Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Un film sui ricordi del passato per Miguel Gomes, che punta sul bianco e nero e su scelte stilistiche che pesano sulla struttura narrativa, almeno per la seconda parte del film.
Quello che in Maupassant era l'indagine puntuta di certi malcostumi della nuova società francese diventa nel film del duo Donnellan-Ormerod, una vacua (e innocua) disamina sulla grettezza umana.
Nel duro dramma di Kim Nguyen, la piccola Komona, una bambina soldato di soli dodici anni, racconta la sua storia in bilico tra la ferocia della sua realtà e la magia della sua immaginazione.
Il film di Hans-Christian Schmid non si perde mai in smancerie o in inutili leziosità ma col suo incedere rigido, minimalista e nostalgico, grazie ai movimenti puliti e lenti della macchina da presa che indugia sugli ambienti e sui silenzi più di quanto faccia sui volti dei protagonisti, regala emozioni a non finire.
Avvincente nella resa dei protagonisti, accurato nella ricostruzione storica, il film dell'autore danese soddisfa per l'ampio sviluppo narrativo, modulato attorno a fatti realmente accaduti, ma non si distacca dai canoni del dramma in costume.
Un dramma cupo e angosciante per il regista Benedek Fliegauf, che vede al centro della storia una famiglia rom in grave pericolo.
Quello di Elliott è un debutto che non convince completamente, penalizzato da una sceneggiatura troppo frettolosa nel descrivere i personaggi e le loro motivazioni.
Attorno al giovane protagonista, la regista costruisce un mondo di furti e solitudine nel quale è difficile trovare certezze e che si svela in maniera equilibrata e graduale.
Con atmosfera onirica e rarefatta, Edwin è abile a comunicare il senso di perdita, di smarrimento, ma rischia di dilatare troppo i tempi e perdere l'attenzione dello spettatore.
Per raccontare la storia di Satchè, il regista punta su una fotografia cromaticamente ricca e dettagliata, piena di luce, e giocata su primi piani ravvicinati e fuori fuoco, ma è soprattutto il colore ad avere un ruolo di grande importanza e in contrasto con l'idea che tutti abbiamo della morte.
Nata come rilettura delle spy story, il film di Soderbergh finisce per essere un ibrido incapace di fissarsi nella memoria dello spettatore.
Fracassi e Lauria non si limitano a raccontare le giornate del G8 genovese, ma approfondiscono anche il periodo che l'hanno preceduto, ricreando il contesto socio-politico in cui i fatti si sono verificati.
Chi ha adorato le precedenti commedie di Alex de la Iglesia, in particolare il nerissimo 'La Comunidad', troverà 'La chispa de la vida' una commedia più convenzionale, che tuttavia si lascia guardare con piacere.
E' l'inconsapevolezza uno dei pilastri su cui il regista esordiente David Brooks e lo sceneggiatore Chris Sparling hanno scelto di costruire la tensione narrativa della pellicola.
Keanu Reeves intervista grandi autori americani per analizzare le differenze tra la lavorazione in pellicola ed in digitale, componendo un quadro completo ed esaustivo delle nuova tendenza tecnologica.
Emozionante benché ingenuo e semplicistico nella sceneggiatura, il film di Spielberg si fa apprezzare soprattutto grazie al lavoro dei reparti tecnici e alla gestione - davvero strabiliante - dei protagonisti equini.
Da applausi l'interpretazione della Theron, che tocca i massimi livelli mai raggiunti, indimenticabili alcuni dei duetti che prendono vita sullo schermo ma alla fine la sensazione è quella di aver assistito ad un film che non osa fino in fondo e non varca la soglia del politicamente scorretto.
Scenari suggestivi e affascinanti, per il film di Stathoulopoulos che esplora la relazione tra un monaco e una suora con sottile ironia, pur rivelandosi non del tutto riuscito.
Death Row è una serie di quattro episodi che, con le loro diverse caratteristiche, sanno raccontare aspetti diversi dell'applicazione della pena di morte negli Stati Uniti.
Tra pregi e difetti, il nuovo film di Zhang Yimou è comunque un passo avanti rispetto ai meno riusciti ultimi lavori dell'autore: una produzione di alto livello e un toccante racconto di un evento drammatico e molto sentito della storia del suo paese.
Partita come il classico film in cui vengono mostrati gli scheletri nell'armadio di una famiglia americana come tante, l'opera di Thornton diventa invece un'interessante disamina di tre generazioni a confronto, tutte messe alla prova da altrettante guerre.
Il film di Daniele Vicari racconta una delle pagine più vergognose e sconcertanti della cronaca italiana, mettendo a nudo il lato più oscuro e inquietante del nostro Paese, un volto di soprusi e repressione che si nasconde dietro una maschera di civiltà e democrazia.
Senza un attimo di sosta e con la veemenza che constraddistingue il suo stile pragmatico ed allo stesso tempo profondamente intimista, Mendoza ci trascina in una devastante discesa negli inferi di uomini e donne in trappola, privati della loro libertà ma mai della loro dignità, almeno non intenzionalmente.
Il film di James Marsh risulta un'analisi interessante di uno dei tanti aspetti di un fenomeno complesso e recente della storia dell'Europa, ma è soprattutto efficace nel mettere in scena il dramma delle persone le cui esistenze sono state travolte da esso.
Un film che riesce a raccontare il male senza usare personaggi realmente cattivi grazie a una storia che scava nell'animo umano alla ricerca di risposte senza trovarne.
Un'opera tanto libera e appagata da sé stessa quasi non richiederebbe un pubblico che la possa apprezzare ed in effetti resta lì, immobile nonostante le immagini fantasmagoriche.
Dopo trenta film e ventitré anni di carriera, Adam Sandler s'incorona definitivamente re della commedia famigliare facendosi in due nel film diretto dall'amico Dennis Dugan e incentrato su ad una coppia di gemelli sull'orlo di una crisi d'identità.
Il lavoro di Mac Donald ci dimostra che c'è ancora tanto da imparare da un artista come Bob Marley e lo fa senza colpi di scena privi di spessore, ma affidando la sua indagine a rari filmati di repertorio, relativi ai primi anni della carriera e alle foto dei suoi ultimi giorni, testimonianze preziose di una vita mai banale.
In un thriller dai toni noir, sia Gabriel Byrne che Charlotte Rampling dipingono dei ritratti tridimensionali e profondi dei loro personaggi, mettendo in scena l'alchimia che si crea tra i due con delicata misura.
I fratelli Taviani accendono i riflettori sui detenuti di Rebibbia, interpreti di un adattamento del Giulio Cesare di Shakespeare che mette in luce la loro umanità e il loro vissuto. Un esperimento di docu-fiction in cui i dialetti italiani si allacciano alle parole del Bardo per raccontare una moltitudine di storie in bianco e nero.
Iron Sky non è certo il film da cui aspettarsi introspezione o analisi approfondite, ma in fin dei conti si può considerare un esperimento riuscito, seppur non esente da difetti.
Quello di Christian Petzold è un cinema fatto di sottrazione e di riflessione, sorretto da dialoghi scarni, da sguardi e da impercettibili accezioni, e Barbara ne è lo straordinario emblema.
Un esordio alla regia, quello di Angelina Jolie, che ha il suo limite principale nella struttura narrativa, non abbastanza compatta per reggere un film di due ore, ma si lascia apprezzare per il coraggio di raccontare una storia assolutamente non facile.
Un'opera spontanea di grande contenuto emotivo che si fa portatrice di un imperativo e insieme di un'urgenza impellente, un'esperienza tutta da vivere che infervora e commuove, capace di travalicare ogni schieramento politico e ogni divisione ideologica.
A moi seule risulta un esperimento non completamente riuscito, inadatto a dire qualcosa di nuovo ed interessante su un tema drammatico di cui si limita a tratteggiare un quadro sbiadito.
A dispetto della creatività sbalorditiva del romanzo di Foer, Stephen Daldry sceglie una via più sicura, eppure questo non penalizza la fruizione di una storia che trova la sua forza nei legami profondi che si instaurano tra i personaggi.
Mai Wei è a tutti gli effetti un colossal di guerra in cui Kang Je-gyu è abile nel mettere in scena le battaglie, tirarsi indietro quando si tratta di mostrare i momenti più drammatici e cruenti, ma allo stesso tempo concedendo qualcosa allo spettacolo.
Girato per lo più con una camera a mano che segue passo passo i movimenti delle splendide protagoniste, Farewell, My Queen è un'opera tutta al femminile caratterizzata da un'impronta profondamente espressiva, fantasiosa ed al contempo straordinariamente realistica del suo autore.
Don 2 conferma la capacità di Bollywood di tenere testa al cinema hollywoodiano nel creare prodotti di puro intrattenimento che sappiamo accompagnare lo spettatore in una serata senza di disimpegno e relax.
La minaccia fantasma conferma, a tredici anni dalla sua uscita, sia i limiti che i motivi di interesse che aveva mostrato all'epoca; la terza dimensione, tuttavia, non sembra aggiungere molto al sontuoso look del film, risultando spesso solo abbozzata.
Un film che, pur vantando un'esteriorità innovativa, in realtà continua a celare un contenuto tendenzialmente semplice caratterizzato da un'architettura narrativa volta al minimalismo.
Sulla falsa riga del ghost-thriller coniugale di Zemeckis con Michelle Pfeiffer e Harrison Ford, suo quasi omonimo, La verità nascosta gioca con lo spettatore e lo mette in condizione di credere che si tratti effettivamente di una storia analoga a quella cui ammicca furbescamente il titolo.
Lo script lavora su alcuni stilemi ricorrenti del thriller americano, senza rivisitarli in maniera innovativa: il regista Asger Leth punta più sulla spettacolarità di alcune sequenze, dimostrando una discreta capacità nell'orchestrare l'azione.
La follia di Hesher, e l'azzeccata interpretazione di Joseph Gordon Levitt, molto dicono di un personaggio che è più complesso di quanto lasci trasparire.
Al contempo opera di genere e d'autore, Millennium - Uomini che odiano le donne è un film penetrante, teso, sofferto, crudo, messo in scena in maniera impeccabile da un regista che con l'abilità degna di un cesellatore è riuscito a sorprenderci ancora una volta, a far completamente sua un'algida storia di violenza e giochi di potere entrata con veemenza nell'immaginario collettivo europeo.
Per il suo lungometraggio d'esordio Emiliano Corapi sceglie di rappresentare frammenti di esistenze invisibili, capaci di mostrare sotto gli stimoli della realtà una determinazione tanto inaspettata quanto drammaticamente comune.
Hugo Cabret è principalmente un lirico omaggio tributato da Scorsese alla Settima Arte e ad uno dei suoi pionieri; ma è anche una favola moderna, romanzo di formazione su un ragazzino che cerca il suo posto nel mondo, in una società vista come un enorme ingranaggio in cui ogni pezzo deve trovare la sua collocazione e la sua funzione.
Dopo sei anni di silenzio, Andrew Niccol torna sul grande schermo con un action futuribile interpretato dalla stella del pop Justin Timberlake e incentrato sull'ossessione dell'eterna giovinezza.
Struggente e poetico nel cavalcare l'onda nostalgica dei ricordi, scatenato e irresistibile quando si tratta di liberare la vena folle e surreale dei pupazzi, il film di James Bobin sancisce l'imperitura modernità delle creature di Jim Henson.
La memorabile interpretazione della pluripremiata attrice - che riesce a evitare i rischi dell'imitazione a tutti i costi per offrire invece un ritratto vivido e passionale - salva un film che pur partendo da una buona idea di sceneggiatura fatica a restituire un'immagine complessa e articolata della controversa Lady di ferro.