Recensione Wimbledon (2004)

Sul solco della migliore tradizione della commedia sentimentale britannica Loncraine confeziona una pellicola di ambiente tennistico vivace e riuscita, che combina sapientemente un classico plot romantico con il desiderio di rivalsa del pubblico inglese.

Un amore in erba

Sul solco della migliore tradizione della commedia sentimentale britannica (i produttori sono quelli di Quattro matrimoni e un funerale, Notting Hill e Il diario di Bridget Jones), il versatile Richard Loncraine, che nel '95 diresse Sir Ian McKellen in un indimenticabile Riccardo III, confeziona una pellicola di ambiente tennistico vivace e riuscita, che combina sapientemente un classico plot romantico con il desiderio di rivalsa degli inglesi, che da tempo immemore non vedono i colori d'Albione trionfare nell'antichissimo e prestigioso torneo di Wimbledon.
L'eroe del caso è Peter Colt (Paul Bettany), che ha lasciato i momenti di gloria dietro di sé (è stato numero 11 della classifica ATP, ma ora è scivolato oltre il baratro della centesima posizione), ha la schiena malandata e non nutre speranze di risollevarsi a causa dei troppi compleanni festeggiati. Si prepara ad affrontare il primo turno a Wimbledon con spirito non esattamente combattivo e con in tasca un contratto di direttore sportivo in un elegante country club.
Ma un altro genere di incontro cambierà le carte in tavola. A causa di un disguido, Peter finisce nella suite della giovane e grintosa "pallettara" americana Lizzie Bradbury (Kirsten Dunst), e tra i due scocca subito la scintilla; Lizzie gli darà una miracolosa iniezione di fiducia che, associata a qualche colpo di fortuna, lo porterà dritto in finale. Ma se per lui l'amore è una rinascita anche agonistica, per Lizzie diventa una distrazione pericolosa: di qui il conflitto che instilla nella vicenda quella goccia di dramma che non può mancare in una commedia che si rispetti. Ma non temete, il lieto fine è dietro l'angolo.

Niente di sconvolgente, di edificante o di particolarmente originale, dunque, ma intrattenimento di classe. La forza del film è naturalmente il suo protagonista, il biondissimo e invidiatissimo marito di Jennifer Connelly: ma Wimbledon dimostra che la divina Jennifer merita altrettanta invidia da parte del gentil sesso. Paul è bello, affascinante, ironico, talentuoso, eclettico e sexy, e regala (quasi) tutte queste qualità anche al personaggio di Peter Colt, facendone un outsider per cui è impossibile non fare il tifo. La giovane Dunst fa la sua parte, anche se il personaggio della gagliarda Lizzie è solo abbozzato rispetto a quello del protagonista; tra i due la chimica non è esattamente esplosiva, ma la coppia, in qualche modo, intenerisce.
La sua parte, naturalmente, la fa anche il tennis, sport normalmente poco sfruttato nel cinema, forse per i suoi ritmi placidi e per la compostezza media del suo pubblico, oltre alla sua scarsa dinamicità rispetto agli sport di squadra che hanno come scenario grandi stadi, palazzetti colorati e folle festose. Qui Loncraine mette al servizio dei suoi match un'ottima tecnica registica, una colonna sonora "gasante" e uno sguardo appassionato: il risultato è che le partite sono le fasi più coinvolgenti del film. E complimenti ai preparatori atletici del cast: il realismo è notevole e, a fronte di qualche libertà sul conteggio dei parziali e sulle tradizioni della disciplina, si sente davvero l'atmosfera del Central Court.

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3.0/5