Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Il debutto nel lungometraggio di Claudio Cupellini sorprende per il tocco delicato e leggero col quale tratta una storia buffa che offre numerosi spunti di riflessione.
Vaughn è un perfetto antieroe che sa divertire e commuovere. È impossibile non immedesimarsi nei suoi continui errori e non affezionarsi ad un antagonista-protagonista che in fondo nasconde un profondo affetto da donare agli altri.
La regia di George Hickenlooper è sporca e intensa, le immagini sono graffiate e i colori ricordano il torbido cromatismo delle pellicole anni '60-'70, come per voler riprendere proprio lo stile filmico di Warhol che cercava di esprimere l'autenticità del cinema rivelandone i difetti.
Un film poco pubblicizzato destinato a diventare un piccolo cult, The Matador può contare sulle pregevoli performance di Pierce Brosnan e Greg Kinnear che lo rendono oltremodo ironico, sopra le righe e cinico al punto giusto.
L'ambizioso e spettacolare film di Zemeckis si avvale di una tecnica, quella del performamce capture, che scava una distanza con il pubblico, rendendo artificiosi e freddi i movimenti e le intepretazioni dei personaggi. Ne risente tutto il film, che rimane irrisolto e distante.
Angeli distratti non è un film tradizionale, ma un'opera ibrida che unisce intento didattico a sperimentazione stilistica ponendo al centro della narrazione l'assedio e la distruzione di Falluja.
Il film di Risi si propone chiaramente come una commedia disimpegnata che mira soltanto a far divertire il pubblico senza troppa volgarità, senza nudi o scene di sesso, cercando di puntare sui buoni sentimenti.
Keret e Geffen parlano di solitudine ed incomunicabilità, temi universali che scelgono di affrontare con un tono tragicomico, tenero e lieve, immergendo le proprie protagoniste in un universo quasi irreale.
Prese singolarmente, le varie componenti del film di Avati risultano di ottima fattura. E' l'insieme a non convincere, denotando un'amalgama approssimativa e una mancata sintesi in un lavoro che pur avrebbe avuto molte frecce al proprio arco.
Ne 'Il gigante di ferro', che è una sognante favola per ragazzi in grado di far divertire e commuovere, sono già visibili i semi della produzione successiva di Brad Bird ed è tangibile il suo approccio al cinema d'animazione.
Confuso, malnarrato e traboccante di figure retoriche cinematografiche arriva in Italia il secondo episodio della saga fantasy moderna che ha fatto registrare incassi da record in Russia ma che manca di accontentare il pubblico internazionale
La capacità che i Farrelly hanno avuto in passato di miscelare con successo volgarità e leggerezza sembra essere del tutto assente in 'Lo spaccacuori' e le situazioni tipiche della lora comicità appaiono qui poco spontanee e forzate.
Niente è come sembra si mantiene nei binari di un composto rigore adeguato alla speculazione filosofica su cui la pellicola verte.
Là dove aveva desistito Rossellini, si addentra Faenza, che esce con le ossa rotte e con un brutto film dal confronto con il romanzo di De Roberto.
Qualcuno troverà Come tu mi vuoi una commedia godibile, ma è certo che di quest'opera così lieve ed evanescente non può restare nulla, o forse soltanto il lavoro interessante operato da Cristiana Capotondi sul suo personaggio.
Il regista reinterpreta il road movie caricandolo di valenze simboliche, con l'occhio privilegiato della macchina da presa che cerca sempre le strade che i personaggi percorrono, dando grande spazio agli esterni, ma mostrandosi più ispirato quando si concentra sui corpi e sulle voci.
Non una pietra miliare della storia del cinema ma una chiave di lettura fondamentale per comprendere i tumulti creativi, di coscienza ed espressivi di un preciso movimento artistico degli anni Sessanta.
Troppe le analogie con Shining, con l'aggravante che non ci sono né Kubrick né Nicholson dietro e davanti alla macchina da presa; il triste effetto nostalgico è dietro l'angolo.
Un film intenso che rappresenta con tragica poesia il dolore della perdita e il viaggio catartico per riuscirne a sopravvivere.
Si diverte a rifare Hannibal Lecter, Anthony Hopkins, in un thriller che tuttavia non convince per una scrittura scolastica e una confezione troppo patinata.
Il thriller perde il suo ruolo di pellicola di puro intrattenimento e si riconferma un'analisi spettacolare di un uomo alla ricerca della propria identità nell'epoca del Grande Fratello.
Senza un plot che giustifichi il rincorrersi dei pensieri strazianti dei due individui al centro della vicenda, l'immedesimazione e il compatimento che la pellicola vorrebbe suscitare si vanificano ben presto negli scontati passaggi della trama.
Il diario di una tata mescola satira sociale e commedia romantica puntando il dito su una particolare tipologia di esseri umani, i ricchi newyorkesi dei quartieri alti, e sui loro costosi vizi.
Con un linguaggio originale figlio di una sceneggiatura fuori da ogni regola tradizionale, 'Juno' riesce ad affrontare con tagliente ironia un tema difficile e impegnativo.
Quanta tenerezza e ingenuità in questo omaggio di Calopresti, che porta sulle labbra il sale dell'acqua di mare, il profumo del cibo che affolla le tavole imbandite il giorno di festa.
Un horror lisergico, sperimentale e assolutamente libero, che lascia ben sperare per un giovane regista di cui si potrebbe sentir ancora parlare.
Dopo quasi trent'anni, Argento chiude la sua trilogia sulle Tre Madri: peccato che il regista di allora non abbia nulla a che fare con quello di adesso, che ha diretto un film semplicemente imbarazzante.
Non è un film indimenticabile Across the Universe, ma ci piace sottolineare quel tentativo così romantico di far sbocciare immagini dalle note che ha portato una brava regista a dipingere sullo schermo, con grande creatività, l'universo dei Beatles.
Interpretazioni al limite del dilettantismo ad eccezione del protagonista, Tommaso Ragno, che è in effetti aiutato dal fatto di dover rappresentare un personaggio quasi sempre impassibile e glaciale.
Il film manca di una sostanza reale, colleziona tutta una serie di personaggi inverosimili che irritano per i loro comportamenti innaturali, mentre tutte le storie che si susseguono sullo schermo appaiono sfilacciate, sviluppate con eccessiva fretta.
Sean Penn dirige con buona verve, seppur con qualche affanno, una storia a tratti molto emozionante che però rischia di essere fagocitata dalla seduzione della natura contaminata che mostra.
Storia ed intrattenimento abilmente mescolati per il film di Sergei Bodrov, che si avvale di un fascino visivo e di una fisicità che lasciano il segno.
Il film canta la dignità dell'essere umano, l'affermazione del proprio stare nel mondo, qualunque cosa questo comporti, per il solo bisogno di sentirsi parte della sua meraviglia.
Redford riscopre un cinema impegnato, dal sentimento genuinamente democratico, evitando quasi sempre di scadere nella retorica.
Un puro divertissement che deve molto a I soliti ignoti e che investe più nel magnetismo e nella simpatia dei protagonisti che nella credibilità del plot.
Quando il disegno è arte figurativa ad altissimo livello, la regia diventa un percorso mentale dove il dark riesce a prendere forma persino nel buio di uno schermo.
La storia procede attraverso un realismo essenziale delle scene, scelte in ogni piccolo dettaglio in modo puntuale, scandite da una sceneggiatura davvero ben scritta.
Fantastici i paesaggi, le fotografie da cartolina impeccabili, sorprendente la ricostruzione dei vecchi villaggi giapponesi, ma le location non bastano per trasmettere al pubblico quella sottile consistenza, la fugace morbidezza che avrebbe dovuto far sentire la "Seta".
Bean nel suo film abusa di voice off e di quegli stratagemmi un po' furbi per conquistare le simpatie del pubblico, ma Tim Robbins è bravo ed il suo personaggio così irresistibile che riesce da solo a reggere e portare a termine il film.
Hoffman è il solito mattatore, ma non gli sono da meno un inquieto Ethan Hawke e Albert Finney, nel difficile ruolo di marito vendicatore e padre che non perdona. Lumet è tornato grande.
Non è un brutto film 'Rendition', ma non è certo così incisivo come avrebbe potuto essere. In ogni caso aggiunge un altro tassello alla comprensione di quel che è l'America contemporanea e tutte le opere realizzate per far aprire gli occhi allo spettatore non possono che guadagnarsi comunque il nostro rispetto.
Alessandro Capone va ad indagare l'amore impossibile tra una madre e sua figlia nella Parigi di oggi, una storia coi toni da tragedia greca dominata dal dolore e dal sentimento di inadeguatezza dei suoi protagonisti.
Quella che sembra essere una ragazzina dall'innocenza ancora limpida si rivelerà poco a poco chiaro simbolo dell'intera storia dell'uomo, la vittima dei suoi flagelli, l'immagine della donna che cerca il riscatto dalla volgarità e dall'arroganza del maschio.
Opera intensa quanto diseguale, affascinante ma ostica da affrontare e da "leggere", il ritorno di Coppola si rivela comunque un'esperienza cinematografica tutta da scoprire.
La storia trasmette tutta la passionalità infantile e matura per la musica, ma si sviluppa su una sceneggiatura manovrata da forzate coincidenze che distruggono involontariamente la credibilità del racconto
La storia passa improvvisamente da momenti divertenti ad un plot più noir approntato con un linguaggio cupo e pseudo poliziesco; ma i i caratteri dei personaggi tratteggiati superficialmente e la loro rappresentazione spesso stereotipata riducono alla banalità il messaggio antirazziale del racconto.
Hafez è un'opera di non facile lettura, ricca di simbolismi, di contrasti, dei tratti atipici di quelle persone dalla cultura così diversa dalla nostra che noi occidentali che ancora fatichiamo a capire fino in fondo.
Si rimette mano al lavoro già superbo del film precedente, e l'effetto non sarà altrettanto sorprendente, ma siamo comunque di fronte ad un'altra prova eccellente, che trasforma la giovane e coraggiosa principessa di Elizabeth in una donna fulgida e incantevole.
Rispetto a 'Quel treno per Yuma' del '57, il regista James Mangold amplia il raggio d'azione della storia e la modernizza, ma ne mantiene l'atmosfera da western classico.
Un classico film di formazione, un teen movie on the road che procede diligentemente per tappe, verso quello che si presumerebbe un finale scontato, per poi virare bruscamente verso scelte di racconto forse poco credibili, ma sicuramente inaspettate.