Recensione Dogtown and Z-Boys (2001)

Dogtown & Z-Boys racconta la rabbia e la voglia di riscatto di un gruppo di ragazzi con nessuna strada davanti a sé. Di come due uomini ispirati seppero fare della vita di una banda di adolescenti un'opera d'arte. Di un'ennesima versione del sogno americano.

RECENSIONE di ALESSANDRO GUERRA 23/06/2005

Lo stile conta

Alla fine degli anni '60, Dogtown è un sobborgo miserabile e degradato di Los Angeles; i resti arrugginiti dei luna park della Coney Island della west coast rovinano nel pacifico dando vita a un paesaggio spettrale. Qui, nello spot più pericoloso della California, un gruppo di ragazzini emarginati di varie etnie, tutti provenienti da famiglie disagiate, surfano tra i pali dei pontili e le travi d'acciaio, opponendosi con la loro rabbia e il loro stile radicale all'atmosfera swinging e spensierata del surf tradizionale. Quando Skip Engblom e Jeff Ho, un eccentrico e rivoluzionario designer, aprono il loro negozio di tavole a Dogtown, il Jeff Ho & Zephyr surf shop diventa ben presto il luogo di ritrovo preferito della banda.

Ho, Engblom e Craig Stecyk, un fotoreporter, li prendono sotto la loro ala protettrice. Nasce lo Zephyr Surf Team che si conquista in breve tempo una certa notorietà grazie alla dedizione al surf e al carattere particolarmente duro dei suoi componenti.

Nelle ore in cui non fanno surf, gli Zephyr Boys si dedicano allo skateboard. Con il decisivo apporto di Ho e Engblom, che li spronano alla ricerca ossessiva di uno stile, e di Stecyk, che li guida artisticamente creando un'estetica ancora oggi imitata e portandola alla ribalta della cultura pop anni '70, Jay Adams, Tony Alva, Stacy Peralta e gli altri re-inventano lo skateboard importando lo stile e le figure del surfista hawaiano Larry Bertleman e trasformando quello che era poco più di un divertimento per ragazzini in un fenomeno culturale e in un business di dimensioni mondiali.

Dogtown & Z-Boys racconta la rabbia e la voglia di riscatto di un gruppo di ragazzi con nessuna strada davanti a sé. Protetti dall'infamia dello slum, lì dove "il mare incontra i detriti", si ritagliarono il loro spazio, la loro piccola fetta di sogno americano, concentrandosi ossessivamente sull'unica cosa che sapessero fare bene, uno spiraglio di opportunità lasciato aperto dalla società opulenta dei college e delle spiagge dorate. Gli Z-Boys si distinguono dagli altri per la loro sfrontata consapevolezza di essere i migliori, evitando la competizione e dedicandosi esclusivamente alla ricerca di uno stile, di un'identità, di un segno con cui marcare un'epoca in cui sembravano destinati a vivere da comparse.

Jeff Ho e Craig Stecyk fecero della vita di un gruppo di adolescenti un'opera d'arte, senza peraltro raccoglierne poi i succosi frutti, travolti dalla calca mediatica e dal potere dell'industria. Dogtown and Z-Boys racconta di come, per una volta, la manipolazione di giovani coscienze servì a fare di un gruppo di diseredati degli individui dotati di consapevolezza, orgoglio e determinazione.

Dogtown and Z-Boys è anche il racconto di come, per l'ennesima volta, le industrie e il denaro riuscirono a corrompere e a dissolvere un sogno, a fagocitare nel sistema, omologandoli, degli uomini che credevano di essere una nuova razza.

Stacy Peralta, oltre ad essere un nume tutelare dello skateboard, si rivela un capace e sensibile documentarista. Dopo aver diretto alcuni mediometraggi mirati essenzialmente alla promozione della sua squadra di professionisti si misura con un progetto ambizioso e fa centro al primo colpo (chi ha già visto il successivo Riding Giants sa che non si tratta di un colpo di fortuna). Il materiale d'epoca raccolto è semplicemente fantastico, e testimonia un progetto estetico che nasce già in quegli anni. I filmati sono ripresi con mano tutt'altro che naif da Stecyk e Ho, le immagini di Stecyck e quelle di Glen E. Friedman (il fotografo principe dell'hip-hop) sono insieme dei capolavori di tecnica e espressività. Peralta rivisita quegli anni con delicatezza e rispetto, consapevole di star ri-scrivendo il mito di fondazione di sé stesso e dei suoi amici, forse eccedendo addirittura in discrezione a favore di Alva e degli altri. Dimostrando una lealtà e un affetto degni di un film (come non pensare a Un mercoledì da leoni) e una compassione sincera per Jay Adams, forse il più talentuoso e sregolato degli Z-Boys, dimenticato dallo star system e dalla ricchezza in una cella di una prigione delle Hawaii, spingendolo ad aprirsi in una lunga e amarissima intervista.