama presenta spunti interessanti che non vengono sviluppati adeguatamente.
Il film di Franco Bertini non è perfetto, ma ha sicuramente tutte le carte in regola per trasformarsi in una possibile sorpresa di questa stagione cinematografica.
Un noir vorticoso che pur mantenendo le caratteristiche principali del cinema di Almodòvar lascia alle spalle le note di colore dei film precedenti, per trasformarsi in una trappola fatale.
Dopo due anni di attesa, la nomination all'Oscar 2002 per il miglior film straniero, e il lungo "blocco" imposto dalla Miramax, il film di Zhang Yimou arriva finalmente sui nostri schermi: un'attesa pienamente ripagata per un'opera dal grande impatto visivo ed emozionale.
Cavalcando l'onda del successo di altri eroi di cartone, Guillermo del Toro sceglie di portare su grande schermo un fumetto di Mike Mignola: Hellboy.
"Tutte le loro espressioni sullo schermo sono assolutamente autentiche, naturali. Niente effetti speciali o computer: ciò che appare sulla pellicola è ciò che io ho girato con la mia macchina da presa". (J.Jacques Annaud, regista).
"Lavorare con lentezza" racconta un periodo della nostra storia, ancora non digerito, con una commistione di realtà e finzione, dramma e commedia, riuscendo, sebbene non completamente, a realizzare un film interessante per diversi aspetti.
Un'operazione interessante quella di Daniele Gaglianone, ricca di spunti originali e anche di molti difetti, ma causati dalla passione e dalla volontà di uscire dal seminato di uno stile troppo rassicurante a cui sembrano ormai affezionate certe opere italiane.
Il film di Bruckheimer si rifà in maniera men che marginale alle originali saghe arturiane, in una spericolata quanto inutile opera di ricostruzione storica, per portare sugli schermi una storia d'avventura modulata su un canovaccio poco più che ordinario.
Dopo il successo del primo "The Eye", arriva l'inevitabile sequel: un sequel che è in realtà più una variazione sul tema del primo film, e che, pur confermando la grande perizia tecnica dei fratelli Pang, soffre di uno script decisamente debole.
Se non si considera il plot, così esile ed ordinario, il film di Beatty vanta una splendida fotografia, affidata a Vittorio Storaro che riesce a ricreare con luci e colori ben definiti e brillanti le atmosfere da fumetto nel contesto del quale nasce il personaggio di Dick Tracy
Una riflessione sull'amore che dietro le sceni bollenti nasconde uno sguardo freddo, glaciale, senza voler fornire a tutti i costi soluzioni o spiegazioni, ma cercando di catturare i momenti decisivi dove ognuno dei partner si è messo a nudo senza difese.
Tecnicamente un'opera ammirevole e molto raffinata, si avvale poi di una sceneggiatura solida che sfuggendo molte delle convenzioni del genere sentimentale si snoda placidamente tra una quasi totale assenza di colpi di scena.
Sebbene i circa novanta minuti di durata scorrano via senza che noi spettatori ce ne accorgiamo, il risultato finale è piuttosto prevedibile, e tutta questa comicità logorroica, infarcita per lo più di battute facili, a lungo andare finisce per stancare.
Una pellicola interessante che offre un toccante spaccato di vita cilena, in cui la vera protagonista è la crisi politica registrata sullo sfondo e vissuta sull pelle dai giovani protagonisti.
Il film inanella una serie di situazioni trite e ritrite, così prive di un reale senso compiuto, da far rimpiangere anche la peggiore delle ghost-story.
Ciprì e Maresco si inseriscono nella recente ondata di rivalutazione di un certo cinema italiano, ma lo fanno a modo loro, con garbo e saggezza, senza avventurarsi in lodi ingiustificate, ma avvalendosi soprattutto di una buona dose di ironia.
Le conseguenze dell'amore conferma l'accoglienza positiva ottenuta a Cannes e si dimostra come uno dei film di casa nostra più interessanti degli ultimi tempi miscelando con buoni risultati sentimenti e mistero, sensualità e ironia.
Tre ragazzi a caccia di streghe. Una natura primitiva ed inquietante ritratta in presa diretta. Un'invisibile ronda infernale attende impietosamente in una strana casa...
Quando il congelamento temporale delle immagini della vita altrui diventa oggetto di follia voyeuristica e sintomo di miseria interiore, l'esito è scontato. Meno prevedibile è il risultato del film di Mark Romanek.
Il personaggio di Garfield, doppiato dal noto presentatore televisivo Rosario Fiorello, sa destreggiarsi bene, rendendosi simpatico anche nei momenti in cui sfoggia il massimo della sua irritante cattiveria.
Il male imperversa nelle aberrazioni fisiche. Le debolezze degli eroi fiaccano il bene. Chi vincerà l'ultima battaglia?
L'ingenuità e l'artigianalità tipica dei B-movies sono impiegate da Arnold come testate d'angolo della struttura narrativa, con poche sbavature di fondo.
Jason Bourne è scaltro, spietato, di poche parole, è affetto da amnesia e questo lo redime. Giudica secondo una morale dettata dalla sua coscienza. E se ci sono dai conti da saldare, lui è il primo a mettere mano al portafogli.
Il "realismo visionario" di Friedkin in questo caso privilegia uno stile secco, immediato, senza far sbalzare troppo le simbologie nascoste e puntando tutto sull'azione, quasi onirica per la frenesia in essa incorporata.
Si respira un'aria viziata ed è presente per tutta la durata del film un'atmosfera claustrofobica: si combatte in spazi angusti e ci si prepara alla guerra in circoli altrettanto chiusi; sul campo di battaglia si trova riparo in luoghi impervi; inoltre l'insieme degli appartamenti delle famiglie dei soldati costituiscono già essi stessi un circolo chiuso.
"Molto spesso nella vita ho passato con delle persone dei momenti splendidi, tipo viaggiare o stare svegli tutta la notte a veder spuntare l'alba, e sapevo che erano speciali quei momenti. Ma c'era sempre qualcosa che non andava: volevo stare con qualcun altro. Sapevo che quello che provavo, le cose che erano importanti per me, loro non le capivami. Ma sono felice di stare con te. Non puoi capire come mai una notte come questa possa essere così importante nella mia vita, ma lo è" (Céline, Julie Delpy).
Il terreno musicale ricalca pari pari quello del capostipite della serie, sia nei suoni che nei protagonisti coinvolti; sonorità oscure, vigorose, avvolgenti, colte prevalentemente dalla scena nu-metal e da quella elettronica, con alcuni casi di buona fusione tra le due.
"Io avrei una nuova teoria sul matrimonio. Due persone si innamorano, vivono insieme e poi all'improvviso, un giorno non hanno più niente da dirsi. Insomma, non riescono più a trovare un argomento valido di cui parlare, e sono presi dal panico. Poi un lampo di genio: al fidanzato viene in mente che c'è un modo per uscire da questo impasse... lui chiede alla sua amata di sposarlo. Da quel momento avranno qualcosa di cui parlare per il resto della loro vita" (Gareth, Simon Callow).
Pur non raggiungendo i livelli di "scorrettezza" di Shrek, va detto che la trasposizione ittica di difetti e virtù umane non solo diverte e convince, ma pone anche qualche motivo di riflessione.
Raimi attualizza il tema del super-eroe capace di essere indebolito dal potere distruttivo dell'amore rifiutato, e confeziona un prodotto che, senza rinunciare a vette da cinema horror, potrebbe tranquillamente essere classificato tra i film d'autore.
Marra gira in modo asciutto e rigoroso e sceglie senza compromessi la strada del neorealismo, a partire dagli attori, scelti dalla strada.