Recensione I fatti della banda della Magliana (2004)

Il film si basa sull'opera teatrale 'Chiacchiere e sangue' dello stesso Costantini, e del suo ambiente d'origine mantiene la struttura narrativa e forse risente troppo di questo forte legame con il teatro, risultando a tratti troppo statico.

La criminalità messa in scena

I fatti della banda della Magliana di Daniele Costantini racconta le imprese della famigerata banda romana del titolo e i suoi rapporti, più o meno diretti, con fatti di assoluto rilievo, seppur negativo, negli anni che coincisero con la sua attività criminosa, cioè i sedici anni dal 1975 al 1991 in cui la banda ha controllato il traffico di stupefacenti, sequestri di persona, scommesse sportive e in generale tutte le attività della città di Roma. Costantini, un po' per scelta, un po' per esigenze di tempo, sorvola soltanto sugli aspetti più sconttanti dell'attività della banda, come i rapporti con il Clan dei Marsigliesi, un incontro con Flaminio Piccoli durante il sequestro di Aldo Moro e l'attentato al vicepresidente del Banco Ambrosiano.
Il tutto ricostruito liberamente attraverso gli atti istruttori della Procura di Roma.
Particolarità fondamentale della banda era il suo non avere un unico leader, ma l'essere controllata e gestita democraticamente da un gruppo di otto persone, che di questo film sono i narratori.

Il film, infatti, si basa sull'opera teatrale Chiacchiere e sangue dello stesso Costantini, e del suo ambiente d'origine mantiene la struttura narrativa: il fulcro del racconto è il monologo/confessione di uno dei boss della banda, ora pentito, coadiuvato dai fantasmi dei compagni (alcuni morti, altri latitanti), che occupano il palcoscenico insiene a lui davanti al giudice (un brevissimo cameo di Leo Gullotta).
E forse il film risente troppo di questo forte legame con il teatro, risultando a tratti troppo statico, e a tratti poco convincente nell'uso dei personaggi di contorno, che sono a tratti elementi puramente decorativi e di background, a tratti fastidiosamente litigiosi.

Ovvio, date le premesse, che il film abbia una tecnica essenziale e, anch'essa, molto teatrale, a partire dalla fotografia, che richiama l'illuminazione da palcoscenico.
Punto di principale interesse dell'opera di Costantini, però, indipendentemente dalla tecnica, è la modalità di realizzazione del film: girato nel carcere romano di Rebibbia e interpretato in parte non da attori professionisti, bensì da quattro veri detenuti.

Per quanto interessante l'iniziativa, coerente con lo spirito del progetto e apprezzabile nelle intenzioni, in molte sequenze il non professionismo degli attori risulta evidente, spesso sopra le righe e enfatico, e contribuisce a lasciare nello spettatore una sensazione di insoddisfazione e poco coinvolgimento.

Movieplayer.it

3.0/5