Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Il secondo capitolo del franchise punta soprattutto sull'azione e sugli effetti speciali, lasciando in secondo piano l'intreccio narrativo.
Il comico Uccio De Santis approda sul grande schermo con una commedia on the road dai toni lievi e garbati, pensata per piacere ai suoi spettatori e più in generale ad un pubblico di famiglie.
E' soprattutto sui contrasti, culturali, ma anche caratteriali, tra i due protagonisti che si sviluppa il film di Borensztein, vincitore di due riconoscimenti al Festival di Roma. Una commedia piacevole dalla messa in scena curata, e interpretata in maniera efficace.
La sceneggiatura scritta a sei mani da Lucio Pellegrini con Massimo Gaudioso e Michele Pellegrini smussa fin troppo gli angoli ed elimina i conflitti più aspri presenti nelle pagine di Nick Hornby, rinunciando volontariamente a una possibilità infinita di situazioni e varianti sicuramente più complesse da gestire.
Il film di Michael Dowse è l'ennesimo esemplare di commedia nostalgica che mitizza la cultura pop degli anni Ottanta e al tempo stesso ritrae la disillusa generazione dei trentenni in crisi, eterni ragazzi incapaci di trovare un loro posto nella società.
Il film tv di Leone Pompucci, in onda domenica e lunedì in prima serata, non è solo avvincente dal punto di vista narrativo, ma soddisfa anche dal punto di vista dello stile, regalandoci un'interpretazione da applausi di Luigi Lo Cascio.
Film di chiarissima lettura (in amore vince chi ama davvero) e dalla struttura lineare, la commedia sentimentale di Bortone gioca le sue carte sullo scontro fra teoria e prassi; la dissertazione più ingegnosa, il piano più dettagliato, cadono senza appello sotto i colpi dell'imprevisto, liberando quell'elemento inaspettato che è fonte di comicità.
Così, racchiusi tra mura protettive e rassicuranti, i protagonisti danno corpo a un confronto tra vivi e morti in cui la memoria del passato e il richiamo del presente costruiscono le fondamenta di una messa in scena soprannaturale nella forma, ma decisamente umana nel contenuto.
Quattro anni dopo la sua realizzazione, l'interessante horror di Ivan Zuccon approda finalmente in sala, rompendo una decennale "invisibilità" del suo cinema nel nostro paese.
Nato in anni di accurata osservazione della fauna notturna che frequenta club e ritrovi della movida, Jonny Groove, con i suoi pantaloni maculati e le magliette attillate, è un concentrato di manie e amenità varie.
Nato nel lontano 1912 dalla penna di Edgar Rice Burroughs, meglio noto per essere il creatore di Tarzan, John Carter si presenta come un immenso compendio del genere fantasy, un lungo viaggio verso le forme, i personaggi e le situazioni che hanno definito la narrazione stellare e la struttura di un ipotetico panteon fantascientifico e non solo.
L'esordio dietro la macchina da presa dello sceneggiatore Michael Brandt è un film spionistico dall'impianto tradizionale che sfrutta alcuni archetipi del genere (in particolare il tema della doppia identità) senza però riuscire a dosare in maniera convincente suspense e colpi di scena improvvisi.
Matteo Rovere va oltre la concretezza del romanzo firmato da Sandro Veronesi e affida il destino del suo film al volere di un cast armonicamente amalgamato ma mai omologato, in cui le diverse individualità si mettono al servizio di personaggi decisamente in cerca di attori.
Verdone, in una commedia dalla struttura più corale delle precedenti, racconta l'Italia della crisi da una prospettiva inedita, quella di tre padri separati; narrandoci così quella che è di fatto una storia di miserabili moderni.
L'interesse del regista Benedek Fliegauf si concentra unicamente sul piano emotivo della storia. Gli spazi immensi, le praterie incontaminate, le spiagge deserte sono teatro di una relazione sentimentale che prosegue anche dopo la morte, la presenza fisica degli esseri umani è ridotta all'osso e il passo lento della narrazione viene reso attraverso l'uso insistito di campi lunghissimi, sospensioni e silenzi.
Un successo, quello di Quasi amici, che si deve al modo in cui sono dosati gli ingredienti principali del film: un umorismo lieve ma non sguaiato, il giusto spazio alle emozioni, e una storia non nuova ma sicuramente piacevole e divertente.
Il film di Ken Kwapis racconta una storia che tenne l'opinione pubblica ambientalista (e non solo) col fiato sospeso, avvicinando americani e sovietici nell'opera di salvataggio di tre balene: il risultato, però, sfiora spesso il semplicismo, e l'emozione paradossalmente latita.
Con questa riedizione 3D, fin dal momento in cui le prime immagini subacquee che accarezzano il relitto del Titanic ci danno il benvenuto immergendoci in un mondo sommerso e ovattato capiamo di trovarci di fronte a uno spettacolo senza precedenti.
Se a livello di sceneggiatura non regala grandi momenti di originalità, il lavoro di Espinosa ha comunque dalla sua una convincente resa della componente più spiccatamente fisica della pellicola, e un cast che si dimostra ben assortito.
Smessa la maschera composta di occhiali e cicatrice saettante, Daniel Radcliffe si presta a indossare quella di un giovane padre vittoriano con tanto di barba e longilineità britannica alle prese con fantasmi dispensatori di morte.
Sean, ormai adolescente, si ritrova nuovamente catapultato in un'avventura rocambolesca: sulle tracce del nonno paterno e accompagnato dal patrigno Hank, si dovrà destreggiare tra animali immaginifici e pericoli decisamente reali.
Tsui Hark sa giocare con la terza dimensione, sfruttando la profondità nel mostrare le ambientazioni ed allo stesso tempo facendo sì che colpi ed oggetti volino verso lo spettatore durante gli articolati combattimenti.
Una complessa faida familiare, che si sviluppa in un arco narrativo piuttosto ampio e in una struttura narrativa di impronta teatrale. Il tutto sullo scenario della Cina rurale dei primi anni Dieci.
Scenari mozzafiato, ammalianti vedute aeree notturne e sconfinate panoramiche sui fiordi norvegesi fanno da sfondo ad una storia familiare intensa e lancinante ricca si spunti di riflessioni sul contesto umano e sociale che ruota intorno ad una piccola comunità costretta a passare dall'interminabile e asfissiante buio delle notti polari al sole di mezzanotte del solstizio estivo.
Un film sui ricordi del passato per Miguel Gomes, che punta sul bianco e nero e su scelte stilistiche che pesano sulla struttura narrativa, almeno per la seconda parte del film.
Quello che in Maupassant era l'indagine puntuta di certi malcostumi della nuova società francese diventa nel film del duo Donnellan-Ormerod, una vacua (e innocua) disamina sulla grettezza umana.
Nel duro dramma di Kim Nguyen, la piccola Komona, una bambina soldato di soli dodici anni, racconta la sua storia in bilico tra la ferocia della sua realtà e la magia della sua immaginazione.
Il film di Hans-Christian Schmid non si perde mai in smancerie o in inutili leziosità ma col suo incedere rigido, minimalista e nostalgico, grazie ai movimenti puliti e lenti della macchina da presa che indugia sugli ambienti e sui silenzi più di quanto faccia sui volti dei protagonisti, regala emozioni a non finire.
Avvincente nella resa dei protagonisti, accurato nella ricostruzione storica, il film dell'autore danese soddisfa per l'ampio sviluppo narrativo, modulato attorno a fatti realmente accaduti, ma non si distacca dai canoni del dramma in costume.
Un dramma cupo e angosciante per il regista Benedek Fliegauf, che vede al centro della storia una famiglia rom in grave pericolo.
Quello di Elliott è un debutto che non convince completamente, penalizzato da una sceneggiatura troppo frettolosa nel descrivere i personaggi e le loro motivazioni.
Attorno al giovane protagonista, la regista costruisce un mondo di furti e solitudine nel quale è difficile trovare certezze e che si svela in maniera equilibrata e graduale.
Con atmosfera onirica e rarefatta, Edwin è abile a comunicare il senso di perdita, di smarrimento, ma rischia di dilatare troppo i tempi e perdere l'attenzione dello spettatore.
Per raccontare la storia di Satchè, il regista punta su una fotografia cromaticamente ricca e dettagliata, piena di luce, e giocata su primi piani ravvicinati e fuori fuoco, ma è soprattutto il colore ad avere un ruolo di grande importanza e in contrasto con l'idea che tutti abbiamo della morte.
Nata come rilettura delle spy story, il film di Soderbergh finisce per essere un ibrido incapace di fissarsi nella memoria dello spettatore.
Fracassi e Lauria non si limitano a raccontare le giornate del G8 genovese, ma approfondiscono anche il periodo che l'hanno preceduto, ricreando il contesto socio-politico in cui i fatti si sono verificati.
Chi ha adorato le precedenti commedie di Alex de la Iglesia, in particolare il nerissimo 'La Comunidad', troverà 'La chispa de la vida' una commedia più convenzionale, che tuttavia si lascia guardare con piacere.
E' l'inconsapevolezza uno dei pilastri su cui il regista esordiente David Brooks e lo sceneggiatore Chris Sparling hanno scelto di costruire la tensione narrativa della pellicola.
Keanu Reeves intervista grandi autori americani per analizzare le differenze tra la lavorazione in pellicola ed in digitale, componendo un quadro completo ed esaustivo delle nuova tendenza tecnologica.
Emozionante benché ingenuo e semplicistico nella sceneggiatura, il film di Spielberg si fa apprezzare soprattutto grazie al lavoro dei reparti tecnici e alla gestione - davvero strabiliante - dei protagonisti equini.
Da applausi l'interpretazione della Theron, che tocca i massimi livelli mai raggiunti, indimenticabili alcuni dei duetti che prendono vita sullo schermo ma alla fine la sensazione è quella di aver assistito ad un film che non osa fino in fondo e non varca la soglia del politicamente scorretto.
Scenari suggestivi e affascinanti, per il film di Stathoulopoulos che esplora la relazione tra un monaco e una suora con sottile ironia, pur rivelandosi non del tutto riuscito.
Death Row è una serie di quattro episodi che, con le loro diverse caratteristiche, sanno raccontare aspetti diversi dell'applicazione della pena di morte negli Stati Uniti.
Tra pregi e difetti, il nuovo film di Zhang Yimou è comunque un passo avanti rispetto ai meno riusciti ultimi lavori dell'autore: una produzione di alto livello e un toccante racconto di un evento drammatico e molto sentito della storia del suo paese.
Partita come il classico film in cui vengono mostrati gli scheletri nell'armadio di una famiglia americana come tante, l'opera di Thornton diventa invece un'interessante disamina di tre generazioni a confronto, tutte messe alla prova da altrettante guerre.
Il film di Daniele Vicari racconta una delle pagine più vergognose e sconcertanti della cronaca italiana, mettendo a nudo il lato più oscuro e inquietante del nostro Paese, un volto di soprusi e repressione che si nasconde dietro una maschera di civiltà e democrazia.
Senza un attimo di sosta e con la veemenza che constraddistingue il suo stile pragmatico ed allo stesso tempo profondamente intimista, Mendoza ci trascina in una devastante discesa negli inferi di uomini e donne in trappola, privati della loro libertà ma mai della loro dignità, almeno non intenzionalmente.
Il film di James Marsh risulta un'analisi interessante di uno dei tanti aspetti di un fenomeno complesso e recente della storia dell'Europa, ma è soprattutto efficace nel mettere in scena il dramma delle persone le cui esistenze sono state travolte da esso.
Un film che riesce a raccontare il male senza usare personaggi realmente cattivi grazie a una storia che scava nell'animo umano alla ricerca di risposte senza trovarne.
Un'opera tanto libera e appagata da sé stessa quasi non richiederebbe un pubblico che la possa apprezzare ed in effetti resta lì, immobile nonostante le immagini fantasmagoriche.