Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Quella casa nel bosco è soprattutto un urlo di dolore e di ribellione dei suoi autori contro il sistema, contro le regole, contro l'appiattimento del mercato, contro il conformismo, contro la classificazione dei film in generi; un'opera coraggiosa e stimolante che accompagna lo spettatore in un'esperienza visiva ed emotiva davvero unica.
Al terzo lungometraggio della carriera, il cineasta abruzzese dimostra coerenza stilistica e soprattutto un'attenzione sempre maggiore allo sviluppo narrativo e alla caratterizzazione dei personaggi.
Per riassumere il mondo complicato de Gli infedeli fatto di sentimenti, egoismi e aspettative deluse, il cinema francese si è servito di sette registi che, attraverso l'unico elemento costante rappresentato dall'interpretazione dell'ormai osannato Dujardin e dell'amico Lellouche, hanno provato a comporre in un film a episodi il ritratto di un uomo affannosamente alle prese con la propria natura.
La coppia di autori formata dal regista Josh Trank e dallo sceneggiatore Max Landis ha avuto l'idea di fondere due mode cinematografiche del momento - i film di supereroi e i mockumentary realizzati con la macchina a mano stile 'Blair Witch Project' - rielaborando entrambi i generi in maniera più che convincente.
Il film diretto da Jon Hurwitz e Hyden Schlkssberg sembra vivere attraverso due anime diverse ma stranamente complementari che, pur imponendo al film un ritmo a volte discontinuo, riescono a costruire insieme una vicenda completa e armonica.
Una commedia, briosa e originale, una vera e propria satira ai costumi creativi e produttivi del cinema filippino.
Il vincitore della quattordicesima edizione del Far East è un duro dramma ad ambientazione scolastica, che tuttavia lascia perplessi per l'enfasi con cui racconta i terribili eventi da cui prende spunto.
La pellicola riesce a trascinare lo spettatore sin dalle prime battute, e con uno stile di scrittura sarcastico e dissacratorio Pang smonta i miti dello star-system, mettendo sotto la lente di ingrandimento i livelli più bassi e meno lucenti del mondo del cinema. 90 minuti di battute al fulmicotone e situazioni al limite del grottesco, per una satira intelligente e corrosiva.
La regia è fresca e brillante e l'impaginazione delle storie narrate cerca di evitare gli aspetti più stereotipici del travestitismo: l'autrice poggia gran parte del contenuto sulla riflessione tra percezione interna ed esterna rispetto al proprio corpo e come queste possano non coincidere. Un'opera positiva, che ricuce i rapporti umani infranti dalle incomprensioni e dall'intolleranza.
L'ultima fatica di Hiroki Ryuichi è un progetto personale e fortemente voluto: ostico nell'impatto, River va rilasciando lentamente la poesia delle sue immagini naturalistiche. Un film 'importante', ma non privo di difetti strutturali.
Una storia che mostra una freschezza e una libertà narrativa assoluta, un modo di raccontare talmente spontaneo da sembrare improvvisato e una credibilità di fondo che è merce rara, oggigiorno, nelle commedie provenienti da Hong Kong.
Una riuscita commedia dal tono agrodolce, in cui troviamo in primo piano temi come il rapporto padre/figlio, l'elaborazione del lutto e soprattutto la magia (anche terapeutica) del cinema. Un ottimo equilibrio tra l'umorismo lieve e surreale che caratterizza molte sequenze, e l'estrema pregnanza dei temi affrontati.
Il film di Lee è una commedia caratterizzata da un approccio che occhieggia fortemente al pubblico, con toni leggeri e personaggi simpatici. Eppure la sceneggiatura, scritta con grande intelligenza, si fa ricordare per la sua credibilità di fondo e il suo realismo.
Una sorta di 'Tempo delle mele' alla taiwanese, che avrebbe richiesto un lavoro più accurato di revisione, in modo da limitare l'esuberanza dell'autore.
Il cinese Chen Zhuo esordisce alla regia con questo Song of Silence, un dramma intenso e rigoroso nella messa in scena, diretto con una sicurezza e una maturità che è merce rara per un esordiente.
L'opera scorre piacevolmente nelle sue due ore, portato avanti dalle performance di un cast stellare; il regista passa dai funambolismi dei combattimenti wuxiapan a sketches demenziali, conditi da dialoghi surreali, trucchi magici e un pastiche di generi ghiotto di riferimenti iconografici e metalinguistici.
Conquistato dall'opera teatrale di Grazia Verasani, 'From Medea' da cui è liberamente tratto il film, Fabrizio Cattani si assume la responsabilità di portare il cinema su di un terreno pericoloso, dimostrando di essere dotato della giusta dose di coraggio per affrontare le insidie di un racconto tanto estremo quanto inevitabile.
Hunger Games si rivela un'opera solida e riuscita grazie a due ingredienti essenziali: le perfomance del cast, in particolare della protagonista Jennifer Lawrence, una delle attrici più talentuose della nuova generazione hollywoodiana, e la regia di Gary Ross.
Dal punto di vista intertestuale la ricerca di Jang Hun è profonda e calibrata, intessendo la sua opera di numerosi riferimenti che rendono il film un compendio dal valore ulteriore, se pensato nel contesto della guerra di Corea che ha lasciato una cicatrice mai ricucita.
Ci sono generi cinematografici che evidentemente non sono proprio nelle corde di determinati autori, e possiamo affermare che questo è il caso di generi come la commedia e il dramma sentimentale per il cinema di Johnny To.
Il film di Scott Hicks, adattamento di un best-seller di Nicholas Sparks, parte da uno spunto interessante, ma non riesce a uscire fuori dai canoni del tradizionale film sentimentale, scadendo in tutti gli stereotipi del chick flick. La sfida di Zac Efron nel dare vita a un personaggio più maturo e sfaccettato, invece, può dirsi tutto sommato soddisfacente.
Siamo lontani (in termini di impostazione, non di qualità) dal maturo realismo del Cavaliere oscuro nolaniano, ma quello di The Avengers è un sano, puro intrattenimento da comic movie, potremmo dire il comic movie definitivo.
Il senso di freschezza che si respira in questa commedia (unito ad alcune fulminanti battute) fa in modo che si provi per essa un'istintiva simpatia: gli applausi convinti del pubblico di Udine, alla presenza in sala del regista, sono lì a dimostrarlo.
Nightfall è perfettamente inserito nei canoni tecnici ed estetici delle produzioni nere hongkonghesi, da non essere capace di fare un discorso originale o quantomeno personale su motivi e tematiche usurati e che avrebbero bisogno di autori maggiormente abili a sfruttarne le pieghe politiche e le possibilità spettacolari.
Johnny Depp interpreta un giornalista che si ritrova in una Portorico bagnata da fiumi di alcool, tra sirene bionde e squali americani. Ma nonostante le premesse, la regia si mantiene incolore fino alla fine.
Fei dirige la pellicola con sufficiente sicurezza, mantenendo l'attenzione dello spettatore sufficientemente alta, e lasciandoci con l'impressione di aver assistito a un thriller che, pur nei suoi limiti, si distanzia abbastanza dai cliché del genere da meritare almeno una visione.
il regista Gu Su-yeon offre un affresco del mondo delle gang giovanili giapponesi dai forti toni autobiografici. Il passato di 'ribelle senza causa' del regista è rappresentato dal film con uno stile secco e diretto, memore delle tante pellicole sulla delinquenza giovanile che il cinema giapponese ci ha offerto negli ultimi anni.
Visivamente splendido e ricco di dettagli naturalistici davvero mpressionanti, Leafie - La storia di un amore rischia più volte di andare fuori tema e di perdere il filo del discorso, ma nonostante qualche difficoltà nel mantenere un equilibrio narrativo alla fine raggiunge il suo obiettivo e arriva dritto al cuore.
Non viene mai pronunciata la parola 'anoressia' per tutti i 97 minuti della nuova opera di Marco Pozzi. Non c'è bisogno di esplicitare verbalmente un concetto che è ben presente nelle immagini, minimaliste ed eleganti, del film, così come nell'esistenza tormentata della giovane protagonista.
Se per buona parte della sua durata il lavoro di McG riesce sufficientemente a tenere il ritmo della storia è per il modo curioso di gestire gli inconvenienti del classico triangolo, prevedibili ma non per questo meno divertenti.
Chiamato a registrare i giorni della lotta e della resistenza sostenuti dalla residenza assistenziale Casamatta, il regista Enrico Pitzianti si è in realtà confrontato con un'innocenza allo stesso tempo fragile e tenace, capace di trasformare il documentario in un vero e proprio film.
Seguendo la scia del primo Street Dance 3D, che aveva conquistato il pubblico britannico, i registi provano stavolta a coinvolgere una più vasta platea europea, puntando tutto sulla multiculturalità e la mescolanza tra stili di danza.
La struttura del romanzo di Camus si fonde con i dialoghi creati ex novo da Amelio attingendo al proprio vissuto; ne scaturisce un movimento in cui una storia rispecchia fedelmente l'altra, senza però la pesantezza di una mimesi forzata.
Grazie ad una sovrapposizione di stili e atmosfere in cui la tradizione del grande cinema italiano si fonde con la sua ironia sempre acuta e irriverente, Woody Allen riesce a consegnare una visione personale non tanto della città eterna, quanto dell'incanto esercitato su chi le si avvicina
Fantascienza apocalittica, distruzione e catastrofi in grande stile con un po' di retorica, ma anche un'ispirazione quantomai insolita: parliamo del più classico dei giochi di carta e matita, la sempreverde battaglia navale.
Soddisfacente per ritmo e brio nella prima parte, nella seconda la storia si sgonfia, soffocata da una girandola di colpi di scena un po' forzati.
Nonostante un montaggio in stile video clip e un uso moderno delle immagini, Poker Generation di Gianluca Mingotto si lascia soffocare da una quantità ingestibile di clichè narrativi che non lasciano spazio a contenuti più giovani e attuali.
Otto amici, quattro coppie gay: questi gli ingredienti della commedia di Mariano Lamberti, che offre uno spaccato onesto e libero da pregiudizi della realtà omosessuale, forte di un cast ottimamente costruito.
Cattaneo sfrutta al meglio i desolanti panorami di una fantasmatica Bologna, degno palcoscenico per un protagonista disperatamente solo, ripreso in tutta la sua pesantezza di corpo sfinito.
Il nuovo lavoro dello studio di Wallace & Gromit è un vero e proprio colossal d'animazione, che valorizza un cast di personaggi originali e pittoresti con un comparto tecnico di assoluto valore e la solita attenzione per i dettagli.
Lo script gioca spesso con lo smontaggio e il rovesciamento autoironico degli archetipi della fiaba originale, mentre Tarsem reinterpreta la storia alla luce della sua concezione di cinema postmoderna e contaminata.
I registi Mike McCoy e Scott Waugh si concentrano quasi esclusivamente sull'obiettivo di catturare l'essenza dell'azione in battaglia, cercando di trasmettere allo spettatore l'esaltazione fisica e sensoriale del combattimento. Per questo motivo decidono di puntare su una messa in scena iperrealistica e immersiva, prendendo spesso ispirazione anche dal linguaggio e dagli stilemi dei videogame.
Nella sceneggiatura non vi è scena che non sia stata inserita per giustificare qualche movimento di macchina dal dubbio gusto spettacolare o i durissimi scontri nei quali Perseo ha la meglio sfruttando soprattutto le sue qualità umane, cioè l'astuzia e la tenacia.
Le pretese di spaccato sociale, nel film dei Vanzina, o peggio di satira di costume, sono ridotte davvero al minimo: si sorride, spesso si ride, ben consapevoli di guardare un bozzetto di realtà, una caricatura in fondo piacevole.
Dopo aver conquistato l'Oscar per la regia con lo strabiliante City of God nel 2004, Meirelles si è dedicato a storie dal carattere più europeo utilizzando sempre una narrazione asciutta e sintetica. Uno stile, questo, che continua ad applicare anche in 360, facendolo diventare il punto di forza di un film altrimenti ad alto rischio di complessità.
Quello di Giordana è un film sorprendentemente misurato, una pellicola rigorosa e chiara che riduce al minimo gli elementi spettacolari per puntare le sue carte su una scansione del racconto che non conosce sosta e che avvolge lo spettatore in un movimento continuo.
Se la contaminazione tra cinema e pittura non è una novità, un film come quello di Lech Majewski sposta l'asticella della sperimentazione più in là, sfumando ulteriormente i confini e dando vita ad un'esperienza di forte spessore estetico ed intellettuale.
Un cast da manuale della recitazione sorregge un film che, pur sviluppando alcuni spunti insoliti nella sceneggiatura, ritrae un'India fin troppo folkloristica e non sfugge allo stile patinato tipico dell'autore di Shakespeare in Love.
Paranormal Xperience 3D ha l'ambizione di combinare effettacci, squartamenti e sangue a volontà con una drammaturgia ben precisa che si svela man mano che il film prosegue la sua corsa.
Bravo McTeigue nel regalare ritmo e verve umoristica ad una storia piuttosto semplificata ed a tratti troppo prevedibile che gli sceneggiatori non hanno saputo 'elevare' e rielaborare a dovere, e bravissimi gli attori che hanno contribuito a conferire ai personaggi la credibilità e la forza necessarie per supplire alle carenze di un racconto semanticamente un po' troppo spicciolo.