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Il quarto episodio delle avventure dell'agente Ethan Hunt fa sua la lezione del produttore J.J. Abrams sulla struttura del racconto, per la prima volta davvero corale e con un ampio spazio offerto a personaggi che ora è riduttivo definire secondari.
Anita vive della bellezza e dell'intensità del volto della sua protagonista, Valeria Solarino, e in quell'attimo di sincero coinvolgimento che si prova al cospetto di una storia che ci riguarda ancora oggi.
L'elemento della crescita, l'evoluzione caratteriale e l'acquisizione di maggior consapevolezza sono le fondamenta di un'architettura narrativa progettata interamente intorno all'incontro/confronto tra la purezza del mondo animale e l'inadeguatezza inespressa di quello infantile.
Velato di nostalgia molto più del primo ma anche notevolmente più divertente, Immaturi - Il viaggio è un sequel di quelli che non ti aspetti, capace di brillare di luce propria senza dipendere mai dal suo predecessore.
Il merito più grande di Tutti giù per aria sta nell'aver riportato alla luce un caso su cui è calato il silenzio; tuttavia l'opera rischia di essere un prodotto fatto ad esclusivo uso e consumo della parte lesa, che in quelle immagini, com'è giusto che sia, si riconosce al 100%.
Nato grazie all'incredibile successo ottenuto dalla serie tv The Inbetweeners, Quasi maggiorenni cerca di proiettare sul grande schermo tutte le potenzialità narrative degli sceneggiatori Damon Beesley e Iain Morris che, usciti dai confini televisivi, hanno affrontato la vastità cinematografica accettando il rischio di cambiare la propria creatura.
Il film di Mike Mitchell è un prodotto dedicato esclusivamente ai più piccoli e questo non è assolutamente un demerito per una pellicola che punta dichiaratamente a stupire il pubblico infantile, con una storia molto semplice, dal finale edificante e con una morale nemmeno troppo nascosta.
Illuminato dallo sguardo complice e sofferto di Eastwood su un carattere troppo complesso per poter essere ingabbiato da schematizzazioni ideologiche, J. Edgar vede Leonardo DiCaprio compiere un'operazione attoriale mastodontica, dando volto al personaggio per un cinquantennio della sua vita.
Tra pettegolezzi, malintesi e fazioni opposte Luís Galvão Teles traccia gli elementi fondamentali di una commedia che, pur non aggiungendo alcuna innovazione al genere, rende merito a una narrazione capace d'intrattenere con indubbia leggerezza.
La pellicola si muove su due binari, tematici e temporali, paralleli, ben integrati dalla sceneggiatura ma anche opportunamente differenziati a livello di fotografia: asciutta, quasi fredda, quella che descrive gli avvenimenti contemporanei, dai colori seppiati e più intimistica quella usata per raccontare la vita di Sara.
Padre artistico della commedia sentimentale più citata degli ultimi anni, Garry Marshall elargisce romanticismo in grandi quantità, distogliendo lo spettatore dalla povertà delle singole vicende per inondarlo di luci e commozione.
Lo spessore dei personaggi, figure troppo poco sfaccettate e approfondite per stimolare curiosità e interesse, viene sovrastato da un racconto in cui tutto si gioca su frasi ad effetto e sull'enfasi delle immagini.
Come fa Babbo Natale a consegnare tutti i regali in una sola notte? E soprattutto, potrà il suo secondogenito, sprovvisto dei potenti mezzi di cui si avvale la macchina natalizia ai giorni nostri, assicurare un Natale felice anche all'unica bambina dimenticata dal sistema?
Isabelle Carré e Benoit Poelvoorde formano sullo schermo una coppia affiatata, capace di trasmettere, con grande espressività e un'ottima padronanza dei tempi comici, attrazione e diffidenza, sincerità e imbarazzo, e tutta la tenerezza che è forse l'aspetto più bello e commovente dell'inizio di una storia d'amore.
Già autore di numerose trasposizioni di altre opere kinghiane, Mick Garris stavolta riesce a confezionare un adattamento più equilibrato ed elegante, rispetto ai precedenti, anche se non del tutto riuscito.
Abbandonate località esotiche, la nuova commedia di Natale rinuncia imprevedibilmente alla violenza linguistica e alla rappresentazione dozzinale nel nome di una struttura verbalmente più articolata che, pur mostrando tutti i limiti di un genere edificato sulla superficialità e sulla grossolanità della narrazione, tenta di volgere lo sguardo verso modelli più alti.
Un Pieraccioni sottotono per un film che vede relegati a piccole apparizioni gli attori su cui forse sarebbe stato meglio puntare tutta la posta.
Questo sequel offre, rispetto al suo predecessore, una dose ancora maggiore di azione e adrenalina, profuse a piene mani e ottimamente restituite dalla regia sincopata e improntata al virtuosismo di Ritchie: l'estetica è quella che ha già fatto la fortuna del primo film, anche in scenografie di impatto che mescolano sapientemente digitale e ricostruzione ambientale.
Non avere paura del buio è un film che risente dell'influenza di due correnti orrorifiche profondamente diverse e questa duplice eredità si riflette nella sua struttura.
Partendo dai disordini che hanno avuto luogo nelle strade di Tel Aviv per protestare contro una divisione sempre più incolmabile tra ricchi e poveri, il regista Nadav Lapid cerca di trasformare la cronaca in cinema utilizzando un linguaggio analitico e schematico.
Il film trova la sua forza (e i suoi limiti) dalla visione assoluta dell'autore, che osa tanto per presentare un suo pensiero non banale sul mondo, reso attraverso uno stile misurato e pulito.
L'abilità di Richard Linklater, e del suo interprete Jack Black, sta nel costruire una pellicola stratificata e molteplice, sofisticata, mai banale facendo sì che il vero significato del film si riveli a poco a poco.
Nonostante sia facile percepire il fascino oscuro di Enter the Void, considerando anche il tentativo intellettualmente mostruoso dell'opera, difficilmente, però, si riesce a far emergere lo scheletro che tiene in piedi questa pachidermica struttura, che non ha la sfavillante leggerezza degli skyline di Tokyo
Conosciuto a livello internazionale soprattutto per il successo di Scenes de crimes, che nel 2000 gli valse la nomination ai César per il miglior esordio, Frédéric Schoendoerffer è tornato dietro la macchina da presa per realizzare attraverso la narrazione di un poliziesco il sogno di una collaborazione a lungo anelata con lo scrittore Jean Christophe Grangè
Dopo i successi internazionali ottenuti con Il prigioniero del Caucaso e Mongol, entrambi omaggiati da una nomination agli Oscar, Sergei Bodrov è tornato alla regia per firmare in coppia con lo storico collaboratore Gulshat Omarova una commedia action a metà strada tra la tradizione caucasica e quella nipponica.
La sceneggiatura di questo esordio di Edo Tagliavini mescola con disinvoltura ghost story, slasher e zombie movie, occhieggiando soprattutto a un certo modo di fare horror tipico degli anni '80.
Jason Bateman e Ryan Reynolds sono abbastanza simpatici e autoironici da rendere digeribile una commedia dalle premesse stantie e dallo sviluppo prevedibile, ma con qualche deriva decisamente fuori dal seminato.
Martin Scorsese si è fatto invisibile per raccontare la storia di un chitarrista 'innovativo' (la definizione è dell'amico Eric Clapton), una persona generosa e spirituale, ma anche un essere umano pieno di contraddizioni, rabbia e frustrazione.
Dopo il dramma esistenzialista di Un'altra giovinezza e il 'tetro' melodramma familiare Segreti di famiglia, Coppola si dirige con tutta la sua veemenza creativa sul thriller gotico per raccontarci un altro pezzo della sua vita.
Il risultato finale rende merito più alle straordinarie doti attoriali di Glenn Close che non all'opera cinematografica in sé, raffinata ed elegante nella sua riscostruzione d'epoca, ma eccessivamente trattenuta.
Senza mai perdere di vista il registro comico, Payne disegna un ritratto familiare assolutamente fuori dal comune che racchiude una riflessione dolorosa e autentica sull'amore, sull'attaccamento alla terra, al denaro e al proprio passato, ma anche una profonda meditazione sulle responsabilità e sull'onestà morale.
Pur rimanendo nell'ambito della commedia, 50 e 50 riesce a raccontare la terribile avventura del protagonista con grande naturalezza, facendo risplendere i momenti di verità contenuti in una sceneggiatura ben orchestrata da Will Reiser.
Regista impegnato, Robert Guédiguian ha voluto, con questo Le nevi del Kilimangiaro, raccontare una storia di drammi quotidiani, usando tuttavia un tono fresco e leggero, e bandendo qualsiasi enfasi "militante".
Concentrato su di un racconto di insofferenza giovanile dall'animo universale, Giuseppe Lazzari costruisce una storia di disagio rivolta ad un ambito famigliare deciso a non alleggerire coscienze da troppo sopite. Da qui i riferimenti non certo velati alla prostituzione e all'abuso infantile che, gestiti con realismo, trasformano la cronaca in un racconto dal gusto un po' naif.
Rania Attieh e Daniel Garcia sono riusciti a creare un film diverso sul Libano, scegliendo il punto di vista un uomo spaesato, incapace di confrontarsi con qualcuno.
Una commedia gradevole che omaggia l'hard rock cafone di provincia e racconta in maniera tenera e fantasiosa le disavventure amorose e musicali di un gruppo di provinciali disadattati alle prese con l'utopia del rock'n'roll, ragazzi che hanno visto sfumare i loro sogni di gloria e che ancora oggi cercano conferme.
Il racconto è sempre e soltanto lieve e pur nella sua importanza il messaggio rischia di essere annacquato da un discorso che si fa subito fiaba, mito, quindi non del tutto credibile. La confezione, però, è accurata e il divertimento è assicurato.
Vincitore del Midnight Madness Award all'ultimo festival di Toronto, The Raid è un'esperienza esaltante, imperdibile per gli appassionati del genere, un poliziesco di rara forza visiva, trascinante, avvincente e dannatamente folle.
Un piccolo grande esordio quello del giovane regista di Reykjavik, un film intenso, essenziale e incisivo, di quelli che vorresti non finissero mai.
Il film di Pilote è un'opera compiuta e raffinata, costruita con mestiere attorno ad un personaggio principale che non si riesce a dimenticare, simbolo di una società che tutto consuma in nome del guadagno.
Ispirato all'omonimo saggio di Sergio Luzzato, Il documentario di Fabrizio Laurenti si addentra in maniera abbastanza particolareggiata sulla politicizzazione del corpo del Duce, soffermandosi in particolare sugli ultimi giorni di vita di Benito Mussolini.
Dopo anni trascorsi ad esaltare lo spirito comico e sperimentale di Aldo, Giovanni e Giacomo e del duo Ale e Franz, Massimo Venier maneggia la materia romantica con un'attenzione fin troppo guardinga, dividendo involontariamente il percorso narrativo de Il giorno in più in due diversi spazi temporali.
Per questo suo esordio alla regia di un lungometraggio cinematografico, Nick Murphy ha scelto un soggetto di assoluta classicità, espressione di una concezione europea della ghost story che negli ultimi anni ha ritrovato linfa vitale.
Sulle orme de Il grande freddo, ma con un linguaggio assai meno sofisticato e molto più pop, A Good Old Fashioned Orgy non è una commedia prettamente maschile o femminile, ma un'opera leggera e poco impegnativa, dotata del giusto equilibrio tra i sessi e di una miriade di doppi sensi e siparietti a dir poco geniali. Un film in cui la risata è assolutamente incontenibile.
Gatto è finalmente protagonista di un'avventura tutta sua: un viaggio avventuroso alla ricerca di una fortuna inimmaginabile, ma anche l'occasione per ritrovare un tesoro, ben più importante, che credeva di aver perso per sempre.
Faenza torna a New York per raccontare con ironia e dolcezza il percorso di un adolescente verso la maturità. Un tragitto non facile, ma raccontato con leggerezza e qualche clichè di troppo.
La disperazione di Paola-Ulidi, le sue crisi violente e gli scatti d'orgoglio bastano, assieme allo sguardo rigoroso di Zoni, a fare di Ulidi piccola mia un'affascinante opera prima.
Un thriller accattivante, avvincente e mai noioso nonostante la sua silenziosità, ben congegnato narrativamente nonostante la lentezza con cui si svolgono gli eventi.
Un film, Way Home, che parla fondamentalmente d'amore, che non giudica e non parteggia ma semplicemente racconta in modo realistico e vero situazioni e stati d'animo in cui tutti nella vita potremmo ritrovarci improvvisamente immersi.
Avrebbe potuto essere un interessante istantanea dell'Iran di oggi, il film di Negati regala invece poche emozioni sprecando colpevolmente l'ottimo potenziale della storia, in un faragginoso sviluppo narrativo.