Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Il film di Fung è caratterizzato da uno stile visivo frutto di coraggiose e improbabili contaminazioni: wuxia, gongfu e western con ambientazioni steampunk, musica metal e siparietti da film muto, sequenze animate e altre di azione tipiche da blockbuster.
Quello che funziona meglio è il protagonista del film, il Kad Merad già visto nel celebre Giù al nord, qui bravissimo nel tratteggiare un uomo che banale lo è davvero e che con genuino smarrimento affronta una grottesca, paradossale, quasi kafkiana via crucis.
De Matteo si conferma un regista sensibile e capace di raccontare una storia con efficacia.
Dopo alcuni anni di assenza, Kiyoshi Kurosawa torna al festival di Venezia. Lo fa con un'opera peculiare, riduzione per il grande schermo di una sua serie televisiva ispirata ad un romanzo della scrittrice di successo Kanae Minato.
Quello che nasce come il più classico dei documentari diventa minuto dopo minuto il commovente e divertito racconto di una figlia che ritrova un rapporto profondo con una doppia figura paterna, cercando di far luce su quell'enigmatica della madre.
La musica è ovviamente il fulcro del documentario di Demme. Napoli e la vita dell'artista vengono rappresentate in quanto funzionali a fornire le basi per quella che è la sua musica. Un puzzle che definisce cosa sia l'Avitabile musicista e quale sia la scintilla che lo accende.
La scelta di affidare la regia di un film sullo scontro culturale a un'autrice orientale contribuisce a infondere nell'opera un senso di genuinità che fa dimenticare allo spettatore i passaggi più artificiosi del plot.
Un film senza pretese, che rimescola le carte di genere senza offrire alcunché di innovativo e incapace di sfuggire ai cliché ma che alla fine dei conti non deluderà quelli che si recheranno in sala per godersi un'ora e mezza di relax e svago a cervello spento.
Un thriller nel quale la linea narrativa sembra ben visibile, fino a quando si dissolve nel buio più completo, e lo spettatore è obbligato ad inoltrarsi in un universo in cui nulla è ciò che sembra.
Il cavaliere oscuro - Il ritorno chiude magistralmente il cerchio di quella che ha ormai assunto, definitivamente, i caratteri di una trilogia; con un senso dell'epica lucido e potente che non esclude, nell'ultima parte, una decisa e consapevole virata sul versante del melò.
Non è tanto l'originalità dell'idea alla base di Ruby Sparks a colpire lo spettatore, quanto la cura con cui le singole personalità vengono tratteggiate in un sistema di equilibri solido e vitale.
Con i toni della farsa e tratteggiando personaggi dalle caratteristiche solo in apparenza eccessive, Alessandro Palazzi realizza il ritratto del nuovo uomo medio, regalando alla nostra commedia un senso del reale troppo a lungo ignorato.
Scomparsa l'aura nostalgica e malinconica che animava il capostipite, questo sequel sembra essere guidato esclusivamente dalla logica dell'accumulo esponenziale - più personaggi, più azione, più sangue, più esplosioni, più armi - perdendo però di vista l'umanità dei personaggi.
Senza il supporto dei romanzi di Ludlum, e soprattutto senza il personaggio simbolo della saga, Tony Gilroy dirige uno spin-off che vede una nuova spia braccata col volto di Jeremy Renner, e un villain di lusso come Edward Norton.
I fan di Gianni Morandi avranno l'occasione di rivedere il loro idolo nuovamente davanti alla macchina da presa, ma anche altri potrebbero assistere a questo esperimento che, seppur non privo di difetti, mostra qualcosa di nuovo nel panorama italiano.
Lungi dall'essere perfetto, il film di Wain è uno dei tanti prodotti leggeri ed innocui che affollano le sale cinematografiche, pur con un paio di momenti che funzionano e restano nella memoria dello spettatore.
L'originalità di Magic Mike non è determinata né dalla storia né dai singoli ingredienti, ma da un amalgama vincente in cui è completamente assente il giudizio dell'autore che preferisce abbandonarsi alla spettacolarità del contesto.
Tra lenzuola macchiate di sangue, denti che cadono e corpi martoriati si passa da un incontro all'altro delle due giovani protagoniste in una profusione di silenzi, frasi enigmatiche e reciproche scoperte della propria sessualità.
Nell'insieme le scelte registiche di Nick Love garantiscono coerenza alle spettacolari scene action che mantengono lo spettatore col fiato sospeso.
Una pellicola capace di trovare il canale giusto per entrare in sintonia con lo spettatore senza fronzoli né mistificazioni, parlando al cuore e al cervello.
Federico Brugia, regista di spot e videoclip, per il suo esordio nel lungometraggio sceglie un linguaggio criptico ma affascinante, in cui l'introspezione psicologica è preponderante, e molto è demandato agli sguardi, e ai silenzi, dei due bravissimi protagonisti.
Il quarto capitolo del franchise Fox acquista un surplus di spettacolarità dovuto all'evoluzione della tecnica, alla maggior cura nel tratteggio delle location e all'uso del 3D.
Commedia di buoni sentimenti che riscalda il cuore, amara riflessione sugli errori e sui rimpianti, pellicola dall'afflato naturalistico che riunisce suggestivi paesaggi e splendidi volatili.
Ispirato ad una storia vera, La memoria del cuore segna l'esordio alla regia di Michael Sucsy, attore, sceneggiatore, assistente alla regia e direttore di set di importanti produzioni hollywoodiane, e ne rispecchia anche la vena artistica con un'attenzione meticolosa all'estetica e al design che sovrasta di gran lunga quella narrativa.
Senza dubbio il merito principale della commedia interpretata dalla teen idol Miley Cyrus è quello di fornire un'immagine veritiera dei giovani che affollano scuole, piazze e locali in divisa d'ordinanza (jeans e minigonne) e smartphone stretto in mano.
Adattamento del romanzo di Eliette Abecassis, il film di Bezançon racconta con partecipazione e verità la crisi di una giovane coppia dopo la nascita della loro bambina, ma si smarrisce attorno ai pensieri della protagonista.
Gli sforzi principali di Bibo Bergeron sono concentrati sull'animazione e sulla resa del 3D, infatti il film si distingue per la grazia del tratto, per la sinuosità dei personaggi, per un'apparente semplicità che nasconde un lavoro certosino nella ricostruzione di un'epoca e della sua atmosfera.
Nel film di Timur Bekmambetov, il ritmo del racconto si adegua al ritmo delle stesse sequenze d'azione, facendo somigliare tutta la pellicola a una corsa a perdifiato sulle montagne russe.
Headhunters trascina lo spettatore in una cavalcata mozzafiato costellata da sequenze pervase da una gustosa ironia e da violenza pulp d'impronta tarantiniana.
A un anno e mezzo di distanza, approda nelle sale l'ultimo film di Peter Weir: un'opera forte e coerente con la sua idea di cinema, che narra l'incredibile fuga di sette uomini da un gulag sovietico.
Il film è una magnifica opera che avrebbe potuto essere epocale se solo ci fosse stato un pizzico di temerarietà in più da parte degli autori, che hanno preferito non sconvolgere più di tanto una storia in fin dei conti canonica.
Rivisto ora, il film di Tarantino non ha perso un grammo della sua forza e della sua capacità di colpire duro lo spettatore, apparendo molto di più di un elegante "gioco" cinefilo o dell'espressione delle "prove generali" per il successivo e celebrato Pulp Fiction.
Sagace e acuto, caratterizzato dall'incalzare incessante di dialoghi taglienti e dal ritmo frenetico delle battute, Cena tra amici tuttavia non riesce a scuotere del tutto lo spettatore, perché l'opera rimane confinata al livello di un raffinato gioco intellettuale. Il film risulta comunque un estroso divertissement per palati fini, vero e proprio toccasana contro il proliferare di commedie sempre più superficiali, vacue e volgarotte.
Alla commedia di Jesse Peretz non mancherebbero certo gli elementi per essere definita interessante, ma la sensazione è che il film non riesca ad andare al di là del racconto carino, concedendosi solo alcuni attimi divertenti.
Giocando sul non detto, Jeff Nichols non si limita a entrare sotto la pelle di un personaggio patologico, ma si permette di tastare il polso di quell'America rurale isolata dal resto del mondo, fieramente legata ai valori dell'american way of life, minacciata da un pericolo ignoto che la assale nel cuore del suo fortino.
Non era un compito facile, quello di azzerare la memoria di un franchise risalente a pochissimi anni fa, e di ri-raccontare da capo una storia ben nota: Marc Webb prova a farlo mettendo in luce nuovi aspetti della vita del personaggio, e cercando di svecchiarne la concezione.
Guardando questo film si avvertono chiaramente due cose: da una parte la volontà di mantenere un forte legame di continuità con la pellicola originale, e dall'altra un tentativo di riproporne motivi, atmosfere e persino snodi narrativi, al punto che in molti frangenti si ha la netta sensazione di star guardando un vero e proprio remake.
All'opera di Falduto si deve tutto il rispetto che un soggetto del genere, il traffico di esseri umani, merita, tuttavia ci troviamo di fronte ad un lungometraggio non perfettamente compiuto dal punto di vista cinematografico.
Frédéric Beigbeder tenta di adattare per il grande schermo il suo stile letterario, provando a tradurre per immagini l'acume delle sue frasi a effetto e la vivacità della sua prosa. Il risultato è un film che non si riallaccia più di tanto alla tradizione sentimentale del cinema francese, ma ammicca piuttosto agli stilemi della nuova rom-com adolescenziale statunitense.
Emilio Estevez porta di nuovo sullo schermo il padre Martin Sheen e firma un'altra opera che intreccia tematiche familiari e sociali, questa volta però declinate attraverso un'inedita prospettiva spirituale.
Girato in sole due settimane con un budget limitato, il film rappresenta indubbiamente il desiderio di andare oltre gli atteggiamenti ostili dell'ambiente artistico e di dimostrare che è possibile realizzare i propri sogni anche in condizioni estreme.
Nonostante l'idea di ambientare la vicenda tra le macerie apparentemente silenziose della cittadina russa di Pripyat possa far sperare in un horror post nucleare di un certo spessore, la scelta di un soggetto scontato e di facile prevedibilità spegne immediatamente ogni entusiasmo.
Con uno sguardo alla tradizione cinematografica giovanile che nell'indimenticabile Antoine Doinel ha una sorta di capostipite, la regista e sceneggiatrice Mia Hansen - Love ha tratteggiato il carattere dei suoi Camille e Sullivan, eternamente sospesi tra la normalità delle proprie vite e la consapevole follia di un rapporto senza speranza.
Segre e Liberti documentano le esperienze dei migranti vittime della politica dei respingimenti messa in atto dalla coppia Berlusconi-Gheddafi, mettendoci di fronte alle nostre responsabilità di cittadini e, prima ancora, di esseri umani.
Un po' Il signore degli anelli e un po' Twilight, in bilico tra fantasy e horror dark, la Biancaneve di Rupert Sanders non riesce mai a brillare di luce propria e si appoggia esclusivamente a un immaginario e a un'estetica derivativa.
Fredrik Gertten aveva fatto un film, in cui denunciava la Dole per l'uso di pesticidi tossici. Ma alla Dole non andava giù che questo film arrivasse al pubblico, eppure, con un raro esempio di democrazia alle spalle, alla fine il piccolo Davide ha trionfato su Golia.
Un artista inviso al sistema, e per questo ridotto (momentaneamente) al silenzio: è questo il protagonista di Alison Klayman che, con le sue opere irriverenti e il suo impegno incessante sui social network, ci restituisce il vero volto di una Cina piena di contraddizioni.
La storia d'amore tra due ragazzi affetti da gravi disabilità è il fulcro del documentario di Park Bae-Il, che, senza ipocrisia o pietismo, ci fa riflettere sulla possibilità di vivere una vita piena e autentica, nonostante le difficoltà.
Dalle sue origini fortuite alla sua messa al bando, Martin Witz ripercorre la storia dell'acido più famoso del mondo, l'LSD, sottolineando le contraddizioni del fenomeno generato dal suo consumo.
Il documentario di Jon Shenk racconta la storia, politica e morale, dell'ex presidente delle Maldive e della sua appassionata battaglia per salvare il proprio Paese: dalla dittatura prima, e dalla catastrofe ambientale poi.