Recensione Never Die Alone (2004)

Un noir interessante, anche se narrativamente imperfetto, che occhieggia alla blaxploitation traendo spunto da un romanzo di David Goines, autore "di strada" popolarissimo nei ghetti neri.

Un nero senza fine

King David, carismatico criminale di colore, torna nella sua città di origine dopo anni di scorribande; l'uomo è in cerca di redenzione ed è deciso a dare un taglio al suo passato malavitoso. Una vecchio "conto" rimasto in sospeso, tuttavia, risulta fatale per l'ex gangster, che viene ucciso da un suo vecchio conoscente; poco prima di morire, King David consegna delle cassette all'uomo che aveva cercato di salvarlo, il giornalista Paul: ascoltando queste ultime, Paul ricostruisce l'affascinante e violenta vita di questo singolare capobanda.

Già direttore della fotografia per Spike Lee, e regista dedito soprattutto alla televisione, Ernest R. Dickerson adatta qui un romanzo dell'afroamericano Donald Goines, autore "di strada" popolarissimo nei ghetti neri; questo Never Die Alone è un noir che occhieggia alla blaxploitation, in cui troviamo i temi della violenza, della morte e della redenzione da sempre cari al genere filtrati attraverso l'ottica iconoclasta propria dell'autore della storia originale. L'epica figura del protagonista, e la sua parabola nello spietato mondo della malavita di colore, sono rappresentate con un cupo realismo, e vedono al centro un DMX sufficientemente a suo agio nel ruolo; quello che, tuttavia, non riesce a convincere del tutto è la struttura della narrazione, in cui l'alternanza tra la traccia principale, che troviamo narrata soprattutto nella prima parte, e i flashback del passato del protagonista, preponderanti nella seconda, risulta poco organica e mancante di equlibrio; con una gestione diversa dei due "piani" narrativi, l'insieme ne avrebbe sicuramente guadagnato in compattezza.

Nonostante questo, il taglio nervoso e realistico della regia, il convincente clima di disperazione urbana rappresentato, e la notevole fotografia (sgranata e quasi documentaristica, con tonalità sature ed estremamente cupe), donano al film un fascino indiscutibile, per quanto, in qualche modo, irrisolto, sia a livello estetico che di contenuti. Il tormentato cammino verso la redenzione del protagonista, infarcito di citazioni bibliche unite ad altre più "profane" (James Brown, la teoria del karma), è aperto e chiuso da un curioso (per quanto non nuovo) uso della voce fuori campo, che fa parlare il gangster dopo morto: una scelta che in qualche modo ribadisce l'afflato "spirituale" della storia, oltre ad anticipare una svolta narrativa che rappresenterà il cuore tematico dell'intero film. Alla luce del fascino del soggetto e della bontà della realizzazione tecnica, si può dunque perdonare al film una sceneggiatura incerta, che se da un lato mette molta carne al fuoco (l'inferno della strada e la redenzione, i drammi familiari, i codici morali della malavita), dall'altro non riesce sempre a sviluppare a dovere questi temi, peccando sul piano della pura e semplice narrazione. Comunque, un tentativo di noir all black a cui vale la pena dare una possibilità, nello scarno panorama delle uscite estive.

Movieplayer.it

3.0/5