Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Boyle mette il proprio estro al servizio di una storia che vuole incontrare il gusto di grandi e piccoli, ma prigioniero di questa favola moderna nel quale ha scelto di cacciarsi incontra il limite più grande proprio nel suo virtuosismo.
Partendo da un spunto anche relativamente interessante - la legittimità di chiamare in causa il gigante dei fast food per i problemi di salute legati all'obesità - Spurlock confeziona un documentario incentrato su una tesi disarmante nella sua ovvietà.
Prince &the Revolution, 'Parade': e Prince si tinse di bianco e di nero.
Dieci anni dopo aver sconvolto la vita di Jim Carrey, la Maschera torna in un film più infantile, con un protagonista inadatto e un'"umorismo" a tratti imbarazzante: un film, comunque lo si voglia vedere, che si caratterizza per la sua inutilità
Beppe Cino si allontana dalle coordinate del neorealismo lungo le quali si muoveva il suo maestro Rossellini, per tentare una strada più poetica e visionaria.
Un film decisamente soddisfacente che si caratterizza per la ricchezza e molteplicità di tematiche e di riflessioni affrontate e per la continua oscillazione tra diverse derive stilistiche e narrative, più o meno degnamente riproposte in un canovaccio visivo tipicamente post-moderno.
Emozioni e risate, comicità naturale che si confonde con la poesia, sono gli elementi vincenti di una sceneggiatura che tratta problemi importanti senza però renderli indigesti.
Ad una diffusa superficialità nella narrazione e nella caratterizzazione psicologica dei personaggi, corrisponde però un'attenzione sul piano visivo che porta alla creazione di un universo selvaggio e suggestivo.
La regia si adegua al tema giovanile (e giovanilistico) della trama: Rubini dirige con ritmo vivace e con sguardo appassionato, la macchina da presa scivola rapida tra i vicoli e sorvola le assolate campagne pugliesi a fotografare i suoi protagonisti.
La regia di Lumet è trascinante e semplicemente geniale nel comporre le inquadrature sui giurati: li avvolge in fluidi piani sequenza, li scruta dagli angoli della stanza, li appaia e li separa, e poi passa ai dettagli, e li rivela.
Dirigendo il sequel del 'The Ring' americano, Nakata prova a mediare tra la sua visione autoriale dell'horror e le esigenze dell'industria della paura hollywoodiana: pur non mancando i buoni momenti, il risultato delude, principalmente a causa di una sceneggiatura confusa e incerta sulla strada da prendere.
Produzione dedicata sostanzialmente ad un pubblico di giovanissimi, il film si caratterizza per un generale, buon livello tecnico, ma anche per la mancanza di qualsiasi tentativo di andare oltre il target scelto.
Peccato che un cast così preparato e sopra le aspettative, debba sacrificarsi ad una regia scarna, piatta e inesistente, dove l'abuso del primo piano sembra esistere in virtù di zoom dalla platea, ma non restituisce forse il clima del palcoscenico.
Non c'è la verve "favolosa" di Shrek o l'allure anni '40 de Gli incredibili, ma c'è la vita, il mondo, fatto a bulloni. Ogni elemento del nostro quotidiano è trasformato in metallo in movimento.
Se la ricerca del significato della morte si combina tragicamente con le predizioni d'inevitabili catastrofi, per il giornalista John Klein non resta che capire chi sia quella strana creatura che ha fatto visita alla moglie nell'attimo più tragico delle loro vite...
Un film adulto, robusto, a suo modo anomalo, in grado di liberare lo spettatore dalla frustrante e costante sensazione del déjà-vu e dall'ozioso gioco della ricerca del killer.
Cliniche, scuole, cantieri navali, industrie alimentari, realtà diverse con diverse esigenze, ma unite dallo stesso fermo convincimento: attraverso l'eliminazione degli sprechi e la riduzione del profitto è possibile continuare a produrre, anche all'interno di un sistema capitalista.
Un film improntato al massimo della stilizzazione visiva, dove i media visivi di riferimento sono - oltre ovviamente ad un certo cinema d'azione ma anche western, come ben testimoniato dal tema dell'assedio - fumetto da un lato e videogame dall'altro.
Quello che però va riconosciuto al regista Brad Silberling è di aver cercato in tutti i modi e di essere perlomeno parzialmente riuscito a riportare sul grande schermo lo spirito particolarissimo alla base dei romanzi di Lemony Snicket.
Cosa succede quando un agente segreto perde la sua intera squadra e viene accusato ingiustamente dell'accaduto? La colpa, per quel che riguarda De Palma, potrebbe anche essere dello spettatore. Vedere (e leggere) per credere, possibilmente prima dei canonici cinque secondi dall'autodistruzione.
Si ride e si sorride con facilità, senza pretese, con il supporto di interpretazioni di buona levatura anche se stereotipate che vanno da sole, recitando quasi su un canovaccio che conoscono a memoria.
Abbandonando intelligentemente la retorica facile da war movie suddivisa in "buoni vs cattivi", la Bier preferisce focalizzare sulla tragedia vissuta sulla pelle dei protagonisti, accompagnarli in tutte le sfaccettature del quotidiano.
La pellicola, accorata e tecnicamente rifinita, soffre di una sceneggiatura debole e di una recitazione approssimativa, e i tocchi surreali che vorrebbero donare al film un giocoso onirismo sanno decisamente di già visto.
Ispirandosi alla vera storia del ricercatore Alfred Kinsey, i cui studi sul sesso scandalizzarono gli USA negli anni '40, Bill Condon dirige un film dalla forte carica divulgativa, la cui riuscita è dovuta soprattutto a un ottimo Liam Neeson.
Dio creò il mondo in sette giorni. E L'ottavo giorno i Monty Python pensarono bene di distruggerlo, o di sovvertirne le regole già ben consolidate, in poco più di un'ora e mezza.
Il film è ben girato e diretto, ambientato in un mondo ricco e patinato ma senza quegli eccessi di glamour che avrebbero potuto confinarlo in una realtà lontana e estranea.
Polson sfrutta il materiale con intelligenza, giocando con l'ambiguità dei dialoghi e delle situazioni; immagini nascoste, non rivelate, occhieggianti da dietro una porta, celate da una tenda da bagno, velate dal fitto bosco autunnale.
Ale e Franz volano al cinema. La panchina di Zelig si trasferisce in un paesino di provincia dove si svolgono in parallelo una partita a scacchi vivente e l'organizzazione di un'evasione. I Nostri due si trovano nel mezzo. Niente di nuovo, solo una puntata di Zelig ambientata fuori porta.
Riconoscimento sociale e fortuna sono gli obbiettivi della giovane donna, una concezione romantica dell'amore ancora di là da venire, una vita fatta di strategie, piccoli e grandi inganni, opportunismi e miserie, accordi e convenienze che mettono decisamente in secondo piano la sfera affettiva.
Un film sugli intrighi di potere, sulle mezze verità, sui dati occultati, sulla sete di ideali, che fra fotogrammi sgranati stile documentario e flashbacks in bianco e nero, si cimenta in un'interessante ipotesi storico-politica sul sequestro di Aldo Moro.
Tema classico ed abusato, trattato in una maniera irritante e scontata, zeppo di luoghi comuni e di psicologismi della peggior specie e come se tutto ciò non fosse sufficiente attraverso la forma dei continui rimandi narranti del protagonista allo spettatore.
Anderson ha realizzato un film profondo e stratificato, dove sotto una superficie fatta di genialità visiva, meravigliosa e sbalorditiva eccentricità, irrefrenabile umorismo, si nuove sinuosa (liquida) una storia commovente e struggente, la storia di un uomo alle prese con un difficile bilancio esistenziale.
Arriva alla sua naturale conclusione la saga di Edgar Reitz, che copre ottanta anni di storia tedesca vista attraverso gli occhi di persone comuni che vivono la loro quotidianità in un paese carnefice e vittima.
Quasi dieci anni dopo 'Underground', Kusturica torna ad occuparsi del conflitto dei Balcani, mescolando le influenze shakespeariane da sempre presenti nel suo cinema con un tocco di commedia debitore dei film di Frank Capra.
Una commedia che, a modo suo, porta sul grande schermo l'amaro della quotidianità, ironizzando sulla chirurgia estetica come sull'abuso di telenovelas, sul significato della famiglia come su quello dell'amore...
Il film propone uno scontro di dimensioni teoricamente epiche, opponendo il granitico Snipes nientemeno che al Principe delle Tenebre: il risultato, però, delude a causa di una sceneggiatura esile e di una regia piatta e ripetitiva.
Quattro intrepidi tutori della legge sono soli contro tutti. Quel tutti è rappresentato da Al Capone, "dittatore" della mala, pubblica e privata, nella Chicago anni Trenta. Brian De Palma confeziona un'opera magistrale che non disdegna i punti nodali del suo cinema.
Quando due vite s'incontrano in modo inimmaginabile, il paradiso non può più attendere. Meglio volare in alto, dunque. Fino a scomparire nella "virtualità" dell'adattamento di un incompiuto progetto kieslowskiano.
Ci prendiamo la responsabilità di dichiarare che l'operazione della cineasta italiana, già autrice di documentari e di operazioni estremamente di nicchia, è coraggiosa e di grande qualità.
Il film funziona, nonostante dei momenti di stanca piuttosto obiettivi, quando illustra il disagio psicologico del personaggio nella sua quotidianità e nella gestione dei rapporti sociali piuttosto che quando ambisce a spiegare il perché di questa dissociazione.
Francis Lawrence, talentuoso e prolifico regista di videoclip, al suo debutto cinematografico sceglie la via del pastiche, una contaminazione di generi e stili che fa di Constantine un lavoro totalmente privo di identità, di quel tocco personale che lo renda unico ed appassionante.
Un film forse non facilissimo, che tuttavia ripagherà lo spettatore che si farà lo sforzo di entrare in sintonia questa moderna parabola spirituale con grandi emozioni e la consolante, potente affermazione del valore della solidarietà umana.
Con delicatezza, il film di Rothemund commuove ed emoziona, Sophie Scholl è ritratta come una ragazzina coraggiosa, ma la sua disarmante semplicità ed il suo sorriso fanno volare il cuore dello spettatore più in alto dei suoi volantini bianchi.
In un film quasi senza sbavature, ben scritto ed interpretato, l'autrice non rinuncia ad inserire spunti di riflessione sulle difficoltà del passaggio all'età adulta.
Più di un sorriso ci accompagna nel seguire la vita di questa piccolissima comunità, l'innocente scoperta del mondo esterno, il sorgere di domande su di esso, e la sensazione che resta al termine della visione è di sognante dolcezza.
Solnze è'un film ermetico ed opprimente dai colori plumbei e dall'estremo rigore stilistico; in piena e rinnovata aderenza con le radici teoriche e narrative del cinema sovietico delle oigini.
Due vite, due solitudini, due outsider il cui incontro cambierà completamente la vita di ognuno: un film sorretto da un equilibrio magico, che affronta senza retorica un tema difficile come quello dell'handicap.
Superata la prima metà del film, il regista sembra fare una scelta ben precisa, ovvero quella di non osare mai e non tentare mai di andare oltre gli aspetti più superficiali della sua storia .
Seppur di non facile fruizione, il film rappresenta una scommessa vinta, un prodotto originale quanto emozionante, che coniuga tecnica documentaristica e narrazione teatrale per dare nuova vita a una delle personalità più note e amate della storia del sol levante.
Dopo l'incantevole inizio, il film sembra subire una brusca frenata, diventando a tratti inutilmente prolisso e indugiando in alcuni personaggi e intermezzi non del tutto riusciti, che distolgono l'attenzione dai plot principali, rendendo frammentaria e disomogenea l'opera nel suo complesso.