Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
In diverse sequenze, ralenti e dettagli iperrealistici evocano improvvisamente scenari fumettistici estranei alla sobrietà del genere, e l'effetto, pure originale e interessante, è di straniare lo spettatore.
Tornato nei panni del rude John Mc Clane, Willis a dispetto del suo mezzo secolo d'età, mostra muscoli d'acciaio e grinta da vendere. Fracassone, accurato ma un po' infantile 'Die Hard- Vivere o morire' soddisfa le attese di ragazzoni di ogni età.
Il contrasto visivo diventa una perfetta metafora dello scontro tra due mondi: quello tutto rose e fiori dei racconti infantili e quello caotico e complicato di una metropoli.
Il film di David Payne si distingue per la sua emotività, per l'intelligenza del tema trattato nonché per l'ottima caratterizzazione dei personaggi, cosa abbastanza rara per un film di questo tipo.
Uno dei punti di forza di 'Ratatouille' è la sua capacità di essere film a tutti gli effetti, ma allo stesso tempo mantenendo lo spirito, la consapevolezza e l'attitudine da cartone animato.
Facendosi beffe dei tentativi dei suoi contemporanei di raccontare la vita attraverso la letteratura, Sterne creò un omaggio sempiterno agli oggetti del suo dileggio. Nel suo piccolo, A Cock and Bull Story segue le orme dell'illustre modello ed è un successo quasi suo malgrado.
Non più spazi claustrofobici e limitati come campo d'azione, bensì ampi paesaggi, coraggiosamente filmati in pieno giorno. Nel complesso, tuttavia, questo terzo capitolo ha ben poco di diverso dagli altri zombie-movie sfornati negli ultimi tempi.
Molto affascinante e convincente nella prima parte, quando psiche e paranoia si fondono al pericolo dell'imprevedibile e inaspettato; improbabile, splatter e scontata la seconda parte del film.
La cura del particolare e l'attenta ricostruzione storica sono ridotte a meri esercizi di stile, a fronte di una pellicola troppo presto esausta per l'abbondanza di sequenze ripetitive.
Il film di Vaughn conserva intatta tutta la magia della fiaba, incanta con la luminosità delle sue stelle e sa divertire e far sognare regalandoci due ore di autentico intrattenimento.
Il film non è mai pungente, il suo umorismo non vuole essere sferzante, ma mira solamente ad intrattenere volando basso, riproponendo quelle insoddisfazioni della famiglia borghese italiana già viste altrove.
Washington e Crowe si confrontano in un film serrato, sotto l'attenta regia di Scott, che, pur dando fiato ad una pellicola solida e ben costruita, non riesce a mai a farle spiccare il salto.
L'alchimia tra Chan e Tucker è uno spettacolo che non ha prezzo, il film è uno scambio continuo di battute sulle differenze di cultura, stile e lingua, amplificate dal fatto di trovarsi in una città europea per antonomasia ostile agli estranei e di cui i due non sanno niente.
La mistura di generi 'thriller, commedia, dramma familiare' non sempre riesce in pieno e, in molti momenti, è ben visibile la fatica provata nel creare un incastro perfetto tra questi elementi.
Inquadrature sempre piene ed un abile gioco di luci e ombre di chiara ispirazione espressionista, rendono evidenti e terrorizzanti un insieme di elementi ideati proprio per il film che ha creato il culto di Frankenstein ma inesistenti nell'opera originaria.
Sorprende, e in positivo, questo esordio di Marco Martani dietro la macchina da presa, che conferma una recente tendenza nel panorama del cinema italiano che vede gli sceneggiatori cimentarsi con la regia.
Se la plausibilità dei sentimenti è d'encomiabile coraggio, la rappresentazione cinematografica lascia a desiderare; dalle evoluzioni sessuali all'aspetto fisico, nulla della protagonista conferma l'autenticità dei fatti.
Un prodotto divertente e ben fatto che riesca a non passare inosservato all'interno della grande famiglia delle commedie d'animazione, in quanto ricco di elementi astuti e funzionali.
Un film privo di slanci che in ogni caso fa il suo dovere, ovvero quello di intrattenere il pubblico piacevolmente fino ai titoli di coda.
Tanto intrattenimento e ironia per l'episodio di 'Grindhouse' firmato da Robert Rodriguez, nel quale gli aficionados di certe pellicole cult, ritroveranno tutto il fascino perduto e gli eccessi dei b-movies.
Un regista solitamente mediocre come Shankman azzecca il film giusto, grazie alle sue origini di coreografo, a un buon soggetto e a un'ottima schiera di attori.
Nella seconda parte del film le emozioni intiepidiscono fino a svanire: il ritratto di questa donna evidentemente malata manca di quella lucidità e del distacco che ci permettevano di comprendere, ad esempio, la solitudine e la follia del giustiziere Robert De Niro in 'Taxi Driver'.
Fresnadillo ripropone gli elementi che avevano caratterizzato 28 giorni dopo e vi accosta una dinamicità ed una fisicità maggiori, a tratti deliranti ed incontrollabili, nella descrizione di fughe, lotte e carneficine di vario tipo.
Colmo di riferimenti pittorici nella composizione delle inquadrature, profondamente innovativo per l'uso della soggettiva, dei carrelli, delle sovrimpressioni e della macchina a mano, il film di Gance è costituito da un continuo giustapporsi di scene madri.
Kim Rossi Stuart incarna Luca Flores, jazzista di talento, in un film che presenta molti limiti, ma che si rivela intenso e toccante.
Cercando di mettere in ridicolo le fisime e i pudori dei suoi conterranei, Frank Oz firma un'altra commedia dimenticabile, che, nei suoi sforzi di épater les bourgeois, riesce solo a farci rimpiangere i Monty Python.
Per raccontare in maniera più degna il popolo del writing ci sarebbe forse voluto un documentario, perché qui si cerca invece di privilegiare il raccontino generazionale, parlando delle disavventure dei soliti giovani problematici.
Una commedia che piega ben presto sul registro del film sentimentale e commovente, e che non presenta nessuno spunto degno di nota al quale appigliarsi per conferire all'insieme una sufficienza piena.
Glen Morgan propone una generale modernizzazione del remake di Black Christmas che, negli intenti, dovrebbe rendere il nuovo lavoro più accattivante e contemporaneo, ma di fatto lo impoverisce eliminando gli elementi più intriganti.
Con il solito spietato humour dei film adolescenziali, SuXbad dipinge l'odissea suburbana di tre adolescenti normalmente disperati e mediamente assatanati con una partecipazione fuori dal comune.
Groening spara a zero, attraverso i suoi disegni, contro un'America cinica e bigotta, razzista e facilona, ma lo fa sempre col sorriso sulle labbra di chi parla con incoscienza di gravi problemi reali.
Molaioli "asciuga" a tal punto la materia del thriller da trasformare il film in uno spaccato asettico della realtà di provincia: ma la messa in scena, più che minimale, è proprio minima.
Girato scena per scena, mantenendo durante le riprese la progressione logica dello sviluppo narrativo in virtù di una lunga fase preparatoria di prove con gli attori, 12 è un serrato dramma psicologico da camera.
Le chaos si mostra apertamente per ciò che è, un grande feuilleton popolare animato da amori impossibili, invidie, gelosie e scaramucce, con una manciata di forti figure femminili assai diverse tra loro a tessere i fili della vicenda e un cattivo atipico.
Apatow torna così sugli schermi con un'idea sulla carta intelligente, esplorabile, ma che viene ridotta ad una dimensione piuttosto bidimensionale, alla ricerca di una risata facile che in quanto tale diventa banale, poco efficace.
Una vera follia pop è Sukiyaki Western Django, demenziale commedia d'intrattenimento che però non manca di attenta qualità estetica.
Le sequenze popolate da più personaggi, la descrizione della fragilità di alcuni e la spietata ambizione di altri permettono ai due registi di intraprendere nuovi sentieri del linguaggio filmico.
Non un film, ma una delicata poesia, il canto dolente per una chimera, scritta con la fissità di una macchina da presa a cristallizzare gli attimi.
Reportage di viaggio e al tempo stesso film sentitamente politico, una storia di amicizia divertente e commovente.
Nel guardare 'Premonition' proviamo lo stesso senso di smarrimento della protagonista al risveglio, incapaci di stabilire se si tratti di un thriller, di un dramma soprannaturale o, come ci sembra più probabile, di un fallimento da tutti i punti di vista.
In un clima di proibizionismo, feste e bar clandestini, senza dimenticare i numerosi movimenti di moralizzazione, si svolge la parabola di un potente boss, tra ascesa e caduta, tra colpi di mano e tradimenti.
Un lavoro che, nelle intenzioni, tenta di agganciarsi a quella tradizione cinematografica d'impegno civile tipica degli anni '70 puntando il dito contro la corruzione che opera trasversalmente a tutti i livelli dell'imprenditoria.
Il regista ha assorbito la lezione del suo maestro Tsai Ming Liang, e ne rivisita lo stile, addolcendolo con elementi più popolari, come l'uso di canzoni melodiche e struggenti ad accompagnare l'incontrastabile tristezza.
Cesellando impeccabilmente i due personaggi principali, Allen analizza con lucido pessimismo due protagonisti cresciuti con lo stesso identico background, ma che compiono due parabole differenti.
Una perfetta commistione di generi, un alveare di riflessioni - liberamente ispirate alla vita di Bob Dylan - e letture possibili delle differenti anime di un uomo.
Il gioco cinema la fa da padrone in questo nuoco lavoro di Jiang Wen, dove ogni componente tecnica e scenica esalta e valorizza i contenuti del racconto.
Il secondo film italiano in concorso alla Mostra del Cinema numero 64 è scorrevole e ben fatto, ma non aggiunge niente di nuovo ai numerosi già visti lungometraggi dedicati a Cosa Nostra.
Ken Loach traccia con poche ed essenziali linee uno straordinario ritratto della drammatica situazione del lavoro nero e dell'immigrazione nel Regno Unito.
Una pellicola dal ritmo lento e meditativo che pare modellarsi sulle oscillazioni dell'erba mossa dal vento o sul naturale avvicendarsi delle stagioni nella prateria.
Il realismo di Kechiche è inutilmente prolisso, con lunghissime sequenze, ricche di dialoghi infiniti evidentemente frutto d'improvvisazione, a raccontare la difficile vita quotidiana di questa famiglia araba composta di tante anime diverse.