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Con l'occasione di un'anteprima livornese del suo ultimo lavoro cinematografico, il poliedrico artista siculo incontra il pubblico e ritira il Premio Ciampi alla carriera.
Niente è come sembra si mantiene nei binari di un composto rigore adeguato alla speculazione filosofica su cui la pellicola verte.
Là dove aveva desistito Rossellini, si addentra Faenza, che esce con le ossa rotte e con un brutto film dal confronto con il romanzo di De Roberto.
Lo scoppiettante regista romano si racconta, alle prese, per la prima volta, con la direzione del Torino Film Festival. 'La Festa del Cinema? Metterla in piedi è stato un gesto poco elegante, per dirla con un grosso eufemismo'
Qualcuno troverà Come tu mi vuoi una commedia godibile, ma è certo che di quest'opera così lieve ed evanescente non può restare nulla, o forse soltanto il lavoro interessante operato da Cristiana Capotondi sul suo personaggio.
Il regista reinterpreta il road movie caricandolo di valenze simboliche, con l'occhio privilegiato della macchina da presa che cerca sempre le strade che i personaggi percorrono, dando grande spazio agli esterni, ma mostrandosi più ispirato quando si concentra sui corpi e sulle voci.
Arriva a dicembre nelle sale di tutto il mondo il primo episodio della nuova saga fantasy targata New Line.
Il regista de La sposa turca presenta a Roma il suo nuovo lavoro, premiato per la sceneggiatura a Cannes.
Gelido incontro con la stampa per Faenza e il cast de I Vicerè, film già al centro di polemiche di varia natura, dalle accuse di anticlericalismo, alle congetture sull'esclusione dalla Festa del Cinema di Roma.
Non una pietra miliare della storia del cinema ma una chiave di lettura fondamentale per comprendere i tumulti creativi, di coscienza ed espressivi di un preciso movimento artistico degli anni Sessanta.
Troppe le analogie con Shining, con l'aggravante che non ci sono né Kubrick né Nicholson dietro e davanti alla macchina da presa; il triste effetto nostalgico è dietro l'angolo.
Un film intenso che rappresenta con tragica poesia il dolore della perdita e il viaggio catartico per riuscirne a sopravvivere.
I due giovani attori raccontano le 'trasformazioni' richieste per interpretare l'esordio di Volfango De Biasi.
Si diverte a rifare Hannibal Lecter, Anthony Hopkins, in un thriller che tuttavia non convince per una scrittura scolastica e una confezione troppo patinata.
Il thriller perde il suo ruolo di pellicola di puro intrattenimento e si riconferma un'analisi spettacolare di un uomo alla ricerca della propria identità nell'epoca del Grande Fratello.
La conferenza stampa conclusiva della kermesse romana, conclusasi con l'incoronazione di 'Juno' miglior film in concorso.
Senza un plot che giustifichi il rincorrersi dei pensieri strazianti dei due individui al centro della vicenda, l'immedesimazione e il compatimento che la pellicola vorrebbe suscitare si vanificano ben presto negli scontati passaggi della trama.
Il regista di Brazil approda in Italia per presentare il film, in uscita il 31 ottobre grazie a Officine Ubu.
Il diario di una tata mescola satira sociale e commedia romantica puntando il dito su una particolare tipologia di esseri umani, i ricchi newyorkesi dei quartieri alti, e sui loro costosi vizi.
La Festa non si connota come un festival, ma non può nemmeno essere, per tante ragioni, una manifestazione dedicata al pubblico. Risulta così un ibrido che va in qualche modo ripensato.
Con un linguaggio originale figlio di una sceneggiatura fuori da ogni regola tradizionale, 'Juno' riesce ad affrontare con tagliente ironia un tema difficile e impegnativo.
Testimonial a Roma per il film più quotato in concorso sono le due forze più sorprendenti di Juno: protagonista e sceneggiatrice.
La regista danese, alla sua prima regia stelle e strisce, approda a Roma con la star, più bella che mai al quarto mese di gravidanza.
Quanta tenerezza e ingenuità in questo omaggio di Calopresti, che porta sulle labbra il sale dell'acqua di mare, il profumo del cibo che affolla le tavole imbandite il giorno di festa.
Un horror lisergico, sperimentale e assolutamente libero, che lascia ben sperare per un giovane regista di cui si potrebbe sentir ancora parlare.
Il regista e la protagonista del film Valeria Bruni Tedeschi chiudono i lavori della Festa del cinema numero 2.
Il genio "invisibile" incontra il pubblico della Festa del Cinema e parla del suo rapporto con il cinema italiano.
Dopo quasi trent'anni, Argento chiude la sua trilogia sulle Tre Madri: peccato che il regista di allora non abbia nulla a che fare con quello di adesso, che ha diretto un film semplicemente imbarazzante.
Non è un film indimenticabile Across the Universe, ma ci piace sottolineare quel tentativo così romantico di far sbocciare immagini dalle note che ha portato una brava regista a dipingere sullo schermo, con grande creatività, l'universo dei Beatles.
Il regista difende il suo film, accolto dalla stampa in conferenza in maniera estremamente fredda.
La regista presenta in conferenza stampa il musical beatlesiano; al suo fianco Elliot Goldenthal, premio Oscar per le musice di Frida.
Interpretazioni al limite del dilettantismo ad eccezione del protagonista, Tommaso Ragno, che è in effetti aiutato dal fatto di dover rappresentare un personaggio quasi sempre impassibile e glaciale.
Il film manca di una sostanza reale, colleziona tutta una serie di personaggi inverosimili che irritano per i loro comportamenti innaturali, mentre tutte le storie che si susseguono sullo schermo appaiono sfilacciate, sviluppate con eccessiva fretta.
Sean Penn dirige con buona verve, seppur con qualche affanno, una storia a tratti molto emozionante che però rischia di essere fagocitata dalla seduzione della natura contaminata che mostra.
Dario Argento e la sua eroina, la figlia Asia, presentano in conferenza stampa l'attesa conclusione della trilogia delle Tre Madri.
L'attore e regista, con il giovane interprete Emile Hirsch, accompagna nella Capitale il film più applaudito di Première.
Storia ed intrattenimento abilmente mescolati per il film di Sergei Bodrov, che si avvale di un fascino visivo e di una fisicità che lasciano il segno.
Il film canta la dignità dell'essere umano, l'affermazione del proprio stare nel mondo, qualunque cosa questo comporti, per il solo bisogno di sentirsi parte della sua meraviglia.
Redford riscopre un cinema impegnato, dal sentimento genuinamente democratico, evitando quasi sempre di scadere nella retorica.
Il regista de Il Padrino e Apocalypse Now continua la sua 'vacanza romana' rispondendo alle domande dei numerosissimi appossionati e cinefili della Festa.
Un puro divertissement che deve molto a I soliti ignoti e che investe più nel magnetismo e nella simpatia dei protagonisti che nella credibilità del plot.
A presentare la riuscita commedia accanto al "debuttante" di Première c'è il veterano attore/regista Peter Bogdanovich.
I due divi approdano alla Festa del cinema sulla scia degli applausi strappati dal film di Redford, icona ed eroe del cinema impegnato made in USA.
Quando il disegno è arte figurativa ad altissimo livello, la regia diventa un percorso mentale dove il dark riesce a prendere forma persino nel buio di uno schermo.
Il regista Jon Turteltaub racconta la produzione di 'National Treasure 2: Il Mistero delle pagine perdute', seguito de 'Il mistero dei templari'.
La storia procede attraverso un realismo essenziale delle scene, scelte in ogni piccolo dettaglio in modo puntuale, scandite da una sceneggiatura davvero ben scritta.
Fantastici i paesaggi, le fotografie da cartolina impeccabili, sorprendente la ricostruzione dei vecchi villaggi giapponesi, ma le location non bastano per trasmettere al pubblico quella sottile consistenza, la fugace morbidezza che avrebbe dovuto far sentire la "Seta".
Bean nel suo film abusa di voice off e di quegli stratagemmi un po' furbi per conquistare le simpatie del pubblico, ma Tim Robbins è bravo ed il suo personaggio così irresistibile che riesce da solo a reggere e portare a termine il film.
Il regista regala alla Festa il suo divertente film che prende spunto dal problema dell'inquinamento acustico di New York.
Hoffman è il solito mattatore, ma non gli sono da meno un inquieto Ethan Hawke e Albert Finney, nel difficile ruolo di marito vendicatore e padre che non perdona. Lumet è tornato grande.