Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
E' la storia di Million Dollar Baby ed il modo in cui è raccontata a far sì che questo sia un grandissimo film; una storia forte della sua classicità (e quindi della sua universalità), ma proprio tanto classica poteva correre il rischio di risultare scontata se non raccontata nella giusta maniera.
Tra tentazioni hard-core, siparietti da musical decisamente stranianti per contenuti e significati ed ossessioni formali, Tsai Ming-Liang ci proietta all'interno di un contesto piuttosto avaro di significati e di riflessioni instaurando la forte sensazione della gratuità.
Una pellicola piatta e poco interessante sia nei temi che sul versante tecnico.
La forza devastante del film risiede nell'incanto disincantato rielaborato con tenera semplicità dalla nostra Asia. Un road movie, un'odissea allucinata a stelle e strisce in fiamme, un viaggio interminabile attraverso il Tennessee, lungo le sue strade spoglie, dentro i suoi motel decrepiti.
Nonostante la struttura narrativa del film abbia qualche legame con il genere horror, il film di Chan in realtà si sviluppa in modo da offrire allo spettatore un'inquietante riflessione sulle torture che si autoinfligge chi non riesce ad accettare serenamente e con sicurezza gli anni che passano.
Un grandissimo buco nell'acqua dove vanno ad affogare rispettivamente un regista diacronicamente bravo nel realizzare thriller, un Gary Sinise costantemente a disagio nei panni dello psicologo di turno, e soprattutto un narrato che anziché definirsi per le sue tinte fantastiche ed introspettive si farà ricordare per la sua inconsistenza, questa sì memorabile.
Una storia di armi, di onore, di vendetta, in pieno stile classico e che segue quasi in pieno le caratteristiche del genere, ma che allo stesso tempo presenta interessanti digressioni sul tema.
Il film si dimostra una piacevole sorpresa, che tiene bene il ritmo e intrattiene lo spettatore senza annoiare e soprattutto con accenni a temi che danno un tocco di spessore in più alla solita commedia hollywoodiana.
Il regista capisce che il problema palestinese è troppo complesso per essere rappresentato al cinema da una sola angolazione e si accontenta quindi di rappresentare la realtà.
Una disumanizzazione rappresentata in modo calibrato e sobrio che raggiunge l'apice nel ritorno in patria del protagonista: uno strepitoso ragazzo rispondentente al none di Marcell Nagy.
Il film racconta gli ultimi mesi di vita di François Mitterand, storico presidente francese in carica per quasi 3 lustri
Risultando equilibrato nelle sue due diverse anime, quella puramente informativa e quella prettamente cinematografica, il film di Lu Chuan è sicuramente riuscito nel suo intento di rendere noti eventi di cui la nostra informazione poco si occupa, ma non trascura l'esigenza di spettacolarità ed emotività che uno spettatore cinematografico richiede.
Un film bellissimo e ricco di momenti di grande intensità e struggenza che ha il grande pregio di prendersi tutto il tempo necessario per raccontare la solitudine inconciliante di questa donna contrastata tra spinte vitali e momenti regressivi.
Dopo Eros, altri tre grandi registi contemporanei si riuniscono per realizzare un film ad episodi con un tema comune, ma anche questa volta il risultato è deludente.
Il maestro newyorkese trova un modo completamente nuovo e diverso per accostarsi a quella che è, forse, la storia più famosa di tutte, e questa scelta gli ha procurato non poche critiche, in particolare da parte dei vertici della chiesa cattolica.
Elegante, surreale, contornato di una vena di umorismo grottesco che lo colloca idealmente a metà tra Taxi Driver e Fuori Orario, Al di là della vita riflette ancora una volta il mondo della New York notturna e allucinata e dei suoi bassifondi, in particolare l'Hell's Kitchen popolato di esseri miserabili, ma anche di tanta umanità.
L'azienda del Paradiso contro l'azienda dell'Inferno. Modernissima sfida per salvare l'anima di un pugile dal trascorso violento combattuta da due angeli d'eccezione: la diabolica Penélope Cruz e la divina Victoria Abril
Film profondamente imperfetto, che emoziona poco e quando lo fa è in gran parte merito delle belle canzoni di Darin.
Il film non vuole affrontare discorsi retorici né vuole dare giudizi ma semplicemente offrire una visuale diversa (ma mai compiaciuta) di personaggi tristemente noti.
Ricca di momenti di assoluto divertimento, Childstar è una commedia sobria e caustica, dotata di un ottimo equilibrio e lontana da qualsiasi stucchevolezza e sentimentalismo
La storia ovviamente è tragicamente vera e questo rende quasi impossibile emettere un giudizio esclusivamente cinematografico, perché, oltre le questioni squisitamente tecniche, molto del valore del film risiede nell'importanza e l'interesse che sottendono l'evento raccontato.
Il film di Mackenzie sembra nato vecchio. E' questo il limite più evidente di una pellicola che per ambientazione, temi e narrazione non riesce mai a catturare lo spettatore sotto nessun aspetto.
Una commedia fresca ed intelligente, sorretta da un ottimo cast e da una eccellente sceneggiatura.
Il film non si può affidare ad una sceneggiatura particolarmente solida o ad una regia esaltante, e anche il cast, seppur variegato, non brilla mai se non quando in scena sono presenti i due "selvaggi", al loro esordio cinematografico.
Il diario di una famiglia che si guarda allo specchio, che riflette su passato, presente e futuro di una realtà difficile da vivere, ma che va affrontata perché il dolore non se ne va via col silenzio.
Se Mordini ha un ottimo punto di partenza in questo suo bizzarro nucleo familiare e gli sa costruire attorno ambienti realistici, è la vicenda in cui coinvolge i suoi eccentrici personaggi che risulta poco credibile.
Nella sua smania di inventare, di arricchire la storia di trovate, di tocchi personali, di dettagli unici, Jeunet sembra perdere il controllo del progetto nel suo insieme.
Attraverso lo "strumento" teatro permette ai suoi ragazzi di lottare davanti ai palazzi grigi e di esprimersi. Grazie all'opera di Marivaux, infatti, il regista ci invita a condividere la vita di questi adolescenti della periferia parigina con il loro gergo, il loro sistema di valori, il loro immaginario.
Nel complesso, pur ritenendolo divertente e abbastanza riuscito, Sideways è per noi un film decisamente sopravvalutato, così come lo è il suo (elitaristico) ammiccare al mondo dell'enologia e del vino.
Uscito quattro anni dopo il successo di 'Ti presento i miei', questo sequel, che vede i tre protagonisti tornare nei rispettivi ruoli con l'aggiunta dell'accoppiata Hoffman-Streisand, mantiene le caratteristiche di base che avevano fatto la fortuna del film precedente.
Il limite più evidente del nuovo lavoro di Avati è questo suo cercare ossessivamente di dare alla storia un carattere di universalità, scomodando addirittura la magia delle stelle che vagano nell'universo, finendo però col sacrificare la spontaneità.
Il film si propone di raccontare la vita, le emozioni, l'eccitazione e la paura di chi, quotidianamente, rischia la vita per lottare contro un nemico letale come il fuoco: il tentativo, purtroppo, è fallito, principalmente a causa di una sceneggiatura superficiale, che banalizza la vicenda e i suoi protagonisti.
Dopo la felice parentesi di 'L'età dell'innocenza', Scorsese torna, con questo film, a raccontare la sua America, spostando il centro della sua attenzione sul mondo del gioco d'azzardo.
Nonostante la trama squisitamente natalizia, quasi dickensiana e addirittura disneyana in senso ultraclassico, inevitabilmente sentimentalistica, il rischio di melensaggine è abilmente e fortunatamente scongiurato.
L'ultimo valzer è un prezioso archivio di memorie capace di testimoniare un momento nevralgico di cambiamento per l'intero sistema musicale, al quale sarebbe seguito un nuovo modo di creare, vendere e promuovere la musica, anche in relazione al pianeta cinematografico, oggi sempre più dipendente dalla componente sonora.
Una pallina corre sul panno verde, come la vita di Eddie, Vincent e Carmen. Un mito del biliardo e il suo pupillo con l'astuta fidanzata, affrontano i campi da biliardo per conquistare gloria e soprattutto denaro.
Kundun è un film reverenziale che non s'interroga sul valore dei riti e dei rituali del buddismo. È un'opera visivamente bella, interessante ma spiacevolmente semplicistica.
Il film, malgrado sia a tratti piuttosto volgarotto e grossolano, riesce a rendere con una certa efficacia le difficoltà dei giovani gay che vogliano provare ad affermarsi in settori a loro tradizionalmente preclusi (come lo sport).
Il regista, complice anche qualche virtuosismo tecnico che ben si sposa con la cultura delle vignette disegnate, ci regala avvincenti e riuscite sequenze d'azione.
Alì è stato più di un campione dello sport, è stato - è - un simbolo e il film di Mann omaggia ciò che lui stesso ha sempre saputo, di non essere uno qualunque, ma il più grande di tutti.
Un ritratto graffiante e realistico di uno dei più grandi pugili della storia e allo stesso tempo una profonda analisi, ricca di significati extrabiografici e simbolici, su di un personaggio ossessionato e soverchiato dall'abbraccio matrigno della sua cultura.
Il muro è un lavoro interessante, la cui anima è nell'orizzonte coperto da questa infame barriera, nei colori che il sole illumina sullo sfondo, nelle voci disordinate di arabi ed ebrei che tentano di coprire il fastidioso baccano delle ruspe.
Dal punto di vista scenografico e visivo il film risulta apprezzabile, anche per la scelta di effettuare quasi tutte le riprese in esterno.
Seppur con un'opera più distaccata e imponente, Martin Scorsese resta fedele alla sua poetica e ancora una volta racconta l'America delle contraddizioni e delle false speranze.
La Disney, nella sua migliore tradizione, unisce in un unico film avventura, commedia e amore.; ingrediente supplementare, ma non secondario per i gusti del pubblico, è una spruzzata di arti marziali a colorire alcune sequenze d'azione e a sfruttare la bravura e la popolarità di Jackie Chan.
Profondamente permeato dalla filosofia e dall'immaginario distopico di Philip K. Dick, Natural City è un kolossal coreano godibile, ma fin troppo debitore nei confronti di Blade Runner, delle cinematografie giapponese e americana, così come del cinema d'azione di Hong Kong.
Otomo sposa la grafica bi e tridimensionale con le più avanzate tecniche digitali, fondendo nel suo affresco riferimenti letterari e fumettistici, nonché dettagliate ricerche storiche e iconografiche relative all'affascinante Londra ottocentesca, assurta a simbolo di avanguardia scientifica di un passato nemmeno troppo remoto.
Ulteriore variazione del genere cinese per eccellenza, il wuxiapian, il film è un'opera astratta, coreografica e spettacolare, ma anche spiccatamente votata a una trattazione melodrammatica.
Parigi anni'80. Leo Vrinks e Denis Klein sono due poliziotti in competizione per sgominare una banda di criminali. Una volta erano amici. Una volta. Oggi la loro, è una sfida personale fra odio e romanticismo.
La morale della pellicola è piuttosto da individuare nell'intento metacomunicativo di sferrare un attacco feroce alla mediocre qualità degli attuali format televisivi che, come dice il nome stesso, si ispirano a fatti reali.