Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Dopo trenta film e ventitré anni di carriera, Adam Sandler s'incorona definitivamente re della commedia famigliare facendosi in due nel film diretto dall'amico Dennis Dugan e incentrato su ad una coppia di gemelli sull'orlo di una crisi d'identità.
Il lavoro di Mac Donald ci dimostra che c'è ancora tanto da imparare da un artista come Bob Marley e lo fa senza colpi di scena privi di spessore, ma affidando la sua indagine a rari filmati di repertorio, relativi ai primi anni della carriera e alle foto dei suoi ultimi giorni, testimonianze preziose di una vita mai banale.
In un thriller dai toni noir, sia Gabriel Byrne che Charlotte Rampling dipingono dei ritratti tridimensionali e profondi dei loro personaggi, mettendo in scena l'alchimia che si crea tra i due con delicata misura.
I fratelli Taviani accendono i riflettori sui detenuti di Rebibbia, interpreti di un adattamento del Giulio Cesare di Shakespeare che mette in luce la loro umanità e il loro vissuto. Un esperimento di docu-fiction in cui i dialetti italiani si allacciano alle parole del Bardo per raccontare una moltitudine di storie in bianco e nero.
Iron Sky non è certo il film da cui aspettarsi introspezione o analisi approfondite, ma in fin dei conti si può considerare un esperimento riuscito, seppur non esente da difetti.
Quello di Christian Petzold è un cinema fatto di sottrazione e di riflessione, sorretto da dialoghi scarni, da sguardi e da impercettibili accezioni, e Barbara ne è lo straordinario emblema.
Un esordio alla regia, quello di Angelina Jolie, che ha il suo limite principale nella struttura narrativa, non abbastanza compatta per reggere un film di due ore, ma si lascia apprezzare per il coraggio di raccontare una storia assolutamente non facile.
Un'opera spontanea di grande contenuto emotivo che si fa portatrice di un imperativo e insieme di un'urgenza impellente, un'esperienza tutta da vivere che infervora e commuove, capace di travalicare ogni schieramento politico e ogni divisione ideologica.
A moi seule risulta un esperimento non completamente riuscito, inadatto a dire qualcosa di nuovo ed interessante su un tema drammatico di cui si limita a tratteggiare un quadro sbiadito.
A dispetto della creatività sbalorditiva del romanzo di Foer, Stephen Daldry sceglie una via più sicura, eppure questo non penalizza la fruizione di una storia che trova la sua forza nei legami profondi che si instaurano tra i personaggi.
Mai Wei è a tutti gli effetti un colossal di guerra in cui Kang Je-gyu è abile nel mettere in scena le battaglie, tirarsi indietro quando si tratta di mostrare i momenti più drammatici e cruenti, ma allo stesso tempo concedendo qualcosa allo spettacolo.
Girato per lo più con una camera a mano che segue passo passo i movimenti delle splendide protagoniste, Farewell, My Queen è un'opera tutta al femminile caratterizzata da un'impronta profondamente espressiva, fantasiosa ed al contempo straordinariamente realistica del suo autore.
Don 2 conferma la capacità di Bollywood di tenere testa al cinema hollywoodiano nel creare prodotti di puro intrattenimento che sappiamo accompagnare lo spettatore in una serata senza di disimpegno e relax.
La minaccia fantasma conferma, a tredici anni dalla sua uscita, sia i limiti che i motivi di interesse che aveva mostrato all'epoca; la terza dimensione, tuttavia, non sembra aggiungere molto al sontuoso look del film, risultando spesso solo abbozzata.
Un film che, pur vantando un'esteriorità innovativa, in realtà continua a celare un contenuto tendenzialmente semplice caratterizzato da un'architettura narrativa volta al minimalismo.
Sulla falsa riga del ghost-thriller coniugale di Zemeckis con Michelle Pfeiffer e Harrison Ford, suo quasi omonimo, La verità nascosta gioca con lo spettatore e lo mette in condizione di credere che si tratti effettivamente di una storia analoga a quella cui ammicca furbescamente il titolo.
Lo script lavora su alcuni stilemi ricorrenti del thriller americano, senza rivisitarli in maniera innovativa: il regista Asger Leth punta più sulla spettacolarità di alcune sequenze, dimostrando una discreta capacità nell'orchestrare l'azione.
La follia di Hesher, e l'azzeccata interpretazione di Joseph Gordon Levitt, molto dicono di un personaggio che è più complesso di quanto lasci trasparire.
Al contempo opera di genere e d'autore, Millennium - Uomini che odiano le donne è un film penetrante, teso, sofferto, crudo, messo in scena in maniera impeccabile da un regista che con l'abilità degna di un cesellatore è riuscito a sorprenderci ancora una volta, a far completamente sua un'algida storia di violenza e giochi di potere entrata con veemenza nell'immaginario collettivo europeo.
Per il suo lungometraggio d'esordio Emiliano Corapi sceglie di rappresentare frammenti di esistenze invisibili, capaci di mostrare sotto gli stimoli della realtà una determinazione tanto inaspettata quanto drammaticamente comune.
Hugo Cabret è principalmente un lirico omaggio tributato da Scorsese alla Settima Arte e ad uno dei suoi pionieri; ma è anche una favola moderna, romanzo di formazione su un ragazzino che cerca il suo posto nel mondo, in una società vista come un enorme ingranaggio in cui ogni pezzo deve trovare la sua collocazione e la sua funzione.
Dopo sei anni di silenzio, Andrew Niccol torna sul grande schermo con un action futuribile interpretato dalla stella del pop Justin Timberlake e incentrato sull'ossessione dell'eterna giovinezza.
Struggente e poetico nel cavalcare l'onda nostalgica dei ricordi, scatenato e irresistibile quando si tratta di liberare la vena folle e surreale dei pupazzi, il film di James Bobin sancisce l'imperitura modernità delle creature di Jim Henson.
La memorabile interpretazione della pluripremiata attrice - che riesce a evitare i rischi dell'imitazione a tutti i costi per offrire invece un ritratto vivido e passionale - salva un film che pur partendo da una buona idea di sceneggiatura fatica a restituire un'immagine complessa e articolata della controversa Lady di ferro.
Stefano Sollima da il via alla sua avventura sul grande schermo, imponendo ad ACAB - All cops are Bastards uno stile che trova forza e vigore nel coraggio di raccontare una storia finalmente necessaria.
Il regista Chris Gorak riprende il più classico dei topoi fantascientifici (l'invasione aliena) per dirigere quello che vuole essere con tutta evidenza un b-movie girato coi capitali di una produzione medio-grande.
La bella Selene è tornata, ma stavolta dovrà affrontare dei nemici molto diversi dai suoi precedenti avversari superumani, oltre a prendersi cura di una figlia che nemmeno sapeva di avere, dotata di un incredibile potenziale distruttivo.
Diretto da Tate Taylor e ispirato all'omonimo romanzo di Kathryn Stockett, The Help ha conquistato il pubblico americano e ben cinque nomination ai Golden Globe, grazie ad un'emotività ben calibrata che nella complicità tra la bianca progressista e le nere rivoluzionarie trova la massima espressione.
Portando sul grande schermo il proprio adattamento di Girotondo di Schnitzler, Carniti regala al pubblico cinematografico un'opera affascinante e complessa sul senso dell'amore e del sesso in una società che fatica a trovare la propria identità.
Giocare sulle differenze 'etniche', sui luoghi comuni infranti (in realtà quelli sull'operoso e noioso Nord restano intatti, ma ci si ride su) può anche divertire, ma una storia, per ottenere un coinvolgimento maggiore, richiederebbe un'argomentazione migliore di quella proposta nel film di Luca Miniero.
Il quarto episodio delle avventure dell'agente Ethan Hunt fa sua la lezione del produttore J.J. Abrams sulla struttura del racconto, per la prima volta davvero corale e con un ampio spazio offerto a personaggi che ora è riduttivo definire secondari.
Anita vive della bellezza e dell'intensità del volto della sua protagonista, Valeria Solarino, e in quell'attimo di sincero coinvolgimento che si prova al cospetto di una storia che ci riguarda ancora oggi.
L'elemento della crescita, l'evoluzione caratteriale e l'acquisizione di maggior consapevolezza sono le fondamenta di un'architettura narrativa progettata interamente intorno all'incontro/confronto tra la purezza del mondo animale e l'inadeguatezza inespressa di quello infantile.
Velato di nostalgia molto più del primo ma anche notevolmente più divertente, Immaturi - Il viaggio è un sequel di quelli che non ti aspetti, capace di brillare di luce propria senza dipendere mai dal suo predecessore.
Il merito più grande di Tutti giù per aria sta nell'aver riportato alla luce un caso su cui è calato il silenzio; tuttavia l'opera rischia di essere un prodotto fatto ad esclusivo uso e consumo della parte lesa, che in quelle immagini, com'è giusto che sia, si riconosce al 100%.
Nato grazie all'incredibile successo ottenuto dalla serie tv The Inbetweeners, Quasi maggiorenni cerca di proiettare sul grande schermo tutte le potenzialità narrative degli sceneggiatori Damon Beesley e Iain Morris che, usciti dai confini televisivi, hanno affrontato la vastità cinematografica accettando il rischio di cambiare la propria creatura.
Il film di Mike Mitchell è un prodotto dedicato esclusivamente ai più piccoli e questo non è assolutamente un demerito per una pellicola che punta dichiaratamente a stupire il pubblico infantile, con una storia molto semplice, dal finale edificante e con una morale nemmeno troppo nascosta.
Illuminato dallo sguardo complice e sofferto di Eastwood su un carattere troppo complesso per poter essere ingabbiato da schematizzazioni ideologiche, J. Edgar vede Leonardo DiCaprio compiere un'operazione attoriale mastodontica, dando volto al personaggio per un cinquantennio della sua vita.
Tra pettegolezzi, malintesi e fazioni opposte Luís Galvão Teles traccia gli elementi fondamentali di una commedia che, pur non aggiungendo alcuna innovazione al genere, rende merito a una narrazione capace d'intrattenere con indubbia leggerezza.
La pellicola si muove su due binari, tematici e temporali, paralleli, ben integrati dalla sceneggiatura ma anche opportunamente differenziati a livello di fotografia: asciutta, quasi fredda, quella che descrive gli avvenimenti contemporanei, dai colori seppiati e più intimistica quella usata per raccontare la vita di Sara.
Padre artistico della commedia sentimentale più citata degli ultimi anni, Garry Marshall elargisce romanticismo in grandi quantità, distogliendo lo spettatore dalla povertà delle singole vicende per inondarlo di luci e commozione.
Lo spessore dei personaggi, figure troppo poco sfaccettate e approfondite per stimolare curiosità e interesse, viene sovrastato da un racconto in cui tutto si gioca su frasi ad effetto e sull'enfasi delle immagini.
Come fa Babbo Natale a consegnare tutti i regali in una sola notte? E soprattutto, potrà il suo secondogenito, sprovvisto dei potenti mezzi di cui si avvale la macchina natalizia ai giorni nostri, assicurare un Natale felice anche all'unica bambina dimenticata dal sistema?
Isabelle Carré e Benoit Poelvoorde formano sullo schermo una coppia affiatata, capace di trasmettere, con grande espressività e un'ottima padronanza dei tempi comici, attrazione e diffidenza, sincerità e imbarazzo, e tutta la tenerezza che è forse l'aspetto più bello e commovente dell'inizio di una storia d'amore.
Già autore di numerose trasposizioni di altre opere kinghiane, Mick Garris stavolta riesce a confezionare un adattamento più equilibrato ed elegante, rispetto ai precedenti, anche se non del tutto riuscito.
Abbandonate località esotiche, la nuova commedia di Natale rinuncia imprevedibilmente alla violenza linguistica e alla rappresentazione dozzinale nel nome di una struttura verbalmente più articolata che, pur mostrando tutti i limiti di un genere edificato sulla superficialità e sulla grossolanità della narrazione, tenta di volgere lo sguardo verso modelli più alti.
Un Pieraccioni sottotono per un film che vede relegati a piccole apparizioni gli attori su cui forse sarebbe stato meglio puntare tutta la posta.
Questo sequel offre, rispetto al suo predecessore, una dose ancora maggiore di azione e adrenalina, profuse a piene mani e ottimamente restituite dalla regia sincopata e improntata al virtuosismo di Ritchie: l'estetica è quella che ha già fatto la fortuna del primo film, anche in scenografie di impatto che mescolano sapientemente digitale e ricostruzione ambientale.
Non avere paura del buio è un film che risente dell'influenza di due correnti orrorifiche profondamente diverse e questa duplice eredità si riflette nella sua struttura.
Partendo dai disordini che hanno avuto luogo nelle strade di Tel Aviv per protestare contro una divisione sempre più incolmabile tra ricchi e poveri, il regista Nadav Lapid cerca di trasformare la cronaca in cinema utilizzando un linguaggio analitico e schematico.