Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Johnny Depp interpreta un giornalista che si ritrova in una Portorico bagnata da fiumi di alcool, tra sirene bionde e squali americani. Ma nonostante le premesse, la regia si mantiene incolore fino alla fine.
Fei dirige la pellicola con sufficiente sicurezza, mantenendo l'attenzione dello spettatore sufficientemente alta, e lasciandoci con l'impressione di aver assistito a un thriller che, pur nei suoi limiti, si distanzia abbastanza dai cliché del genere da meritare almeno una visione.
il regista Gu Su-yeon offre un affresco del mondo delle gang giovanili giapponesi dai forti toni autobiografici. Il passato di 'ribelle senza causa' del regista è rappresentato dal film con uno stile secco e diretto, memore delle tante pellicole sulla delinquenza giovanile che il cinema giapponese ci ha offerto negli ultimi anni.
Visivamente splendido e ricco di dettagli naturalistici davvero mpressionanti, Leafie - La storia di un amore rischia più volte di andare fuori tema e di perdere il filo del discorso, ma nonostante qualche difficoltà nel mantenere un equilibrio narrativo alla fine raggiunge il suo obiettivo e arriva dritto al cuore.
Non viene mai pronunciata la parola 'anoressia' per tutti i 97 minuti della nuova opera di Marco Pozzi. Non c'è bisogno di esplicitare verbalmente un concetto che è ben presente nelle immagini, minimaliste ed eleganti, del film, così come nell'esistenza tormentata della giovane protagonista.
Se per buona parte della sua durata il lavoro di McG riesce sufficientemente a tenere il ritmo della storia è per il modo curioso di gestire gli inconvenienti del classico triangolo, prevedibili ma non per questo meno divertenti.
Chiamato a registrare i giorni della lotta e della resistenza sostenuti dalla residenza assistenziale Casamatta, il regista Enrico Pitzianti si è in realtà confrontato con un'innocenza allo stesso tempo fragile e tenace, capace di trasformare il documentario in un vero e proprio film.
Seguendo la scia del primo Street Dance 3D, che aveva conquistato il pubblico britannico, i registi provano stavolta a coinvolgere una più vasta platea europea, puntando tutto sulla multiculturalità e la mescolanza tra stili di danza.
La struttura del romanzo di Camus si fonde con i dialoghi creati ex novo da Amelio attingendo al proprio vissuto; ne scaturisce un movimento in cui una storia rispecchia fedelmente l'altra, senza però la pesantezza di una mimesi forzata.
Grazie ad una sovrapposizione di stili e atmosfere in cui la tradizione del grande cinema italiano si fonde con la sua ironia sempre acuta e irriverente, Woody Allen riesce a consegnare una visione personale non tanto della città eterna, quanto dell'incanto esercitato su chi le si avvicina
Fantascienza apocalittica, distruzione e catastrofi in grande stile con un po' di retorica, ma anche un'ispirazione quantomai insolita: parliamo del più classico dei giochi di carta e matita, la sempreverde battaglia navale.
Soddisfacente per ritmo e brio nella prima parte, nella seconda la storia si sgonfia, soffocata da una girandola di colpi di scena un po' forzati.
Nonostante un montaggio in stile video clip e un uso moderno delle immagini, Poker Generation di Gianluca Mingotto si lascia soffocare da una quantità ingestibile di clichè narrativi che non lasciano spazio a contenuti più giovani e attuali.
Otto amici, quattro coppie gay: questi gli ingredienti della commedia di Mariano Lamberti, che offre uno spaccato onesto e libero da pregiudizi della realtà omosessuale, forte di un cast ottimamente costruito.
Cattaneo sfrutta al meglio i desolanti panorami di una fantasmatica Bologna, degno palcoscenico per un protagonista disperatamente solo, ripreso in tutta la sua pesantezza di corpo sfinito.
Il nuovo lavoro dello studio di Wallace & Gromit è un vero e proprio colossal d'animazione, che valorizza un cast di personaggi originali e pittoresti con un comparto tecnico di assoluto valore e la solita attenzione per i dettagli.
Lo script gioca spesso con lo smontaggio e il rovesciamento autoironico degli archetipi della fiaba originale, mentre Tarsem reinterpreta la storia alla luce della sua concezione di cinema postmoderna e contaminata.
I registi Mike McCoy e Scott Waugh si concentrano quasi esclusivamente sull'obiettivo di catturare l'essenza dell'azione in battaglia, cercando di trasmettere allo spettatore l'esaltazione fisica e sensoriale del combattimento. Per questo motivo decidono di puntare su una messa in scena iperrealistica e immersiva, prendendo spesso ispirazione anche dal linguaggio e dagli stilemi dei videogame.
Nella sceneggiatura non vi è scena che non sia stata inserita per giustificare qualche movimento di macchina dal dubbio gusto spettacolare o i durissimi scontri nei quali Perseo ha la meglio sfruttando soprattutto le sue qualità umane, cioè l'astuzia e la tenacia.
Le pretese di spaccato sociale, nel film dei Vanzina, o peggio di satira di costume, sono ridotte davvero al minimo: si sorride, spesso si ride, ben consapevoli di guardare un bozzetto di realtà, una caricatura in fondo piacevole.
Dopo aver conquistato l'Oscar per la regia con lo strabiliante City of God nel 2004, Meirelles si è dedicato a storie dal carattere più europeo utilizzando sempre una narrazione asciutta e sintetica. Uno stile, questo, che continua ad applicare anche in 360, facendolo diventare il punto di forza di un film altrimenti ad alto rischio di complessità.
Quello di Giordana è un film sorprendentemente misurato, una pellicola rigorosa e chiara che riduce al minimo gli elementi spettacolari per puntare le sue carte su una scansione del racconto che non conosce sosta e che avvolge lo spettatore in un movimento continuo.
Se la contaminazione tra cinema e pittura non è una novità, un film come quello di Lech Majewski sposta l'asticella della sperimentazione più in là, sfumando ulteriormente i confini e dando vita ad un'esperienza di forte spessore estetico ed intellettuale.
Un cast da manuale della recitazione sorregge un film che, pur sviluppando alcuni spunti insoliti nella sceneggiatura, ritrae un'India fin troppo folkloristica e non sfugge allo stile patinato tipico dell'autore di Shakespeare in Love.
Paranormal Xperience 3D ha l'ambizione di combinare effettacci, squartamenti e sangue a volontà con una drammaturgia ben precisa che si svela man mano che il film prosegue la sua corsa.
Bravo McTeigue nel regalare ritmo e verve umoristica ad una storia piuttosto semplificata ed a tratti troppo prevedibile che gli sceneggiatori non hanno saputo 'elevare' e rielaborare a dovere, e bravissimi gli attori che hanno contribuito a conferire ai personaggi la credibilità e la forza necessarie per supplire alle carenze di un racconto semanticamente un po' troppo spicciolo.
Il secondo capitolo del franchise punta soprattutto sull'azione e sugli effetti speciali, lasciando in secondo piano l'intreccio narrativo.
Il comico Uccio De Santis approda sul grande schermo con una commedia on the road dai toni lievi e garbati, pensata per piacere ai suoi spettatori e più in generale ad un pubblico di famiglie.
E' soprattutto sui contrasti, culturali, ma anche caratteriali, tra i due protagonisti che si sviluppa il film di Borensztein, vincitore di due riconoscimenti al Festival di Roma. Una commedia piacevole dalla messa in scena curata, e interpretata in maniera efficace.
La sceneggiatura scritta a sei mani da Lucio Pellegrini con Massimo Gaudioso e Michele Pellegrini smussa fin troppo gli angoli ed elimina i conflitti più aspri presenti nelle pagine di Nick Hornby, rinunciando volontariamente a una possibilità infinita di situazioni e varianti sicuramente più complesse da gestire.
Il film di Michael Dowse è l'ennesimo esemplare di commedia nostalgica che mitizza la cultura pop degli anni Ottanta e al tempo stesso ritrae la disillusa generazione dei trentenni in crisi, eterni ragazzi incapaci di trovare un loro posto nella società.
Il film tv di Leone Pompucci, in onda domenica e lunedì in prima serata, non è solo avvincente dal punto di vista narrativo, ma soddisfa anche dal punto di vista dello stile, regalandoci un'interpretazione da applausi di Luigi Lo Cascio.
Film di chiarissima lettura (in amore vince chi ama davvero) e dalla struttura lineare, la commedia sentimentale di Bortone gioca le sue carte sullo scontro fra teoria e prassi; la dissertazione più ingegnosa, il piano più dettagliato, cadono senza appello sotto i colpi dell'imprevisto, liberando quell'elemento inaspettato che è fonte di comicità.
Così, racchiusi tra mura protettive e rassicuranti, i protagonisti danno corpo a un confronto tra vivi e morti in cui la memoria del passato e il richiamo del presente costruiscono le fondamenta di una messa in scena soprannaturale nella forma, ma decisamente umana nel contenuto.
Quattro anni dopo la sua realizzazione, l'interessante horror di Ivan Zuccon approda finalmente in sala, rompendo una decennale "invisibilità" del suo cinema nel nostro paese.
Nato in anni di accurata osservazione della fauna notturna che frequenta club e ritrovi della movida, Jonny Groove, con i suoi pantaloni maculati e le magliette attillate, è un concentrato di manie e amenità varie.
Nato nel lontano 1912 dalla penna di Edgar Rice Burroughs, meglio noto per essere il creatore di Tarzan, John Carter si presenta come un immenso compendio del genere fantasy, un lungo viaggio verso le forme, i personaggi e le situazioni che hanno definito la narrazione stellare e la struttura di un ipotetico panteon fantascientifico e non solo.
L'esordio dietro la macchina da presa dello sceneggiatore Michael Brandt è un film spionistico dall'impianto tradizionale che sfrutta alcuni archetipi del genere (in particolare il tema della doppia identità) senza però riuscire a dosare in maniera convincente suspense e colpi di scena improvvisi.
Matteo Rovere va oltre la concretezza del romanzo firmato da Sandro Veronesi e affida il destino del suo film al volere di un cast armonicamente amalgamato ma mai omologato, in cui le diverse individualità si mettono al servizio di personaggi decisamente in cerca di attori.
Verdone, in una commedia dalla struttura più corale delle precedenti, racconta l'Italia della crisi da una prospettiva inedita, quella di tre padri separati; narrandoci così quella che è di fatto una storia di miserabili moderni.
L'interesse del regista Benedek Fliegauf si concentra unicamente sul piano emotivo della storia. Gli spazi immensi, le praterie incontaminate, le spiagge deserte sono teatro di una relazione sentimentale che prosegue anche dopo la morte, la presenza fisica degli esseri umani è ridotta all'osso e il passo lento della narrazione viene reso attraverso l'uso insistito di campi lunghissimi, sospensioni e silenzi.
Un successo, quello di Quasi amici, che si deve al modo in cui sono dosati gli ingredienti principali del film: un umorismo lieve ma non sguaiato, il giusto spazio alle emozioni, e una storia non nuova ma sicuramente piacevole e divertente.
Il film di Ken Kwapis racconta una storia che tenne l'opinione pubblica ambientalista (e non solo) col fiato sospeso, avvicinando americani e sovietici nell'opera di salvataggio di tre balene: il risultato, però, sfiora spesso il semplicismo, e l'emozione paradossalmente latita.
Con questa riedizione 3D, fin dal momento in cui le prime immagini subacquee che accarezzano il relitto del Titanic ci danno il benvenuto immergendoci in un mondo sommerso e ovattato capiamo di trovarci di fronte a uno spettacolo senza precedenti.
Se a livello di sceneggiatura non regala grandi momenti di originalità, il lavoro di Espinosa ha comunque dalla sua una convincente resa della componente più spiccatamente fisica della pellicola, e un cast che si dimostra ben assortito.
Smessa la maschera composta di occhiali e cicatrice saettante, Daniel Radcliffe si presta a indossare quella di un giovane padre vittoriano con tanto di barba e longilineità britannica alle prese con fantasmi dispensatori di morte.
Sean, ormai adolescente, si ritrova nuovamente catapultato in un'avventura rocambolesca: sulle tracce del nonno paterno e accompagnato dal patrigno Hank, si dovrà destreggiare tra animali immaginifici e pericoli decisamente reali.
Tsui Hark sa giocare con la terza dimensione, sfruttando la profondità nel mostrare le ambientazioni ed allo stesso tempo facendo sì che colpi ed oggetti volino verso lo spettatore durante gli articolati combattimenti.
Una complessa faida familiare, che si sviluppa in un arco narrativo piuttosto ampio e in una struttura narrativa di impronta teatrale. Il tutto sullo scenario della Cina rurale dei primi anni Dieci.
Scenari mozzafiato, ammalianti vedute aeree notturne e sconfinate panoramiche sui fiordi norvegesi fanno da sfondo ad una storia familiare intensa e lancinante ricca si spunti di riflessioni sul contesto umano e sociale che ruota intorno ad una piccola comunità costretta a passare dall'interminabile e asfissiante buio delle notti polari al sole di mezzanotte del solstizio estivo.