Recensione Dark Shadows (2012)

Un film in cui gli elementi dell'universo di Tim Burton sono tutti presenti, penalizzato però da una scrittura in cui l'impianto corale finisce per nuocere all'empatia.

Frammenti di poetica burtoniana

Barnabas Collins è un vampiro tutto d'un pezzo. Un succhiasangue affascinante, dal fare aristocratico, un tempo proprietario di un vero e proprio impero ittico nella città che ha preso il nome dalla sua famiglia, Collinsport. Da uomo potente e playboy, però, Collins fece l'errore di spezzare il cuore di una ragazza della servitù, Angelique Bouchard, incidentalmente anche dedita ad atti di stregoneria. La vendetta di Angelique non si è fatta attendere: i genitori di Barnabas uccisi, l'unico suo amore, la bella Joesette, morta suicida, lui trasformato in vampiro e rinchiuso per l'eternità in una bara. Ma anche l'eternità, si sa, in questo tipo di vicende è un concetto relativo: basta infatti il casuale disseppellimento della bara durante uno scavo, perché Barnabas si liberi, più arzillo (e assetato) che mai. Il problema è che siamo ormai nel 1972, che la vecchia dimora di famiglia, Collinwood Manor, è in rovina, che i suoi eredi vivono di fatto in miseria, e che il mercato ittico è ora dominato dall'azienda di una donna che somiglia un po' troppo a una vecchia conoscenza di Barnabas, anche nel nome: Angie. Per il vecchio vampiro, dormiente da fin troppo tempo, è tempo di rimettere in pista il suo nome (e quello della sua famiglia) negli affari, e forse di ritrovare anche l'amore nel volto di Victoria, nuova babysitter del piccolo David e incredibilmente somigliante alla sua Josette.


Che il periodo attuale non rappresenti esattamente l'apice (ma è presto per parlare di declino) per la carriera di un regista come Tim Burton, era cosa risaputa. I suoi ultimi lavori, d'altronde, parlano di una certa difficoltà ad adattare il suo incontenibile stile visionario a progetti poco nelle sue corde (Alice in Wonderland, o il più vecchio Planet of the Apes - Il pianeta delle scimmie) o eccessivamente legati alle coordinate di generi a lui poco congeniali (il musical di Sweeney Todd). Burton, insomma, singolare figura di regista/autore che tuttavia non scrive le sue storie, ha spesso il problema di trovare soggetti che si adattino alla sua fantasia gotica e al suo universo immaginifico di riferimento, e che contemporaneamente riescano ad amalgamarsi col suo stile cinematografico. Poteva, in teoria, essere il caso di questo Dark Shadows, adattamento per il grande schermo di una serie cult degli anni '60 e progetto coltivato già da diversi anni (il primo annuncio di un interessamento di Burton al soggetto risale al 2007) per cui il regista ha voluto di nuovo con sé il suo alter ego cinematografico, Johnny Depp. Dopo i vari trailer susseguitisi negli ultimi mesi, in cui si evidenziavano echi di Beetlejuice ma anche del zemeckisiano La morte ti fa bella, la visione di Dark Shadows non fa che confermare luci e ombre (ci si perdoni l'assonanza linguistica) dell'attuale momento del cinema burtoniano. Se l'universo di riferimento del regista è ancora lì, infatti (a volte esibito in modo insistito, quasi a tranquillizzare i suoi spettatori più affezionati) a non convincere del tutto è ancora una volta la sceneggiatura.

Partiamo dalle cose che nel film funzionano, che comunque non mancano. L'ambientazione della storia negli anni '70, così insolita per il regista, crea un piacevole contrasto con l'iconografia gotica della residenza dei Collins, e col look del protagonista: contrasto che si ricompone, in modo creativo, in una delle sequenze più divertenti del film, l'happening rock dato dal protagonista nella dimora, con Alice Cooper nel ruolo di sé stesso e una scelta dei colori che fa venire in mente la trascinante Remains of the Day, del bellissimo La sposa cadavere. Altre singole sequenze, tra cui una surreale scena di sesso tra creature sovrannaturali, e la movimentata resa dei conti finale, funzionano e mostrano che il tocco burtoniano non si è esaurito, pur se ancora una volta in sofferenza tra le maglie di una sceneggiatura che non gli consente di esprimersi al suo meglio. E' proprio lo script, e il modo in cui è stato concepito, il vero problema del film: dovendo adattare una serie televisiva dall'impianto corale, lo sceneggiatore Seth Grahame-Smith sceglie di tenere nella storia troppi elementi, di spostare di volta in volta lo sguardo su vari personaggi, senza approfondirne realmente nessuno e lasciando nella narrazione dei buchi di trama difficili da ignorare. Paradossalmente, al film manca un vero protagonista, e se una struttura così smaccatamente corale può funzionare in una serie televisiva, in cui l'articolazione in episodi permette di sviluppare i background dei singoli personaggi, altrettanto non può dirsi per un un prodotto cinematografico, pur della durata di oltre due ore. Il tentativo di coralità finisce per lasciare sottotrame non sviluppate (il passato della giovane tata, le capacità sovrannaturali del piccolo David) e per non favorire l'empatia.
D'altra parte, la riflessione sulla diversità e la lirica, triste condanna alla solitudine di tutti i freak del cinema di Burton, sono elementi qui soltanto accennati, liquidati nei subito accantonati tentativi del protagonista di riacquistare una natura umana attraverso le trasfusioni di sangue. Se Depp fa quello che può (e con lui il resto del cast, tra cui spicca l'ipnotizzante - in tutti i sensi - Eva Green) per rendere il lato grottesco, ma anche quello più malinconico e romantico del protagonista, la sceneggiatura dà decisamente più spazio al primo, finendo per sacrificare nelle sue potenzialità il personaggio e la stessa performance dell'attore. E poi, nelle ultime sequenze, la risoluzione della vicenda non può evitare di farci pensare (con un certo, inevitabile fastidio) a Twilight e derivati: lungi da noi il voler demonizzare tale filone, ma che il cinema di Burton finisca, non si sa quanto volontariamente, per flirtare con esso, appare decisamente eccessivo. Il cinema, e il mondo, del regista di Burbank, hanno da sempre abitato altrove. A Frankenweenie, comunque, manca poco, e la natura del progetto (unita ai pur presenti segnali positivi visti qui) autorizza un certo grado di fiducia.

Movieplayer.it

3.0/5