Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Moretti è splendido ed unico interprete possibile di una storia che per la regia si affida alla mano sapiente di Grimaldi, occhio esterno su un film che trova così un equilibrio talmente perfetto che ci lascia abbandonare ad una emozione sobria, ma intensa.
Il film di Emanuele Barresi ci parla di una provincia spesso trascurata, di un mondo di piccoli artisti improvvisati, di attori passionali ma squattrinati, di un mondo dal lavoro precario e incerto, di affetti semplici e genuini.
Un documentario troppo parlato, noiosamente didascalico, che si coccola il suo protagonista senza però coglierne l'essenza, riducendolo un po' troppo semplicisticamente a simbolo.
La domanda da farsi è infatti come rappresentare oggi disastri e minacce, come raccontare una storia di questo genere dopo tutto quello che i media hanno proposto e riproposto a partire da quel fatidico giorno di più sei anni fa. La risposta è appunto, semplicemente, Cloverfield.
LaGravenese ritenta la strada da regista dopo Freedom Writers, ma i toni sobri e educati della sua scrittura si tramutano in una regia tremendamente piatta e totalmente priva di ritmo.
Versione cinematografica cartoonesca ma lontanissima dalla semplice e spassosa comicità del fumetto originale, 'Asterix alle Olimpiadi' cerca e non trova una risata scontata e demenziale.
Fedele a molti dei tratti cari al suo cinema, dal tema dell'ossessione allo smascheramento di una certa società borghese, con questo film Chabrol si insinua nell'ambiguità e nelle diverse venature del desiderio e della perversione, sia maschili che femminili.
Si sa ormai cosa aspettarsi, da un film della serie di Saw. Tuttavia, nonostante l'inizio di usura della formula, alcuni elementi di novità salvano questo episodio dalla sindrome del già visto.
Una storia di crescita e di vecchiaia, di malattia e morte, di ambizioni cristallizzate, con due adulti quarantenni danneggiati, 'crisalidi', con una propria maturità non raggiunta.
Inevitabile una certa banalità d'impianto, il film di Reiner ha l'enorme pregio di cercare di parlare, nel mondo della grande produzione degli studios, a un pubblico vastissimo di un tema quasi tabù.
Un film a misura di bambino e di chi, già cresciuto, vuole farsi catturare per un po' dai sogni della propria infanzia, quando era normalissimo dialogare anche con un orso di peluche.
Purtroppo il film di Lizzani non va molto oltre il merito di affrontare una storia così losca, ma non si affranca mai da un eccessivo didascalismo e paga lo scotto di un casting alquanto deficitario.
La narrazione segue il ritmo dell'avvicendarsi delle stagioni, i paesaggi, resi straordinariamente vividi da un'animazione accuratissima, traducono in immagini i sommovimenti degli animi scossi dalle passioni adolescenziali.
Il film racconta un'adolescenza opulenta e monocorde, di una medietà talmente smaccata da non essere rappresentativa di nulla, nemmeno di quella Roma bene viziata e qualunquista che Moccia ama raccontare con un descrittivismo vuoto e frivolo.
Il documentario corre veloce verso il finale mantenendosi perfettamente in linea col mood americano, quell'ottimismo talmente solido che spesso rischia di essere scambiato per superficialità.
Un film su cui pesa la totale assenza di suspence: la dimensione del thriller non funziona, i brividi scarseggiano, la tensione cede spesso e volentieri il passo alla noia, e gli effetti speciali non sono così mirabolanti come ci si aspetterebbe.
Ben presto la sensazione del già visto attanaglia lo spettatore senza abbandonarlo fine alla fine: la mancanza di originalità una complessiva debolezza dello script,rappresentano le pecche principali di un lavoro troppo poco incisivo.
Una commedia sentimentale brillante intessuta nella trama di un romanticismo senza tempo che sa essere del tutto moderno.
'L'incubo di Joanna Mills' è costantemente in bilico tra realtà e visioni, ma non riesce ad ottenere un risultato interessante da questa continua fusione di piani narrativi.
Manca la verve e il materiale narrativo sufficiente per un intero film e i continui show dei tre scoiattoli sono davvero duri da digerire anche per lo spettatore più disponibile.
L'ingenuità del voler farsi portavoce di troppi malesseri costa cara al film, che troppo spesso si perde in microstorie che distolgono dal suo cuore, da quel rapporto che sta malinconicamente affondando ed è pronto a riempirsi i polmoni d'aria prima di lasciarsi vincere dall'oscurità delle onde.
Il punto di vista di una donna su quegli anni raccontato attraverso la figura di un'altra donna, messo in scena attraverso il desiderio di vivere le passioni senza titubanze e di affrontare le conseguenze e le sconfitte delle proprie battaglie.
Un'operazione che si discosta totalmente dal celeberrimo primo capitolo, connotandosi come un blockbuster all'italiana, che strizza l'occhio al lato più prettamente commerciale della scia di uno dei più solidi e riusciti film di genere degli anni '80.
Nick Cave e Warren Ellis di nuovo insieme per un OST, quello del film di Andrew Dominik, caratterizzato da archi, pianoforti e una leggiadria di fondo lontana dalle sfuriate ritmiche di Grinderman e Bad Seeds.
Attraverso una serie infinita di luoghi comuni, personaggi e situazioni al limite del macchiettistico, il film della Comencini assume più le sembianze di un atto dovuto e perbenista che come il frutto di un vero sentimento di indignazione nei confronti del razzismo, quello vero.
Il film di Lawrence converte ogni riflessione dubitativa e ogni concezione relativista in un monolitico e testardo aggrapparsi all'assolutismo etnocentrista della cultura conservatrice contemporanea.
Gillespie va oltre la rappresentazione lieve di una nevrosi: coinvolge nella favola di metamorfosi ed evoluzione tutta una cittadina che dopo l'incontro con Bianca pare risvegliarsi e far emergere problemi sotterranei, conflitti irrisolti, vuoti del cuore.
Zombie re-inventa il classico di Carpenter da un lato attraverso un'impronta stilistica matura e consapevole, dall'altro fornendo a Micheal Myers un volto e un background socio-culturale.
Non è un capolavoro, non spaventa e non stupisce, ma gli elementi della storia sono tenuti insieme con compattezza grazie al leitmotiv dell'autoironia dei vari personaggi.
Sonorità folk acustiche e niente grunge per l'album di Eddie Vedder, soundtrack ideale per il film di Sean Penn.
Per apprezzare questo film ci si deve calare nello spirito sudamericano, nelle sue coloriture a volte grottesche, nei simbolismi, in quelle che, agli occhi di un europeo, possono sembrare forzature che non sfigurerebbero in una telenovela.
Il mondo di Bee Movie sa troppo di plastificato, di antropomorfico, di già visto e anche l'animazione non raggiunge i livelli che ci saremmo potuti attendere dalla DreamWorks.
La pietà è l'unico lato umano mostrato dalla diffidente Roma, definita terza protagonista della storia, e mostrataci in un bianco e nero commovente attraverso stradone vuote, simbolo della vuota umanità del Neorealismo.
Ancora più azione e divertimento, inseguimenti, codici da decifrare, eventi storici occultati dal tempo da portare alla luce, alla scoperta di un nuovo inestimabile tesoro.
Un brusco e ulteriore passo indietro per Pieraccioni, che come comico è indiscutibilmente bravo ma che come regista, nonostante gli incassi da capogiro, non ha saputo confermare e rafforzare nel tempo la brillantezza degli esordi.
Un fantasy all'insegna del divertimento; nonostante non riesca mai a creare un respiro epico e memorabile, la pellicola è certamente superiore agli altri prodotti del genere visti negli ultimi anni.
Intenso e commovente, Caramel culla lo spettatore con la sua dolce melodia e lo trasporta in una sorta di piccola fiaba kitsch piena di energia e di solarità.
David Cronenberg sbalordisce per la densità e l'asciuttezza con cui ci racconta questo dramma costruito su inquadrature statiche dall'enorme peso specifico e da una classicità chirurgica del montaggio che gli fornisce una forza insormontabile.
Accompagnato da continue raffiche di armi automatiche e da fragorose da esplosioni, l'Agente 47 riesce parzialmente a compiere la sua prima missione cinematografica in una pellicola all'insegna del puro intrattenimento.
Scorre come una musica dolce la storia tra Lei e Lui, cominciata per caso tra le corde di una chitarra e trascinata dal tubo di un aspirapolvere rotto, tra frasi non dette e carezze negate, tra sguardi appassionati, dolci abbracci e lunghe passeggiate in moto verso il mare.
In equilibrio tra il film di genere e il fumettone, Triplice inganno resta mediamente fedele all'originale, a volte con eccessi d'enfasi nei dialoghi che rimangono empaticamente ai margini.
Bentivoglio scava con malinconia nel passato e ci imbocca di immagini dal sapore agrodolce e di un umorismo tragico, dipingendo una galleria bizzarra ed umana di sognatori precocemente appassiti e perdenti che non sanno più dove cercare riscatto.
Mai la brutalità si trasforma in melodramma, anche e soprattutto grazie alla magistrale, cinica interpretazione di una giovane bravissima attrice, presente in ogni inquadratura, in ogni tassello, in ogni fotogramma di questo moderno esperimento di pop-art.
Tutto è così tragicamente realistico, da sembrare fittizio. Lo shock straziante di una realtà così violenta ha desensibilizzato la comune percezione dello spettatore e offuscato la distinzione tra vero e falso, storia e affabulazione, gioco e guerra.
Arriva il lungometraggio delle Winx, calibrato esclusivamente su un target preadolescenziale, che poco ha da dire, sul piano della fruizione in sala, ad un pubblico anche solo di poco più maturo.
Il film, pervaso da un tragicomico humour francese, dipinge a piccoli tratti, come su uno dei quadri del protagonista pittore, un rapporto d'amicizia che emoziona come una storia d'amore.
In 'Boygirl - Questione di sesso', Hurran cerca di usare la commedia di ambientazione scolastica per approfondire le insicurezze e le paure dell'adolescenza, ma non riesce a coglierne gli aspetti più profondi e quindi ad essere efficace nel suo intento.
Ossessionato dalla paura di aderire a un punto di vista piuttosto che a un altro, Chouraqui annega in un pedante accademismo senza respiro finendo per dimenticare l'essenza stessa del cinema senza per questo proporre uno strutturato discorso documentaristico.
Lo strano rapporto tra un attore ebreo e Hitler in una Germania nazista caricaturale e tentativamente ironica: la domanda che sorge dopo la visione di Mein Führer è se si possa ridere, sorridere, riflettere, sul nazismo con un film del genere.
Ci si chiede quale fosse la necessità di realizzare questo sequel, che non sa offrire nulla più della storiella sulla scorta con tutti i risvolti politically correct dietro ogni discorso o immagine che mendica il consenso del pubblico.