Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Con un linguaggio diretto e un umorismo metropolitano Roberto Proia riesce a costruire una narrazione fluida dal ritmo incalzante, in cui il rispetto della realtà non cede mai il passo all'esagerazione della finzione.
Pensato inizialmente come un documentario, il film è una descrizione spietata e realistica, ma piena di energia, della vita di un gruppo di ragazzini di strada che vogliono formare una band.
Thriller dalle venature esistenzialiste, la pellicola non riserva in realtà alcun momento chiave e quello che dovrebbe far sussultare lo spettatore diventa solo un pretesto per mettere in scena un elenco di simboli impossibili da decifrare.
Una delicata storia di amore familiare che ricorda, nella declinazione al femminile, nei toni discreti e nell'ambientazione circoscritta, le opere di Jane Austen.
La fusione coerente tra le immagini di repertorio e le dichiarazioni dei protagonisti crea un legame molto saldo, soprattutto dal punto di vista emotivo, tra la vecchia storia di un intero Paese e quella dei singoli individui che sono riusciti a ricostruire la propria vita lontano dalla madre patria.
Dopo una prima ora di struggente bellezza, To the Wonder perde fluidità e coesione. Lo sguardo di Malick si conferma capace di bellezza assoluta, ma il film ha il sapore di capolavoro mancato.
Silvia Giralucci, figliia di un militante missino ucciso dalle BR, racconta la vicenda di suo padre e quella più generale degli anni '70, cercando di dare una sua lettura di uno dei più difficili periodi della storia italiana recente.
Senza concessioni al pietismo, l'autore padovano mostra al meglio la tempra di questi uomini e donne per nulla intimoriti dalle difficoltà e riesce a restituire il rapporto di profondo rispetto che si instaura tra medici e pazienti.
Quella di Daniele Ciprì è un'opera matura e sorprendente che riesce a descrivere i perversi meccanismi di un microcosmo familiare rovinato dalle fondamenta, attraverso una lente deformante che ne amplifica a dismisura gli abominevoli difetti.
P.T. Anderson torna al cinema dopo il capolavoro Il petroliere, e lo fa con una prova di enorme densità tematica e di grandissimo spessore tecnico, impreziosita dalle straordinarie interpretazioni di Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman.
Ramin Bahrani ignora la sua origine iraniana e realizza una pellicola profondamente radicata nella cultura, nel sistema e nei valori americani.
Quello di El impenetrable è un viaggio affascinante, diretto con chiarezza e trasporto, in modo da spiegare la situazione allo spettatore e coinvolgerlo nella bizzarra disavventura legale del protagonista.
Lo Cascio dimostra di possedere notevole intuito registico e di avere ben chiari gli obiettivi da perseguire. La scelta di aderire a un genere diviene strumento per raccontare una storia profondamente personale, legata alle sue origini e alla sua percezione della vita da emigrante.
Il film di Giada Colagrande sembra generarsi spontaneamente dalle testimonianze dei suoi protagonisti, dalle loro parole evocative, capaci di chiarire dubbi, di rendere esplicite simbologie e caricature.
Gli equivoci culturali e linguistici "fanno" buona parte del divertimento di questa commedia di Sólveig Anspach, presentata nelle Giornate degli Autori nell'ambito dell'ultima edizione del Festival di Venezia.
Il regista austriaco osserva impietosamente il fanatismo della protagonista e, come accadeva per il film precedente visto a Cannes, non lascia indifferenti, fornendo più di uno spunto di riflessione.
A rendere ostica la fruizione di una pellicola del genere non è tanto l'accumulazione dei temi, dalla necrofilia alle riflessioni sulle 'mutazioni' del corpo e su ogni tipo di devianza psicologica, quanto il modo in cui l'autore li mette in scena, con una freddezza chirurgica che li rende quasi insostenibili.
Presentato nella sezione Orizzonti della 69esima edizione del Festival di Venezia, Wadjda è l'esordio nel lungometraggio della regista saudita Haifaa Al Mansour, prima pellicola interamente girata nel regno arabo.
Nel racconto della vita di Kuklinski il regista non è mai banale, fulminando lo spettatore con lampi improvvisi di furore disseminati lungo il cammino, tanto meno lo è Shannon, chiamato ancora una volta ad interpretare un uomo violento, lacerato dalla precaria condizione psicologica.
Il Pinocchio di d'Alò dà la sensazione di sfogliare velocemente un libro illustrato, soffermandosi su alcuni passaggi per assaporarne le suggestioni, ma sorvolando superficialmente su altri. Uno sviluppo che non riesce a rendere la storia di Collodi nella sua complessità.
Giustamente celebrativo, trascinante, emozionante, Bad 25 di Spike Lee è uno dei documentari musicali più belli visti negli ultimi anni e colpisce al cuore per la capacità del regista di 'rileggere' in maniera personale la grande quantità di materiale raccolto su Michael Jackson.
E' un film complesso, che non rispetta codici né un ordine prestabilito in cui gli eventi si susseguono, criptico nella sua evoluzione narrativa, che riserva numerose sorprese allo spettatore lasciandolo in un limbo di incertezza di fronte agli eventi, spesso irrazionali e sconvolgenti, che si consumano sullo schermo.
Il film di Fung è caratterizzato da uno stile visivo frutto di coraggiose e improbabili contaminazioni: wuxia, gongfu e western con ambientazioni steampunk, musica metal e siparietti da film muto, sequenze animate e altre di azione tipiche da blockbuster.
Quello che funziona meglio è il protagonista del film, il Kad Merad già visto nel celebre Giù al nord, qui bravissimo nel tratteggiare un uomo che banale lo è davvero e che con genuino smarrimento affronta una grottesca, paradossale, quasi kafkiana via crucis.
De Matteo si conferma un regista sensibile e capace di raccontare una storia con efficacia.
Dopo alcuni anni di assenza, Kiyoshi Kurosawa torna al festival di Venezia. Lo fa con un'opera peculiare, riduzione per il grande schermo di una sua serie televisiva ispirata ad un romanzo della scrittrice di successo Kanae Minato.
Quello che nasce come il più classico dei documentari diventa minuto dopo minuto il commovente e divertito racconto di una figlia che ritrova un rapporto profondo con una doppia figura paterna, cercando di far luce su quell'enigmatica della madre.
La musica è ovviamente il fulcro del documentario di Demme. Napoli e la vita dell'artista vengono rappresentate in quanto funzionali a fornire le basi per quella che è la sua musica. Un puzzle che definisce cosa sia l'Avitabile musicista e quale sia la scintilla che lo accende.
La scelta di affidare la regia di un film sullo scontro culturale a un'autrice orientale contribuisce a infondere nell'opera un senso di genuinità che fa dimenticare allo spettatore i passaggi più artificiosi del plot.
Un film senza pretese, che rimescola le carte di genere senza offrire alcunché di innovativo e incapace di sfuggire ai cliché ma che alla fine dei conti non deluderà quelli che si recheranno in sala per godersi un'ora e mezza di relax e svago a cervello spento.
Un thriller nel quale la linea narrativa sembra ben visibile, fino a quando si dissolve nel buio più completo, e lo spettatore è obbligato ad inoltrarsi in un universo in cui nulla è ciò che sembra.
Il cavaliere oscuro - Il ritorno chiude magistralmente il cerchio di quella che ha ormai assunto, definitivamente, i caratteri di una trilogia; con un senso dell'epica lucido e potente che non esclude, nell'ultima parte, una decisa e consapevole virata sul versante del melò.
Non è tanto l'originalità dell'idea alla base di Ruby Sparks a colpire lo spettatore, quanto la cura con cui le singole personalità vengono tratteggiate in un sistema di equilibri solido e vitale.
Con i toni della farsa e tratteggiando personaggi dalle caratteristiche solo in apparenza eccessive, Alessandro Palazzi realizza il ritratto del nuovo uomo medio, regalando alla nostra commedia un senso del reale troppo a lungo ignorato.
Scomparsa l'aura nostalgica e malinconica che animava il capostipite, questo sequel sembra essere guidato esclusivamente dalla logica dell'accumulo esponenziale - più personaggi, più azione, più sangue, più esplosioni, più armi - perdendo però di vista l'umanità dei personaggi.
Senza il supporto dei romanzi di Ludlum, e soprattutto senza il personaggio simbolo della saga, Tony Gilroy dirige uno spin-off che vede una nuova spia braccata col volto di Jeremy Renner, e un villain di lusso come Edward Norton.
I fan di Gianni Morandi avranno l'occasione di rivedere il loro idolo nuovamente davanti alla macchina da presa, ma anche altri potrebbero assistere a questo esperimento che, seppur non privo di difetti, mostra qualcosa di nuovo nel panorama italiano.
Lungi dall'essere perfetto, il film di Wain è uno dei tanti prodotti leggeri ed innocui che affollano le sale cinematografiche, pur con un paio di momenti che funzionano e restano nella memoria dello spettatore.
L'originalità di Magic Mike non è determinata né dalla storia né dai singoli ingredienti, ma da un amalgama vincente in cui è completamente assente il giudizio dell'autore che preferisce abbandonarsi alla spettacolarità del contesto.
Tra lenzuola macchiate di sangue, denti che cadono e corpi martoriati si passa da un incontro all'altro delle due giovani protagoniste in una profusione di silenzi, frasi enigmatiche e reciproche scoperte della propria sessualità.
Nell'insieme le scelte registiche di Nick Love garantiscono coerenza alle spettacolari scene action che mantengono lo spettatore col fiato sospeso.
Una pellicola capace di trovare il canale giusto per entrare in sintonia con lo spettatore senza fronzoli né mistificazioni, parlando al cuore e al cervello.
Federico Brugia, regista di spot e videoclip, per il suo esordio nel lungometraggio sceglie un linguaggio criptico ma affascinante, in cui l'introspezione psicologica è preponderante, e molto è demandato agli sguardi, e ai silenzi, dei due bravissimi protagonisti.
Il quarto capitolo del franchise Fox acquista un surplus di spettacolarità dovuto all'evoluzione della tecnica, alla maggior cura nel tratteggio delle location e all'uso del 3D.
Commedia di buoni sentimenti che riscalda il cuore, amara riflessione sugli errori e sui rimpianti, pellicola dall'afflato naturalistico che riunisce suggestivi paesaggi e splendidi volatili.
Ispirato ad una storia vera, La memoria del cuore segna l'esordio alla regia di Michael Sucsy, attore, sceneggiatore, assistente alla regia e direttore di set di importanti produzioni hollywoodiane, e ne rispecchia anche la vena artistica con un'attenzione meticolosa all'estetica e al design che sovrasta di gran lunga quella narrativa.
Senza dubbio il merito principale della commedia interpretata dalla teen idol Miley Cyrus è quello di fornire un'immagine veritiera dei giovani che affollano scuole, piazze e locali in divisa d'ordinanza (jeans e minigonne) e smartphone stretto in mano.
Adattamento del romanzo di Eliette Abecassis, il film di Bezançon racconta con partecipazione e verità la crisi di una giovane coppia dopo la nascita della loro bambina, ma si smarrisce attorno ai pensieri della protagonista.
Gli sforzi principali di Bibo Bergeron sono concentrati sull'animazione e sulla resa del 3D, infatti il film si distingue per la grazia del tratto, per la sinuosità dei personaggi, per un'apparente semplicità che nasconde un lavoro certosino nella ricostruzione di un'epoca e della sua atmosfera.
Nel film di Timur Bekmambetov, il ritmo del racconto si adegua al ritmo delle stesse sequenze d'azione, facendo somigliare tutta la pellicola a una corsa a perdifiato sulle montagne russe.