Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Fedele ad un personale linguaggio visivo, Jodorowsky non cede alla tentazione di costruire un apparato narrativo classicamente autobiografico ma, forse con maggior consapevolezza e meno autocompiacimento rispetto al passato, mette in scena una drammaturgia in cui ogni singolo elemento estetico si trasforma in simbolo necessario.
Senza dubbio un progetto arduo, quello di trasformare il resoconto della terapia di Jimmy Picard in un racconto cinematografico: per riuscire nell'impresa Desplechin si avvale di due interpreti di primissimo piano, il premio Oscar Benicio Del Toro e il talentuoso e instancabile conterraneo Mathieu Amalric.
Il film può godere di un'ambientazione atipica e fortemente simbolica che permette alla regista e sceneggiatrice Rebecca Zlotowski di dare nuovo respiro ad un tema abusato come quello dell'amore proibito.
Il film di Guiraudie visita, come i suoi protagonisti, un angolo di mondo pittoresco, isolato e bizzarro in cui pochissimi sono soliti avventurarsi; chi vorrà farlo, però, potrebbe divertirsi e scoprire qualcosa di nuovo su sé stesso.
Con atmosfere rarefatte e sguardo discreto, misura e tenerezza, Koreeda racconta il dramma di due famiglie ed il percorso di un uomo che impara ad essere padre.
Folman costruisce una critica poco velata e piuttosto chiara all'intero sistema dell'entertainment che, piegatosi alla necessità di ricreare una perfezione invidiabile ed emulabile da occhi esterni, rende l'artista un accessorio di cui usare solo l'involucro rinunciando senza rimpianto alla sua anima imperfetta.
Jia Zhang-ke racconta il disagio della Cina contemporanea scegliendo uno stile interessante e dinamico, con una evidente cura e ricerca nella messa in scena.
La ricchezza e il dettaglio della sceneggiatura non inficiano assolutamente la fruizione dell'opera, che, grazie alla cura delle performance, è avvincente dal primo fotogramma, e anzi l'avvincendarsi sorprendente delle prospettive rende l'esperienza del film sempre più affascinante.
La regia dell'esordiente Coogler è tanto efficace quanto dipendente proprio dalle interpretazioni del protagonista Michael B. Jordan e dell'ottimo cast di contorno, la macchina da presa indugia spesso sui volti dei protagonisti, riuscendo così a catturare in pieno il susseguirsi di emozioni vissute sullo schermo.
Heli non si può considerare riuscito per la sua incapacità di creare un legame empatico con i personaggi che lo animano, per il non riuscire a suscitare tristezza e sofferenza per quello che vivono, senza andare oltre l'inevitabile pugno nello stomaco per il modo in cui la violenza è rappresentata.
Il sesto episodio della saga iniziata nel 2001 non tradisce la sua vocazione: c'è l'azione, in dosi sempre più robuste, c'è il piacere per il fan di ritrovare i personaggi a cui è affezionato, e c'è in più una componente grottesca e autoironica, con sequenze d'azione sempre più disancorate dalla credibilità.
Se l'opera è comunque interessante da un punto di vista puramente estetico, grazie ad alcune scelte di fotografia piuttosto originali, un montaggio frenetico ma mai fastidioso e la solita ottima colonna sonora ad accompagnare il tutto, questo nuovo film della Coppola viene a mancare proprio in quello che era stato il suo punto di forza anni or sono, ovvero la sceneggiatura.
Emozionante senza mai essere sentimentale e asciutto nella sua ricchezza, Giovane e bella è la prova della crescita di un cineasta da sempre interessante, ma oggi più completo e sensibile.
Il lungo razzle dazzle con cui si apre il film non riesce - nonostante l'indubbio sfarzo e l'incredibile lavoro di scenografi e costumisti - ad introdurci alle atmosfere dell'epoca, ma piuttosto crea un quasi oltraggioso contrasto con il voice over fitzgeraldiano e con il tono malinconico che la pellicola comincia ad assumere soltanto con l'entrata in scena di Leonardo DiCaprio.
L'esordio alla regia di Giorgio Bruno, classe 1985 e una formazione nel cinema di genere, si rivela un thriller risaputo e dalla sceneggiatura carente, nonostante la presenza nel cast, in ruoli di contorno, di alcuni importanti nomi dell'horror italiano che fu.
Nonostante spunti di indubbio interesse, supportati da uno stile accurato e originale, è la totalità dell'opera a lasciare perplessi, in particolare lo squilibrio sostanziale nello sviluppo della storia.
Il nuovo lavoro di Ilmar Raag racconta due solitudini diverse, ma complementari, sullo sfondo di una capitale francese malinconica, luogo della memoria e delle promesse non mantenute.
Il documentario di Germano Maccioni accetta la sfida di raccontare un personaggio complesso, sfuggente, per sua natura refrattario alle rappresentazioni: il risultato è un ritratto dell'uomo-Ferretti, e della sua arte, affascinante e di spessore.
Mantenere il controllo di quel complicato puzzle che è Casablanca Mon Amour non era semplice, ma John Slattery dimostra di saper gestire alla perfezione gli strumenti narrativi che ha a disposizione denotando notevole maturità registica.
Commedia romantica francese confezionata molto bene, che riesce a somigliare tanto a quelle americane: pregio o difetto che sia, il film racconta una storia già vista ma lo fa con freschezza ed ironia grazie ai dialoghi, alla sceneggiatura e soprattutto alla bravura degli interpreti.
L'esordio alla regia del rapper RZA, prodotto da Tarantino, omaggia in modo divertito i classici kung fu movie degli anni '70: la narrazione è certo un po' esile, ma l'intrattenimento non manca.
Anche stavolta il cinema civile di Larrain agisce al tempo stesso su cervello e viscere mantenendo uno sguardo lucido mentre mostra le nefandezze operate dal regime di Pinochet.
Mentre la politica e la cronaca s'interrogano sulle modalità con cui regolare i nuovi flussi d'immigrazione, il grande schermo porta la questione in avanti con il film Sta per piovere di Haider Rashid, accendendo i riflettori sulle difficoltà di ordine pratico, e non solo, vissute dai così detti italiani di seconda generazione.
Esordio cinematografico come attore e sceneggiatore del rampollo della famiglia Kennedy, che racconta, con un film affettuoso quanto approssimativo e macchiettistico, la sua esperienza di studente americano in Italia.
Uscito negli USA direttamente in homevideo, il film di David Barret nulla aggiunge e nulla toglie al genere action-thriller, rimanendo piuttosto anonimo nella scrittura, nell'ambientazione e nei volti dei protagonisti, nonostante l'azione e l'ultraviolenza.
Pur pagando qualcosa alla sua natura di reboot, in termini di spontaneità e libertà narrativa, la versione 2013 de La casa si rivela un prodotto ben congegnato e sanamente divertente; in linea con lo spirito che ha sempre animato la saga di Sam Raimi.
Mi rifaccio vivo, undicesima regia di Rubini che segue L'uomo nero, cerca di destrutturare in qualche modo una comicità spesso troppo esibita verbalmente per abbracciare un'ironia sottile costruita più sulle situazione e sulla definizione dei personaggi. Un'impresa che riesce solamente a metà.
Alcuni elementi narrativi irrisolti pesano sulla piena riuscita di un film che colpisce per la maturità stilistica con cui è stato diretto e per la capacità dell'autrice di non andare mai oltre le righe.
Nonostante le ingenuità, i manicheismi e l'inevitabile retorica, Comrade Kim Goes Flying è un'operazione da guardare con simpatia e sostenere: per il 'miracolo' produttivo che lo ha generato e per l'importante apertura culturale che rappresenta.
Fase conclusiva di un progetto multimediale (che comprende una mostra fotografica e un libro) Beijing Flickers getta uno sguardo lirico, partecipe ma estremamente realistico, sulla capitale cinese e sulla variegata umanità (soprattutto giovane) che in essa si muove.
Sontuosa coproduzione cino-hongkonghese, The Guillotines è un'opera epica ed avvincente, specie nella seconda parte, ma sofferente di un sottotesto politico davvero troppo esplicito, ideologicamente (a dir poco) discutibile.
Un film di denuncia sociale che indaga la solitudine dell'animo umano di fronte al lutto e alla perdita. Tra silenzi e immobilità, il regista filma il vuoto e l'assenza e colpisce nel segno con un'opera prima di grande impatto emotivo.
Quello di Wirkola è un esperimento dagli esiti certi, che va a meta facilmente; non sono ammesse riflessioni ponderose, i cattivi vanno presi tutti, perché l'unica strega buona è una strega morta.
Hideo Nakata, nume tutelare del J-Horror, torna al genere con una pellicola che destruttura i suoi meccanismi: rinnovandone modalità narrative e di messa in scena, ma non tradendo la sua poetica.
Park Hoon-jung, già sceneggiatore di I Saw the Devil e The Unjust, dirige un noir cupo e disperato, che getta uno sguardo credibile e "antropologico" sull'universo del crimine organizzato sudcoreano.
Con Viaggio sola il nostro cinema al femminile si apre finalmente alla tematica della libertà che, non negando certo spazio al romanticismo o alla maternità, ha semplicemente concentrato la sua attenzione su una realtà diversa anche se raramente visibile.
Seguito diretto del crossover The Avengers, il nuovo Iron Man dà inizio alla seconda fase del progetto Marvel e segna la maturazione definitiva del genere cinecomic, portando una ventata di freschezza grazie alla regia di Shane Black, con un Robert Downey Jr. più dissacrante e carismatico che mai.
E' stata una scossa terribile, ma necessaria, quella portata da National Security sul Far East Film Festival: la rappresentazione, diretta e insostenibile, delle torture subite da un attivista democratico durante la dittatura vigente nella Corea del Sud degli anni '80.
Il film ha la freschezza delle commedie, ma riesce ad esprimere con pertinenza e originalità il progressivo abbrutimento di una società incapace di realizzarsi nuova.
Tra i film visti in questa quindicesima edizione del Far East Film Festival, questo The Winter of the Year Was Warm si segnala tra i più interessanti: per il modo fresco e originale in cui tratta un filone abbondantemente sfruttato come quello della commedia romantica.
Se i Beatles hanno conquistato l'eternità musicale, i Rolling Stones, a forza di batoste, dolori, autodistruzione e rinascite, sono diventati l'essenza stessa della modernità e questa differenza viene mostrata alla perfezione dal documentario di Brett Morgan.
It's Me, It's Me, nuova opera dell'eccentrico Satoshi Miki, si segnala per un'interessante spunto iniziale, ma si rivela presto piuttosto esile nel "gioco" narrativo che mette in scena, con una riflessione sull'identità che avrebbe meritato un ben diverso contenitore.
Per ammissione d'intenti dello stesso regista, lo scontro tra i mondi, i preconcetti, i luoghi comuni tra destra e sinistra, rappresentano solo il punto di partenza della storia che invece parla del superamento dello scontro stesso, e di come nella possibilità di cambiamento e di apertura l'uno verso il mondo dell'altro, risieda la speranza per il futuro.
L'ultima opera di François Ozon mostra un sottile gioco psicologico tra un insegnante e un suo allievo, con un'interessante commistione di generi e una riflessione non banale sui meccanismi del racconto, anche cinematografico.
Costruito per risolvere ogni dialettica in un abbraccio democratico e solidale, lo script trasforma il cuore del racconto, ovvero la prigionia degli ostaggi, in una serie infinita di logorroici duetti.
Nina si presenta agli occhi dello spettatore come un'opera a tutto tondo dove, accompagnate da una selezione di composizioni mozartiane tra cui Il Don Giovanni, Così fan tutte e Le nozze di Figaro, le forme geometriche del luogo si trasformano in co-protagoniste, il cui compito è quello di accompagnare i passi di Diane Fleri narrando le sue mutazioni interiori
Nonostante sia reputato da più parti un Miyazaki "minore", Kiki Consegne a domicilio resta un'opera da vedere, perfettamente inserita nella filmografia del suo autore: più leggibile e diretta, ma non meno poetica ed emozionante dei film più noti del maestro nipponico.
Dopo quattro anni di invisibilità, lo splendido esordio alla regia di Paul Cotter trova una pur limitata distribuzione: l'occasione, comunque, di godere di un road movie divertente e toccante, caratterizzato da un raro equilibrio di scrittura.
Quello di Fuqua è un film totalmente inverosimile, così sconclusionato da risultare simpatico, ma distante anni luce dall'essere un'opera compiuta.
Ancora una volta, Tom Cruise torna a dimostrare ciò che lo rende insostituibile, quella capacità di bucare lo schermo con lo sguardo ardente, vitale e per sempre giovane dell'eroe puro. Un eroe a cui tutto è possibile.