Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Vai e vivrai è un film di emozioni semplici, girato con piglio quasi documentaristico e con quello sguardo innocente che è proprio del suo piccolo protagonista, ma è anche un film molto ambizioso, che si muove su molteplici piani per riflettere su pagine, più o meno conosciute, della Storia recente.
Sforzandosi di evitare l'invevitabile e scomodo confronto con il capolavoro di Carpenter, il film finisce con l'essere apprezzabile, come un discreto action movie.
Crowe non è di quegli autori incapaci di autocritica nei confronti del proprio lavoro ed è stato abbastanza intelligente da capire da solo cosa non funzionava nella versione di Elizabethtown presentata al festival di Venezia e di farne montare una decisamente più soddisfacente.
Regista dal grande talento, Kim Ji-woon continua a muoversi inequivocabilmente all'interno del cinema di genere, territorio più idoneo per la ricerca formale, in virtù della copertura offerta dal rispetto delle regole narrative
Già presentato alla Quinzaine del Festival di Cannes di quest'anno, e ora passato a Roma all'Asian Film Festival, questo The Buried Forest ha le cadenze e gli umori di un sogno che lentamente invade la realtà.
Riproposizione del personaggio che aveva reso famoso Rodriguez, in un film molto ben orchestrato, che ha la pecca, però, di prendersi troppo sul serio.
Un film interessante e problematico come tutte le opere di Kim Ki-duk, pur nei limiti della riproposizione di formule e "marchi" autoriali che forse il regista dovrà rivedere criticamente.
Il clima spensierato e multilinguistico dell' "appartamento" e dell'età del divertimento, qui si trasforma in un approfondimento sul tema dei trentenni che navigano a vista.
Un'interessante produzione indipendente che, nonostante le evidenti pecche e una certa debolezza d'impianto, va encomiata per il coraggio e la passione infusi in un progetto alquanto lontano dal gusto comune.
E' un film riuscito solo in parte, questo secondo episodio della "trilogia americana" del regista danese: qualche lungaggine narrativa e scelte estetiche discutibili ne smorzano in parte il messaggio, ancora una volta comunque in grado di suscitare riflessioni e discussioni.
Un thriller elegante, dal sapore di altri tempi, sorretto da buone interpretazioni e affascinanti ambientazioni, che manca solo in parte l'obiettivo nella sua anima più politica.
Un film divertente e adrenalinico, con azione mozzafiato coniugata nei modi più vari ma che sa ritagliarsi i suoi momenti romantici e regalare sprazzi di commedia. Avvincente e ben fatto, poco più di due ore che passano veloci in un'orgia di esplosioni, corse e acrobazie.
Dentro la chiave interpretativa del viaggio abissale, ultimo e definitivo, viaggio della conoscenza dopo il quale non può esistere altro viaggio e altra conoscenza, si riassorbe tutto il dicibile sul film.
Un film che, nonostante qualche difetto di script, coglie nel segno per la sua capacità di descrivere un mondo con precisione e ricchezza di dettagli, riuscendo a renderlo credibile e nello stesso tempo dando ad esso una forte valenza simbolica.
L'ultimo lungometraggio di Shinya Tsukamoto rappresenta, sia nei contenuti che nell'estetica, un'ulteriore conferma dell'evoluzione artistica del regista giapponese; la ricerca che attraversa tutta la sua carriera, quella sulla metamorfosi dell'uomo in relazione all'ambiente metropolitano, raggiunge con questo film uno dei migliori e più complessi risultati.
Non il film più compiuto e riuscito di Allen - a mancare è soprattutto quell'ironica leggerezza che solitamente connota la sua opera - ma rimane uno dei film preferiti dal regista e uno dei più arditi tecnicamente.
Non si propone come un film innovativo o particolarmente originale, ma punta tutto sulla bellezza e la simpatia dei protagonisti, dimenticandosi però di sviluppare un intreccio sufficientemente accattivante o dialoghi particolarmente brillanti.
'Sky High' finisce per apparire come un incrocio tra Harry Potter e 'Gli Incredibili', e si candida per essere uno dei migliori film per famiglie dell'anno.
Un cinema fatto di piani e campi, pensato e sentito da un autore dalla sensibilità e dalla padronanza non comune, oltre che sorretto dalle intense interpretazioni dei suoi protagonisti, da affascinanti ricostruzioni scenografiche e da una fotografia plumbea e ricca di fascino.
Si fa fatica a provare empatia per l'Attilio del film e per la sua amata. Non si riesce a rintracciare molta poesia nel suo viaggio folle e disperato verso Baghdad, né nei sui tragicomici tentativi di salvare la vita della donna che ama.
Valiant risulta un film bizzarro, non tanto nella sua realizzazione, quanto nelle scelte alla base, lasciandoci perplessi sull'effettivo target a cui si rivolge, non essendo abbastanza profondo e complesso da interessare un pubblico adulto, ma nemmeno abbastanza divertente e immediato per poter intrattenere una platea di bambini.
Una girandola di personaggi immobili, sconfitti o destinati al fallimento, che aprono la bocca solo per riempire il silenzio, per non doverci fare i conti, che si amano svogliatamente e si tradiscono con indifferenza, che vivono il vuoto delle loro vite come eredità ingombrante del territorio che abitano.
Darkman, pur essendo un supereroe nato dalla celluloide, non ha nulla da invidiare ai colleghi più famosi... della carta stampata! Il film riserva i soliti avvincenti momenti che è lecito attendersi da Raimi.
Il cinema di Haneke è fatto di sistematica destabilizzazione, ambiguità, elisione delle certezze nello spettatore, ricerca della non indifferenza, attraverso un esercizio intellettuale un po' fine a sé stesso, nella sua pretenziosa oggettività che demanda allo spettatore il ruolo di unico testimone della vicenda narrata.
In Sonatine tutto si sospende e rallenta, la temporalità delle statiche inquadrature si dilata per poi accelerare all'improvviso e la loro successione narrativa si frammenta in piccoli segmenti; uno spiazzante teatro di orrore e poesia, dove la violenza e la crudeltà non sono che una routine insapore dettata unicamente dalla paura e dall'inquietudine del vivere.
Salles guarda dall'alto, osserva, usa camere all'interno degli ascensori e si perde nello scrutare dal superiore i protagonisti, in una visione distorta di chi vive la propria passione personale.
Una commedia scarna e volgarotta che manca spesso il segno e si rifugia maldestramente in meccanismi banali.
L'unica pellicola veramente ottimista della lunga carriera del regista, in cui attraverso il simbolismo chiave della città rappresentata come magica, paurosa e dispersiva ma al tempo stesso romantica e familiare, Woody Allen celebra la vita, l'amore e la cultura.
Un film affascinante e inusuale che rappresenta una difficile scommessa in fin dei conti vinta per una cinematografia, come tutta quella europea, spesso ferma su sé stessa e poco incline ad incursioni nel cinema di genere.
Pallottole su Broadway è una delle migliori opere realizzate da Woody Allen e affronta la questione basilare della riflessione sull'essenza dell'arte, sui compromessi che si devono necessariamente accettare per sfondare e sulla reale consistenza del talento.
Woody Allen riesce ancora una volta nell'impresa di realizzare un prodotto gradevole e raffinato, costellato di riferimenti e citazioni, dall'hard boiled alla detective story, passando per le commedie sentimentali della "guerra dei sessi".
Figurativizzato nel personaggio di Cecilia, Woody Allen realizza un omaggio alla filmografia della sua adolescenza generando, allo stesso tempo, una nostalgica e profonda riflessione sul ruolo assolto dalla settima arte, sullo sguardo spettatoriale e sui processi di identificazione attivati dalla narrazione cinematografica.
Con questo grande, frammentato eppure organico affresco, il regista riesce a fondere istanze tipicamente popolari a una visione del cinema come contaminazione di generi e forme estetiche (il documentario, la musica, la poesia) per uscirne con un film che va fruito in modo immediato e istintivo.
Pur delineandosi come una leggera, divertente ed esplicita parodia meta-cinematografica, Misterioso omicidio a Manhattan non rinuncia a una vena crepuscolare e malinconica
Ci sono voluti nove mesi ininterrotti di lavorazione e un grande sforzo produttivo, ma il risultato è un film che sa parlare al pubblico, con una grande attenzione alla caratterizzazione dei personaggi e contemporaneamente alla cura dell'aspetto spettacolare.
Per quanto il regista continui a negare il fatto che questo sia un tentativo di ricalcare l'esperienza di Paris, Texas, il pallore di questa (quasi) fotocopia ci ricorda impietoso l'incapacità del regista, negli ultimi anni, di realizzare un film degno del suo nome.
L'impero dei lupi è un film confuso e urlato, dove persino l'onesto mestiere e la simpatia di Jean Reno affogano senza lasciar traccia.
Una fiaba come tante, con pretese filosofiche eccessive, ma con una colonna sonora degna di un grande maestro.
Una piacevole commedia romantica diretta dai fratelli Farrelly, che pur mantenendo inalterate le caratteristiche più "codificate" del genere, piazzano in alcune sequenze spruzzate del loro umorismo acido e politically uncorrect.
Paradossalmente l'aspetto romantico del film, nonostante la presenza della veterana Nora Ephron alla regia, è quello meno riuscito e finisce con il cancellare anche quel poco di buono che era stato costruito nella prima metà della pellicola.
Dalla fervida mente di Costanzo il primo film italiano sul ballo, che mostra una realizzazione tecnica ai limiti del ridicolo e una banalità di sceneggiatura unica, veicolando un certo tipo di messaggio (e di cinema) che ci sentiamo di respingere con forza.
Un film incerto del (finora modesto) regista di 2fast 2 furious, sempre in bilico tra tensione drammatica e cedimento ad una certa tendenza videoclippara.
Un film dall'alto tasso comico, vulcanico allo stesso tempo nell'esibizione di una fantasia magica e contagiosa.
La scelta estetica e programmatica di Smith è quella di pedinare fin dall'inizio la sua protagonista abusando delle angolazioni delle posizioni di camera che vogliono indurre in chi guarda l'impressione che qualcuno stia spiando la ragazza.
Purtroppo l'operazione, in Italia, subisce il peso del doppiaggio di Aldo che conferisce al pargolo la propria caratteristica inflessione siciliana e tutti i modi di dire che gli hanno dato successo insieme a Giovanni e Giacomo.
Il film di Vinterberg e Trier si configura apparentemente come un romanzo di formazione, un tragico percorso di crescita di un gruppo di ragazzi che prendono coscienza, quasi per caso, delle contraddizioni e dei dolori del nostro tempo, mentre la politica e l'attualità si fondono con il loro dramma esistenziale.
Documentario/denuncia/propaganda. C'è tutto (e niente) nell'ultima fatica cinematografica di Sabina Guzzanti
Meirelles sembra sentirsi con le spalle sufficientemente coperte da potersi concentare sullo stile visivo e sulla tecnica, non sembre rispettando le esigenze del copione.
Il film si prende troppo sul serio e dopo un inizio equilibrato sprofonda nella più triste comicità involontaria. Allo spettatore non resta che chiedersi il perché di una scelta registica tanto inspiegabile da sfiorare il suicidio artistico.
Claustrofobico a livelli di guardia, cruento ed estremo come pochi horror contemporanei sanno essere, nonchè privo di sbavature nella messa in scena e nell'uso delle musiche, The Descent è un grande film di genere, tutto al femminile, a cui è davvero difficile trovare punti deboli.