Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Orrore e sangue sono le parole d'ordine del terzo lungometraggio di Alexandre Aja, che con questo film ha voluto realizzare un omaggio dichiarato ed esplicito a classici del genere slasher.
Niente confetti per il matrimonio più raccapricciante della storia del cinema. Solo elettricità, pezzi sparsi di cadaveri e due scienziati pazzi in preda ad un immortale delirio di onnipotenza.
Ispirandosi apertamente ai lavori del fresco premio Oscar Charlie Kaufman, David O. Russell ha firmato una commedia da prendere sul serio.
Il film si basa sull'opera teatrale 'Chiacchiere e sangue' dello stesso Costantini, e del suo ambiente d'origine mantiene la struttura narrativa e forse risente troppo di questo forte legame con il teatro, risultando a tratti troppo statico.
Un esordio registico di sorprendente qualità e di grande intrattenimento a cui si può imputare solo un po' di indecisione nelle scelte drammaturgiche.
Un film che fa rabbrividire e colpisce allo stomaco per la crudeltà e l'assurdità delle storie che racconta e che commuove per la sensibilità con le quali le racconta. Un gioiello cinematografico da non lasciarsi scappare.
Partendo dal controverso tema della semilibertà carceraria, il regista Valerio Jalongo dirige un melodramma a sfondo sociale, che offre una serie di considerazioni sulla libertà in genere, e sulla capacità dell'individuo di usufruirne.
Ripercorrendo, alla lontana, la struttura concettuale di Il sapore della vittoria, in cui l'istituzione della prima squadra interrazziale del paese si caricava di ovvie valenze sociali e politiche nella Virginia del 1971, Coach Carter è un film che, pur ritagliandosi un posto nel filone del cinema sportivo, si dimostra maggiormente interessato a uno spessore civile e alle dinamiche umane che si instaurano tra il protagonista indiscusso del film, un carismatico e convincente Samuel L. Jackson, e i suoi giocatori
L'ispirazione è geniale e riesce nell'intento di sfruttare la vena ironica per raccontare l'ossessione religiosa che ci coinvolge, che causa guerre e paci, che innalza verso l'infinito o fa sprofondare nell'inferno.
Il destino di due vecchi amici è scritto nel vento. Quel vento, insieme alle foglie, spazzerà via le certezze di una vita grazie all'aiuto di due donne dal carattere opposto. E grazie all'inimitabile tocco mèlo di Douglas Sirk.
De Maria muove la sua donna tra le trasparenti architetture iper-moderne di palazzi e centri commerciali e fa in modo che il suo sguardo più intimo sul mondo debba attraversare i cristalli dei finestrini di un'automobile.
L'ultimo film di Luca Mazzieri, il primo da "solista", si presenta come atto d'accusa contro tutte le guerre. Ma ci si scandalizza non tanto per granate o proiettili, quanto per una messa in scena approssimativa e arruffata
La morte arriva in un istante. Un attimo che può essere quello segnato da un battito d'ali di una farfalla o da un colpo di fucile sparato da un cecchino nemico. E l'ora dell'ultima marcia è ormai giunta...
Con questa commedia brillante, tratta da un romanzo di W. Somerset Maugham, l'ungherese Istvàn Szabo ribadisce la sua idea di un cinema principalmente di attori, che fa dell'insistenza sui volti e dell'uso diffuso dei primi piani la sua cifra stilistica principale.
E' la violenza dei fatti e delle immagini (livide all'inverosimile) che conquista la scena, sottolineata da una musica scarna fatta di bassi che esplode quando meno ce l'aspettiamo.
Gli ultimi echi dell'espressionismo si avvertono nel progressivo decadimento morale del vecchio Professor Rath e nella perfetta incarnazione del male, in un'ottica misogina e decadente, da parte dell'immortale Lola Lola.
Potrebbe apparire pretestuosa, l'idea di base di questo "Uncut - Member Only", una provocazione "underground" attentamente studiata: ma bastano pochi minuti di visione per rendersi conto della riuscita narrativa e della notevole ricerca stilistica che c'è dietro al film.
Salvatores continua ad esplorare il linguaggio del cinema di genere con un film che funziona sotto il profilo della regia, ma che lascia molti dubbi per ciò che concerne una sceneggiatura debole nella caratterizzazione dei personaggi e assolutamente prevedibile nello sviluppo delle situazioni.
Sfruttando al meglio le qualità recitative di Maggie Cheung, Assayas costruisce un film che attraversa differenti stati d'animo e diversi luoghi in un viaggio di espiazione sempre in bilico fra disperazione e speranza.
Strutturato - in maniera fin troppo evidente - sul gioco di specchi e di riflessi tra coppie gemellari, La maschera di cera, prodotto da Joel Silver e Robert Zemeckis, si ispira all'omonimo film del 1953.
Erano molti, gli occhi puntati su questo nuovo lavoro di Stephen Chow, visto il successo internazionale riscosso dal precedente "Shaolin Soccer": un'attesa che è stata pienamente ripagata, con un film che è probabilmente il capolavoro del regista.
Un film lontano quindi dalla obsoleta impostazione naturalista del documentario classico, che si avvale dei meccanismi drammaturgici della fiction per raccontare una vicenda che ha un preciso sviluppo, con un inizio, un centro e una fine.
Tutto superficiale, accennato, risaputo: il film, più che un omaggio al genere musical o un'indagine sul mondo degli adolescenti "out" statunitensi, sembra essere la versione cinematografica di Amici di Maria De Filippi.
Ancora oggi che il porno è divenuto un'industria miliardaria e alla luce del sole, Gola profonda rimane un film ammantato di un'aurea mitica, un'icona, un simbolo forte e importantissimo.
Film affascinante, avvincente e convincente per la sua forma e per il suo contenuto; ma anche una delle migliori opere che dimostrano e svelavano nuove e enormi potenzialità offerte dall'ibridazione cinema-fumetto e alle loro reciproche influenze.
Un film che, se curato dal punto di vista della sceneggiatura, avrebbe potuto non farvi guardare mai più con serenità ad un segnale televisivo disturbato, ma che finisce per naufragare completamente a causa delle troppe scelte narrative prevedibili e di una costruzione della tensione incredibilmente inefficace.
Vicari gioca a fare l'autore testando le sue capacità di regista, eliminando la parola a favore delle immagini, ma, imbambolato dall'alienante fascino del territorio del Gran Sasso, si dimentica completamente della storia.
Ci si diverte, ma si resta anche con l'amaro in bocca per il buonismo profuso a piene mani in una sceneggiatura che, con la sua idea di partenza, avrebbe potuto dare adito a risultati narrativamente interessanti se solo si fosse osato un po' di più.
Il ritorno dello Jedi è sempre stato percepito come il punto debole della vecchia trilogia, ma visto oggi acquista un senso nell'ottica dell'intera saga, chiudendo un cerchio ideale formato dai sei film nel loro complesso.
E' molto più di un film, quello a cui Lucas dava vita nel lontano 1977, anche molto più di una saga che sarebbe entrata nella storia del cinema: le coordinate stesse dell'intrattenimento cinematografico venivano ridefinite, in un periodo in cui Hollywood si stava rinnovando profondamente.
E' una storia di inevitabile violenza, a metà strada tra il noir e il western crepuscolare quella che dividerà il pubblico nel giudizio sul nuovo film di David Cronenberg.
Un film in grado di raccogliere i frutti di quanto precedentemente seminato e sfruttare al meglio ogni elemento, sia esso narrativo/introspettivo o puramente estetico/effettistico, senza scadere mai nel banale o già visto
Il film sgancia piccole bombe che colpiscono prima al cuore che allo stomaco, rendendo bene tutte le violenze subite dal personaggio principale senza però indugiare sulla voyerismo gratuito e facendo crescere man mano l'indignazione dello spettatore.
Una fotografia splendida per l'ennesimo coacervo di clichè, spesso tipici dei prodotti italiani, vertenti sull'incontro fra una donna bella e elegante e l'uomo scorbutico ma sotto sotto tanto affascinante.
Un film privo di ammiccamenti o mitizzazioni che esprime in mnaiera naturale la tragicità della violenza e della prevaricazione sistematica come sistema cardine di un modo di vivere.
Film evento della stagione e del 58° Festival di Cannes, questo Star Wars Ep. III mostra diversi difetti di sceneggiatura e regia, ma, facendo leva su temi e personaggi cari agli appassionati, riesce ad appassionare e non deludere.
Se l'idea di sottrarre qualsiasi elemento di spettacolarizzazione allo stereotipo del rocker disagiato e maledetto sulla carta poteva rivelarsi vincente, nella sostanza ci troviamo di fronte ad un film che cade nella stereotipizzazione opposta e che non si capisce mai dove voglia andare a parare.
Uno dei film più allegorici sull'America ai tempi della guerra vietnamita. Il capostipite di una saga destinata a riscuotere un successo planetario a livello cinematografico e a consacrare Romero nell'Olimpo dei maestri del brivido.
La più violenta e sanguinaria opera di George Romero a metà strada tra l'analisi critica e spietata della società dei consumi e la condanna feroce e secca della policy americana.
Robin Williams ancora una volta nei panni problematici del personaggio ombroso al limite della psicopatia in questa pellicola appartenente a pieno titolo alla fantascienza "seria", quella che da sempre riflette sulle grandi questioni dell'esistenza.
Il percorso umano, quasi dantesco, di tre avventurieri cercatori d'oro e, per questo, costretti a lottare, omericamente, con le avversità della natura, con la spietatezza dei banditi e con loro stessi.
Un film che non risparmia niente e nessuno, che non fa prigionieri, distruttivo al limite del nichilismo. E (per e nonostante questo) un film divertentissimo.
La totale mancanza di profondità è il difetto più grande di un film che è il trionfo di sempreverdi cliché.
Cinema fatto di sguardi, di dilatazione dell'unità di tempo e di momenti di forte intensità emotiva, alimentato da un'esigenza realistico-sociale un po' ostentata e tipicamente italiana, il film conferma pregi e difetti della produzione del regista.
McCarthy, attore al suo esordio dietro la macchina da presa, realizza un film di disarmante semplicità nella sua forma ma di non indifferente complessità riguardo i contenuti che veicola.
I tempi lunghi, la musica scarna, i fiumi di birra e alcool, strutturano un film sincopato, con un climax ascendente di tensione che segue le regole chabroliane.
Il regista David Carreras si inserisce con questo "Hypnos" nel solco della nuova, fortunata stagione del thriller/horror spagnolo: il risultato, purtroppo, è la riproposizione di quelli che già sono diventati cliché, unita a uno script debole e a una regia scolastica e senza personalità.
A visione terminata, resta da chiedersi che senso avesse produrre questo seguito, interrogarsi inutilmente sul perchè si continuino a produrre opere di così basso livello e tale piattezza.
Non è tanto l'alternanza, a volte poco bilanciata, di elementi drammatici ed ironici a dare un senso di incompiutezza al lavoro, ma le diverse cadute di stile e l'insicurezza nel mettere in scena alcune situazioni che avrebbe richiesto una mano più ferma ed esperta.
Oscillando tra il dramma familiare e il giallo psicologico, il film non riesce a trovare una propria identità e finisce col risultare una parodia del cinema thriller di quarta serie.