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Il regista ha presentato sulla Croisette il suo nuovo documentario, che gli è valso una causa giudiziaria da parte del Governo degli Stati Uniti.
Winterbottom continua a dimostrarsi regista di grande polso e capacità tecniche, ma anche estremamente furbo nella scelta di argomenti che gli garantiscano una facile presa su pubblico e critica internazionale.
L'utilizzo di un montaggio non lineare e soprattutto un uso originale di musiche ed effetti sonori rendono questo film uno sguardo affascinante ed ipnotizzante, ma anche e soprattutto pessimista, sul mondo degli adolescenti di oggi.
Nonostante numerosi aspetti interessanti e pur non mancando sequenze di grande impatto visivo, il film è privo di quel senso di generale compiutezza delle (migliori) opere precedenti del talentuoso regista coreano.
I due registi minnesotani in conferenza stampa, accanto ai protagonisti della loro ultima, acclamata pellicola, Javier Bardem e a Josh Brolin.
A rendere speciale questo film, o quantomeno a renderlo degno di un trattamento speciale, è la presenza di DiCaprio che, da ecologista convinto, ha fortemente creduto in questo progetto.
Che ci troviamo di fronte ad un Coen autentico lo si capisce da subito, dal voiceover che ricorda l'incipit di 'Lebowski', ma soprattutto dalla straordinaria caratterizzazione dei personaggi che appare evidente fin dalla prima sequenza.
Non mancano un po' di retorica e anche molta furbizia e superficialità, ma questo è il Michael Moore che ormai abbiamo imparato a conoscere, ed in Sicko è sicuramente al suo meglio.
Privo di elementi di reale interesse o di una benchè minima originalità, il film di Assayas punta tutto sui due attori protagonisti e sulle loro scene bollenti, ottenendo più volte il ridicolo involontario.
Un piacevole pasticcio, incoerente e illogico, ma che in realtà non è altro che una sorta di sperimentazione a cui si sono prestati registi di altissimo livello.
Il regista è intervenuto in conferenza stampa in compagnia degli interpreti del film Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo e Chloe Sevigny.
Ripreso quasi esclusivamente con camera a mano, il film riesce a rendere benissimo gli stati d'animo delle protagoniste, trasformando anche le sequenze più semplici e gli avvenimenti più banali in un esempio perfetto del crescendo di tensione.
Fincher sceglie di dirigere un film che è per metà thriller e per metà cinema reportage, dilatandone notevolmente la durata (circa due ore e tre quarti di visione): la scommessa è vinta sul piano registico, meno sul piano puramente narrativo.
I due attori e il regista hanno presentato in conferenza stampa il film che ha aperto i lavori del 60° Festival di Cannes.
Tecnicamente esemplare in ogni suo aspetto, il film sopperisce alla semplicità della storia e delle situazioni con l'originalità (e potenza visiva) di alcune inquadrature, con una colonna sonora molto curata e con solidissime interpretazioni.
Il romanticismo un po' scontato è ampiamente compensato dall'originale assurdità dei vari episodi, piccole storie d'ordinaria follia, umani tentativi di uscire dal triste anonimato con prove che sfidano ogni limite di salute mentale.
Opera piccola dalle buone idee che pecca però d'inesperienza, caricata com'è di troppi discorsi accesi e poi risolti con troppa fretta o eccessiva prevedibilità.
La più grande fuga di segreti nella storia dell'FBI diventa un thriller psicologico che mette sulla graticola le due spie e ne rivela tutte le fragilità, impegnati come sono in giochi forse troppo grandi per due semplici uomini.
Al via domani un'edizione del Festival di Cannes più scintillante che mai, per celebrare i sessant'anni della kermesse cinematografica più seguita al mondo.
Anziché accrescere il pathos, i tentativi dei protagonisti di sfuggire a morte certa innescano una vertigine di noia che distoglie il pubblico fiaccandolo al punto da suscitare ilarità all'ennesima forzatura della sceneggiatura.
L'attore e produttore ha incontrato la stampa romana ai Musei Capitolini per la presentazione di 'Io, l'altro', in uscita
Uno degli autentici protagonisti della vicenda cui è ispirato il film (in uscita il 18 maggio) ha incontrato la stampa romana.
Dopo Sesso & potere Levinson attenua i toni e vira alla commedia per dare maggior risalto al triste momento d'incertezza storica.
La grande interprete madrilena è stata chiamata a tenere una lezione di cinema dedicata alla scena spagnola.
Dopo anni di esperienze in campo cinematografico, il regista Davide Marengo si affaccia al lungometraggio. Dirige un film di genere, innovativo e divertente. Nelle sale dall'11 Maggio.
Un interessante gioco di suspense tra una tensione reclamata poi subito fatta cadere. Purtroppo però la catena d'ansia per gli eventi dura meno di mezzora, poi i misteri non svelati non tengono più col fiato sospeso.
Acclamato e celebrato dai media, il cast tecnico non delude quanto a capacità registiche e puntualità nei dettagli ma fa un clamoroso scivolone sui contenuti.
Una commistione piacevole di ingredienti, che va ad alimentare una corrente, o meglio una tendenza che, fortuna nostra, ultimamente si mostra senza remore. Dopo anni di assuefazione a pellicole italiane omologate, finalmente si sperimenta.
La parodia rock e la perizia musicale lasciano spazio all'ingrediente più importante della pellicola, che è l'inesausta verve comica che emerge gag dopo gag.
Jack Black è i suoi personaggi. In ognuno di loro troviamo la sua genuinità, che lo rende molto vicino a noi, e la sua esplosiva anima rock, brutalmente coinvolgente.
Il film riflette con incredibile potenza visiva il disagio esistenziale della società borghese italiana approfondendo l'aspetto dell'incomunicabilità e dell'alienazione dei protagonisti.
Abbiamo incontrato il regista di Re-Animator, celebrato nell'edizione appena chiusasi del Joe D'Amato Horror Fetival.
Non è un wuxia, il nuovo film di Zhang, nonostante il grande impatto delle scene d'azione: è piuttosto la descrizione ambientale ad assurgere a elemento primario della narrazione, sorretta da una costruzione visiva davvero stupefacente.
Holly Golightly è matta, ma è una matta autentica, in grado di affascinare qualunque spettatore con i suoi gesti naif e folli e con una bellezza che renderà Audrey Hepburn una vera e propria icona di tutti i tempi.
Martyn Burke porta sullo schermo non solo l' avvento del personal computer e della fondazione della Microsoft e della Apple, ma le speranze, i dubbi, e le incertezze di un mondo in trasformazione.
Il film si affida all'empatia dello spettatore, che si trova a vivere a stretto contatto con i detenuti, grazie ad una regia impeccabile, che mantiene la macchina da presa a distanza ravvicinata aumentando il disagio e la claustrofobia.
L'autore del romanzo da cui è tratta la pellicola di Adrian Caetano ha incontrato la stampa romana per la presentazione del film.
Un film di grande intensità che esplora, in maniera drammaticamente realistica, la vita di un'artista che, prima di tutto, era un uomo che non ha mai compreso se stesso.
"Quattro Minuti" per dimostrare una vita, per redimersi, per esprimere tutta la propria rabbia mettendoci tutta la gioia della liberazione, senza manette ai polsi per quattro minuti di pianoforte.
Aumentano i budget e gli incassi dunque, gli investimenti si impennano ma solo in direzione di sicure strade battute (salvo rare eccezioni); quest'anno mancavano quelle piccole perle che avevano conquistato i cuori di molti spettatori negli anni passati.
Sfruttando il linguaggio a lui più noto del mondo televisivo, della pubblicità e dei videoclip, il regista accompagna lo spettatore all'interno di un racconto che analizza umanità e problematiche sociali.
La regista Mika Ninagawa, al suo esordio cinematografico, è una fotografa dotata di uno straordinario gusto cromatico e compositivo riconoscibilissimi nel film; altrettanto evidente è però la sua inesperienza e l'ingenuità nel maneggiare il mezzo cinematografico.
Tra voli onirici e immagini di concreta crudeltà, Reggiani fotografa con piglio brillante la stagione calda di un'infanzia, targata anni '70 ma senza alcun segno di riconoscimento che ne limiti l'atemporalità, l'universalità.
Finanziato attraverso un azionariato popolare, arriva in sala il nuovo film di Vittorio Moroni, che tratteggia un documentario sulla vita di un bengalese in Italia, tra mille difficoltà e gioie, emancipato eppur figlio delle proprie radici e della propria tradizione.
Tutti quelli che erano i punti di forza dei primi due film (e del secondo capitolo soprattutto) sono qui assenti o rovesciati; Spider-Man 3 è prolisso e confuso, ma soprattutto superficiale nel descrivere una storia e dei personaggi.
Evidente lo sforzo del regista, che prova a tutti i costi ad essere originale e imprevedibile. Unica pecca, si lascia prendere troppo la mano, e i buoni propositi purtroppo restano tali.
Siamo di fronte ad un film onesto, da guardare se si cerca un intrattenimento leggero.Un prodotto che mantiene quello che promette: qualche risata e una storiella dal ritmo frizzantino, niente di più, niente di meno.
Un chien andalou può esser visto più volte, ma non per questo necessariamente compreso. Il regista ci invita (o meglio, ci costringe) a porci in maniera diversa davanti al suo modo di fare cinema: ciò che l' occhio vede non sempre arriva alla mente, ma ciò che parte dall' inconscio sì, anche se per strade più tortuose.
Il documentario annaspa nel voler evitare la volgarità della spettacolarizzazione della morte, ma tutte le sue immagini e le interviste raccolte non riescono mai a raccontare la verità della condizione dei protagonisti, la disperazione o i vuoti che conducono ad un simile gesto.
Una commedia spensierata che non fa ridere praticamente mai né riesce a far riflettere sull'importanza di concedersi una seconda chance.