Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Premettendo che adattare un romanzo come Sulla strada era un'impresa tutt'altro che semplice, e che quando ci si confronta con i "mostri sacri" della letteratura si finisce sempre per scontentare una fetta di appassionati, bisogna dire che il film di Walter Salles presenta più ombre che luci.
Un film in cui si ride di gusto in diverse occasioni grazie ai due scatenati protagonisti Albert Dupontel e Benoit Poelvoorde e la loro strampalata e liberatoria "rivoluzione anarchica".
La tecnica di Trapero non è mai stata in discussione e, come spesso accade nei suoi film, anche in questo Elefante blanco non mancano alcune sequenze che lasciano davvero senza fiato per la coraggiosa ed elegante messa in scena.
Un nuovo calderone di generi e stili, mescolati insieme a ritmo vertiginoso, che spinge ancora più in là le sperimentazioni di pellicole come Happiness of The Katakuris e offre 134 minuti in cui Miike inserisce tutte le sue ossessioni cinefile, fumettistiche e pop.
Il pregio principale del film di Hong sta nell'apparente casualità della narrazione, in un gioco di incontri, confronti e svelamenti più o meno improvvisi di tratti dei caratteri, in uno script che sotto il tono leggero cela riflessioni amare sull'esistenza e sulle decisioni che la influenzano.
Con Io e te Bertolucci segna un ritorno intenso e sicuro, che emoziona e racconta con sicurezza due anime tormentate dei nostri giorni.
Trashed ci mostra come il problema dello smaltimento dei rifiuti sia tutt'altro che limitato ai luoghi interessati, come quello che facciamo nel metaforico giardino di casa nostra influenzi la vita stessa sulla Terra.
A 20 anni dalla strage di via D'Amelio, Rai 1 ricorda Paolo Borsellino con la fiction "I 57 giorni". A dare il volto ad uno degli eroi della lotta antimafia ci pensa Luca Zingaretti, che svela il lato più umano e fragile del giudice.
Un film, questo di Andrew Dominik, che sicuramente ha forti debiti verso il gangster movie americano, ma è anche una riflessione arguta ed originale sulla società americana di oggi.
Un film a tratti gioioso ed esilarante, che, grazie ad alcuni personaggi davvero azzeccati e ben resi anche da attori in parte non professionisti, riesce a scaldare il cuore e l'anima.
Ad una buona sceneggiatura in grado di tratteggiare con cura le motivazioni dei protagonisti, si uniscono le efficaci performance dell'intero cast ed un ottimo lavoro sulla fotografia che riesce a trasportarci in modo convincente a bordo della piroga sulla quale è ambientato il dramma.
Quello di Alain Resnais in Vous n'avez encore rien vu è un gioco, un esercizio di stile forse freddo, ma interessante e affascinante.
La sicurezza che la regista mostra nel mettere in scena la sua storia, oltre ad essere un dato importante per un'autrice giunta solo al suo secondo lungometraggio, rappresenta la conferma di una sensibilità di assoluto livello, la dimostrazione di una padronanza tecnica tutta al servizio del racconto.
Un brutto passo falso per la regista Sylvie Verheyde che, dopo aver convinto un po' tutti con il delicato Stella, sembra ora ottenere l'esatto contrario con un film che da un punto di vista narrativo funziona davvero poco, anzi risulta poco appassionante, se non addirittura noioso.
Dismessi i panni del regista esagitato e ambizioso, Mel Gibson recupera la verve più ironica e cialtronesca degli esordi in questa divertente action comedy che sfrutta tutta la carica grottesca e sovraccarica delle atmosfere messicane.
The Sapphires è una storia che funziona, che diverte, emoziona e coinvolge, che Blair dirige con brio e ritmo, con gioiosa passione e molto cuore.
Kiarostami continua il discorso già intrapreso con il precedente Copia conforme, ovvero la visione della vita e dell'amore come il più intricato dei giochi di ruolo. E con Qualcuno da amare gioca non tanto con i suoi personaggi ma piuttosto con le aspettative dei suoi spettatori.
E' un progetto interessante Les Invisibles di Lifshitz, perchè sa raccontare l'omosessualità con taglio originale ed approfondito, perchè dà voce a chi ha vissuto una vita intera affrontando le difficoltà di vivere in una società incapace di accettarlo.
Intimo e sofferto, il film scritto e diretto da Haneke si concentra sui due protagonisti e li mette al centro della narrazione, ottenendo da loro due prove di grandissima intensità.
Omirbaev si limita ad adattare il plot ed il discorso di Dostoyevsky a quello che più gli interessa, ovvero una critica al capitalismo, alla società occidentale ormai sempre ossessionata dai soldi, dal successo, dall'apparire.
Il film di Vinterberg è un profondo e tesissimo dramma, ma in più occasioni potrebbe quasi sfociare nell'horror, tale è la violenza con cui quest'idea, e la conseguente crudeltà che ne scaturisce, avvolge e soffoca il protagonista - un bravissimo Mads Mikkelsen - come una nuvola tossica che lo lascia senza respiro.
Un po' favola, un po' racconto per ragazzi alla Mark Twain, il film di Benh Zeitlin tratta temi profondi come la crescita, il diventare padroni del proprio destino, ma lo fa in modo gioioso ed esplosivo, con uno stile che sprizza energia da ogni fotogramma.
Prendendosi meno sul serio che in passato, e puntando a stupire e a divertire più che a spaventare, Dario Argento confeziona il suo miglior film degli ultimi anni: ben lungi dal capolavoro, ma comunque il segno di un regista che ha ancora la voglia, la capacità e l'"occhio" per fare cinema.
Horses of God, ispirato a dei tragici attentati terroristici compiuti nel 2003, si rivela un buon esempio di cinema di cronaca e impegno civile, che non disdegna un occhio attento al pubblico e ai più classici meccanismi del coinvolgimento emotivo.
Non si fatica, guardando questo film, a cogliere l'illustre discendenza del regista, che coraggiosamente si avvicina al cinema di suo padre, ne riprende le inquietudini e le ossessioni, aggiornandole però alla sensibilità moderna e filtrandole attraverso un'ottica personale che appare già abbastanza formata.
Un film tecnicamente ben realizzato, dalla sceneggiatura scorrevole e reso particolarmente godibile grazie a convincenti interpretazioni ed una sottile ironia, al quale tuttavia manca qualcosa che lasci il segno nello spettatore.
Une journèe particulière è un lavoro che risulta interessante sia per chi quell'edizione di Cannes l'ha vissuta in prima persona, sia per chi ci sarebbe voluto essere, ma non ne ha avuto la possibilità.
Nonostante alcuni difetti palesi che lo rendono un film bellissimo anche se imperfetto, non può non colpire la sfrontatezza con cui il giovanissimo autore affronta temi delicati ed estremi senza mai cadere nel banale o nel ridicolo.
Concede poco, Oltre le colline, non cerca l'emotività a tutti i costi e fa un uso essenziale degli espedienti cinematografici più classici; ma colpisce duro con il crudo realismo dei fatti rappresentati e con l'assenza di filtri della sua messa in scena.
E' proprio la sua semplicità ad aver fatto la fortuna del franchise di Madagascar ed è del tutto comprensibile che è su questa strada che si intenda andare avanti, tra trovate e divertimento immediato e vivace.
The We and the I è un percorso, un viaggio in tre atti, che parte con qualche incertezza, disperdendosi tra i suoi tanti personaggi, ma diventa sempre più sicuro man mano che procede.
La visione di Paradise: Love lascia tanta desolante tristezza ed è chiaramente un risultato cercato dall'autore austriaco, rendendo il film riuscito nel suo intento.
Non un documentario che possa fare nuova luce sugli aspetti più controversi o segreti del regista newyorchese, ma un viaggio nel suo passato e nella sua carriera che piacerà ai fan di vecchia e nuova data, sopratutto per i molti aneddoti curiosi e la grande (auto)ironia sempre presente.
Ciò che fa la riuscita di quest'ultima opera di Matteo Garrone è la sua resa d'insieme, la forza e la semplicità dell'idea iniziale e la coerenza con cui il regista è riuscito ad esprimerla in immagini, utilizzando alla perfezione gli strumenti di un genere (quello della commedia) la cui scelta presentava sulla carta più di un'insidia.
Fatih Akin racconta il disastro ecologico in atto a Çamburnu, a causa di una discarica aperta nel 2007 e costruita senza le adeguate misure di sicurezza per i gli abitanti della zona e per l'ambiente.
Dopo la Palma d'Oro di due anni fa, Apichatpong torna a Cannes con un'opera che conferma il fascino e la complessità della poetica del regista thailandese, ma che ne estremizza le premesse asciugandone ulteriormente il modo di girare.
Da sempre Audiard si è dimostrato innanzitutto uno straordinario regista di attori, ed è anche grazie alla sua direzione che due interpretazioni così diverse riescono a coesistere in perfetto equilibrio passando da scene di grande tenerezza ed emozione ad esplosioni di grandi fisicità, di sensualità e violenza.
After the Battle è un film importante per l'argomento che tratta, quello della rivoluzione egiziana, ma risulta frammentario e non riesce a dare un quadro approfondito dei tanti argomenti che affronta.
Cannes accoglie di nuovo Lou Ye (nella sezione Un certain Regard) con questo Mystery, opera che segna il ritorno del regista in patria e che si presenta a tutti gli effetti come un thriller, pur atipico nella sua voluta freddezza.
Più che di un documentario vero e proprio, si tratta di una lunga intervista da parte dell'amico e produttore storico Andrew Braunsberg, e questa caratteristica è al tempo stesso punto di forza e debolezza del film di Bouzreau.
Pochi registi, nel panorama cinematografico moderno, possono vantare uno stile così personale e riconoscibile come quello di Wes Anderson, e già nelle prime sequenze di Moonrise Kingdom si avverte in modo inequivocabile la sua impronta cinefila e il suo sguardo surreale.
J deve tornare al 1969 per salvare la vita all'inossidabile compagno K: il supercriminale Boris l'Animale ha infatti ordito una sofisticata vendetta ai suoi danni, cancellandolo di fatto dalla faccia della Terra.
Un film in cui gli elementi dell'universo di Tim Burton sono tutti presenti, penalizzato però da una scrittura in cui l'impianto corale finisce per nuocere all'empatia.
Il film di Lorenzo Vignolo è un prodotto sincero, ma incapace di dire qualcosa di nuovo su una generazione che il posto fisso non lo sogna più.
Con il tocco leggero e quasi invisibile che contraddistingue la sua regia, Lioret si serve di elementi narrativi classici e prevedibili per costruire una storia normale ma dai particolari eccezionali.
Un film da vedere per il gusto di riscoprire un cinema adulto, non banale, capace di sollevare interrogativi sulla natura delle cose e sul senso della nostra esistenza.
Una favola romantica e contemporanea, quella di Lasse Hallström, di quelle che inevitabilmente coinvolgono il grande pubblico generando emozioni semplici e basilari.
Elsa Casanova è una giornalista francese, rapita dai talebani. Il suo viaggio attraverso le montagne afghane, insieme alla squadra speciale inviata a liberarla, parla di coraggio, abnegazione, spirito di sacrificio.
Stefano Pasetto è riuscito a maneggiare il linguaggio sentimentale delle donne senza cedere a nessuna semplificazione. Anzi, utilizzando il naturale isolamento della Patagonia e le misteriose creature che la abitano, ha accettato il rischio di immergersi completamente in un dolore muto e sconosciuto, riuscendo a comprenderne la provenienza e gestire le sue molte sfumature.
Un ragazzo, la sua vocazione e il suo amore per lo sport: è questo ad unire suo padre Mario e monsignor Paolini, che, per permettergli di disputare le Olimpiadi pur prendendo i voti, si getteranno della disperata impresa di formare una squadra di atletica dello Stato Vaticano.