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La retrospettiva su Welles è stata aperta da Quarto potere, il film più famoso del regista americano.
Il 5 agosto la retrospettiva su Welles è proseguita con L'orgoglio degli Amberson, adattamento della novella di Booth Tarkington, forse uno dei lungometraggi più belli del regista.
Abbiamo tirato le somme di questi ultimi dodici mesi elencando e commentando i film più visti in Italia della stagione appena trascorsa, ma anche le opere più nascoste ma reputate imperdibili dalla redazione di Movieplayer.it.
Un film che a tratti scorre piacevolmente, quando non decide di dilungarsi su inquadrature e dialoghi inutili, ma non ha molto più della forma di un prodotto per la televisione.
L'opera di Cronenberg non si limita a osservare, seppure attentamente, la superficie del reale ma, altresì, tende a incunearsi nelle sinuosità e nelle increspature del dato ontologico, a scoprire e inventare nuove parentele tra ciò che, alla vista comune, appare discreto.
Si fa pienamente comprensibile - e apprezzabile - che, per un film così diverso, eppure così organico al complesso della sua opera, Cronenberg abbia compiuto scelte stilistiche in qualche misura inopinate, rispetto a quelle che eravamo soliti ammirare.
Il triplo premio Oscar, presidente della giuria per l'edizione in corso del Festival di Locarno, parla della sua arte.
Al momento di dare spessore al suo intreccio, di concretizzare l'inquietudine instillata nello spettatore, il film prenda una piega inaspettata sì, ma anche fallimentare.
L'ormai terzultimo film di To coniuga ottimamente esigenze di botteghino e spinte autoriali, con un messaggio sui media che va ad integrarsi perfettamente con le scelte di regia e montaggio adottate.
Star musicali, ma anche di elevata qualità, ed in Collateral serviva un commento che evidenziasse la dinamicità delle scene. Operazione riuscita in pieno.
Un film da vedere per divertirsi e comprendere quanto, alcune volte, rifare un film, mantenendo un finale identico, significhi crearne uno nuovo, figlio dei tempi in cui è girato.
Tratto dal videogioco del 1992, Alone in the Dark è un film chiassoso, con una struttura frammentaria e un'estetica che si discosta dall'atmosfera suggestiva del gioco originale.
L'esotismo non sempre offre spensierate vacanze e paesaggi mozzafiato. Se intendete lavorare in quei posti, pensateci bene prima di incamminarvi lungo un sentiero sconosciuto...
L'età può invecchiarci e l'unica cosa che ci resta è qualche ricordo, qualche sogno nel sogno. Senza saper distinguere gli uni dagli altri. C'era una volta (e ci sarà sempre) il capolavoro di Sergio Leone.
Nell'ultima fatica di Spielberg le musiche sono totalmente al servizio delle immagini e mai protagoniste, a differenza degli effetti sonori, che acquisiscono in questo contesto un'importanza pari, se non superiore, a quella dei dialoghi.
La vendetta è un piatto che va consumato freddo, ma con un contorno ricco di minacce, provocazioni e violenze da degustare lentamente prima del fatale dessert servito sulle rive di un fiume in piena.
Tanti attori in lizza per i due ruoli 'maschili'. Memorabili incomprensioni tra Billy Wilder e Marilyn Monroe. A qualcuno piace caldo è il titolo più appropriato per una delle commedie più incandescenti di sempre.
Il Craven che non t'aspetteresti: l'abile artigiano degli effetti speciali si trasforma, infatti, in un ??" quasi - rigoroso documentarista, riesumando, forse, lo sguardo imparziale e indagatore di certo horror degli anni Settanta.
A qualcuno piace caldo è la commedia principe (o principessa) del travestitismo e degli equivoci a tutto spiano, dove neanche la battuta conclusiva concede un attimo di respiro.
Sulla scia del fortunato "Buena Vista Social Club", film con cui Wim Wenders (ri)portò alla luce la scena musicale cubana, il regista German Kral, suo allievo, realizza oggi la prosecuzione ideale di quel film.
La scrittura è essenziale ma intelligente, sottile ed eloquente: è vero che è facile emozionarsi per un bambino che soffre, e sogna, e ama, ma è anche vero che Dear Frankie riesce a commuovere nonostante premesse poco plausibili e con un ammirevole rigore.
Un noir interessante, anche se narrativamente imperfetto, che occhieggia alla blaxploitation traendo spunto da un romanzo di David Goines, autore "di strada" popolarissimo nei ghetti neri.
Sotto l'asfalto di una città deserta pulsa un cuore malato che prepara l'assalto decisivo, grazie al quale i sogni impossibili diventeranno una mortale realtà. Un altro classico noir firmato John Huston.
Il volto di tante commedie romantiche di successo: Kate Hudson, a Roma per presentare il thriller The Skeleton Key, che la vede come protagonista nei panni di un infermiera molto determinata.
Al di là di quelli che possono essere ritenuti punti fermi all'interno del sottogenere zombesco, occorre sottolineare l'infinita varietà di temi, trame e caratteri che si rintracciano in questo filone.
L'enfant rappresenta la summa stilistica e tematica del cinema dei Dardenne ed è in questa evidente riproposizione che s'innesta probabilmente il difetto maggiore di un film comunque intenso, ma che non evolve rispetto all'opera precedente degli autori, rischiando di figurarsi sempre uguale a sé stessa.
Dopo 'La casa dalle finestre che ridono', Avati torna ad aggiungere un altro tassello alla storia dell'horror all'italiana e prendendo le distanze dagli zombi-movies clonati dalle apocalittiche invasioni romeriane, racconta una vicenda meno eccessiva e sanguinosa, ma incredibilmente spaventosa ed inquietante.
I Dardenne sembrano discostarsi leggermente da un'analisi incentrata sul mondo del lavoro e le conseguenze dell'industrializzazione (e postindustrializzazione) sul soggetto sociale per avvicinarsi all'insondabile.
Se tanto cinema ha raccontato l'orrore della guerra, l'insensatezza del conflitto, Jordan mostra come in tempo di pace sia ancora più incerto, scontornato e fuggevole il signoficato delle strutture militari.
Molto atteso dai fan della nota serie a fumetti incentrata sulle gesta dello sceriffo Mike Blueberry, questo nuovo sforzo registico di Jan Kounen ha perplesso la Francia. E non solo la Francia.
Il minimalismo estremo della trama sottintende una ricchezza e una varietà di contenuti fuori dal comune, ingabbiati in una sorta di thriller metafisico a sua volta mascherato in una struttura da horror thriller. Jessica Hauser costruisce un film "filosofico" nel senso più autentico del termine, nelle sue qualità formali quanto nei contenuti.
Una deliziosa commedia macabra che parodizza l'iconografia zombi e contemporaneante si fa beffe della società inglese.
I diversi momenti evolutivi della sottotraccia di analisi politica del genere horror costituiscono un aspetto sul quale vale la pena soffermarsi.
Vivaci spaccati di vita familiare si alternano a spettacolari riprese delle evoluzioni degli skaters riuscendo a restituire delle figure a tutto tondo, complesse e ben caratterizzate.
Innanzitutto un bellissimo film horror, ma anche un filmun film intelligentemente politico, che fotografa con arguzia la società di oggi attraverso la chiave metaforica degli zombi, così come Romero aveva fatto con i capitoli precedenti di questa saga.
Arabi e israeliani, anche nell'ironia e nel grottesco, rimangono in assetto da combattimento, e persino una donna in procinto di sposarsi non può vivere il suo momento se non oltrepassando idealmente (e non solo) i confini delle società in cui si muove.
Inutile dire che la versione in carne e ossa del panciuto eroe ha poco a che vedere con quella originale; la sceneggiatura non brilla per le trovate umoristiche né per le scelte narrative e la caratterizzazione dei personaggi è del tutto inesistente.
Un anonimo horror che vorrebbe essere un po' un gioco, un po' un film di "fantasmi sul serio" all'orientale, un po' un omaggio all'horror della tradizione, ma che finisce per diluirsi in uno sterile repertorio di cliché.
Moretti esplora i tic, le dissociazioni di una generazione ridotta già a "roba vecchia" e che prova essa stessa la fatica di vivere essendosi liberata dal peso della politica attiva, della memoria e dell'identità.
La piscina dove si svolge la partita si fa luogo di luoghi, centro di concentrazione e collisione tra stati di disordine, set comune di tensioni e speranze individuali e collettive, fulcro dell'analisi di variegati comportamenti umani e occasione di esercizio di autoanalisi pubblica e privata.
Nonostante l'inesperienza e i limiti del mezzo televisivo d'origine, Spielberg dimostra di avere già un'ottima padronanza delle tecniche di ripresa, scegliendo sempre quella più adatta al significato e la sensazione che intende trasmettere.
Un bizzarro horror b-movie casalingo tinto di science fiction, privo di qualunque pretesa e sostenuto da uno scansonato gusto per l'intrattenimento che ricorda in qualche modo gli esordi di Peter Jackson.
Terzo film dell'hongkonghese Law Chi-Leung, questo "Koma" conferma la tendenza del regista alla contaminazione di stili, pur mostrando qua e là molti difetti di sceneggiatura.
Una godibile storia per ragazzi, che prende il via da presupposti classici del mondo delle favole, ma si ripropone di affrontarli e stravolgerli con trovate fresche e originali, con l'intenzione, forse, di replicare con tono più soft la riuscita formula di Shrek. Ma mirare troppo in alto non sempre permette di centrare l'obiettivo, e l'operazione non si può considerare riuscita.
Sette anni dopo il controverso Dobermann, Jan Kounen è tornato e dirigere Vincent Cassel in Blueberry, in uscita nelle nostre sale il 15 luglio.
Il primo film sonoro dedicato al mondo dei gangsters, si segnala anche per la presenza di momenti indimenticabili ma anche imbarazzanti: un galeotto pompelmo ne è la causa...
...E' intenzione di William A. Wellman descrivere onestamente la carriera del gangster Tom Powers, interpretato da James Cagney, così da glorificare il cinema e il genere dei gangster-movies...
Vertice assoluto tra i gangster-movies degli anni Quaranta, La furia umana è un film incandescente che tiene con il fiato sospeso fino all'ultimo fatale secondo, quando la temperatura diventa troppo alta. Anche per un duro navigato come James Cagney.
Come sempre, sono molteplici i temi e le chiavi di lettura insite nel film di Spielberg per quello che pare essere il film perfetto per le sue corde di narratore per immagini.
Non è da escludere che L'eclisse sia un film di fantascienza sulle impossibili alchimie di coppia e sull'oscuramento dei sentimenti umani. Nella totale e glaciale esaltazione dei valori plastici e formali della visione.