Recensione Fruits of Faith (2013)

Valori come il rispetto delle tradizioni, la saggezza insita nella memoria degli anziani, i legami familiari emergono a più riprese attingendo a una matrice mistica orientale e segnando la netta differenza rispetto all'approccio razionalista occidentale.

Sei come il sole

L'amore è il motore che fa girare il mondo. Anche quello dell'agricoltura. Ce lo rivela Nakamura Yoshihiro in Fruits of Faith, favola ecologica ispirata a una storia vera. Il film, presentato in anteprima mondiale, diverte e commuove utilizzando un linguaggio fiabesco per affrontare una problematica molto concreta nel Giappone lacerato da catastrofi ecologiche: la resistenza alla diffusione dell'agricoltura biologica. Il protagonista, Akinori Kimura, non ha scelto di fare l'agricoltore, ma si è trovato a dover gestire quattro frutteti dopo che i genitori, produttori di mele da generazioni, gli impongono un matrimonio combinato con la figlia di un collega. Dopo aver scoperto che la moglie soffre di una forte allergia ai pesticidi, Kimura decide di tentare la via della coltivazione biologica riducendo la famiglia sul lastrico, attirandosi le ire degli altri produttori e il biasimo dei genitori e del cinico fratello maggiore.

L'apertura del film, incentrata sulla presentazione dell'eccentrico Kimura, bambino e poi adolescente curioso e testardo col pallino della tecnologia, attinge a Il favoloso mondo di Amelie e al filone pseudofantastico in cui con tono vezzoso si narrano le gesta di personaggi sui generis. Anche Kimura non fa eccezione. Il piccolo inventore in erba viene mostrato mentre è intento a smontare ogni strumento elettronico gli capiti a tiro per poi applicare le sue astruse teorie potenziando motociclette e amplificatori... il tutto con risultati disastrosi. Il tono della narrazione, amplificato dall'uso di una limpida voice over femminile, è vivace, pieno di ritmo, in bilico tra cartone animato e slapstick comedy. L'impressione di leggerezza è amplificata dalla recitazione dei due protagonisti, il buffo Sadao Abe e la dolce Miho Kanno, compagna di studi e futura signora Kimura che, col suo sorriso contagioso, illumina la scena.
Come in ogni fiaba che si rispetti, il percorso dell'eroe deve necessariamente passare attraverso una serie di prove da superare e il calvario dell'ostinato Kimura viene scandito, anno dopo anno, dal crollo della produzione dei meleti e dai suoi ostinati esperimenti volti a trovare una sostanza naturale che sostuisca i pesticidi chimici. In questa fase centrale il film cambia tono premendo sul pedale della commozione, senza che vengano meno quello sguardo naif e quella irrazionale fiducia che, anche nei momenti più cupi, accompagnano i personaggi. Valori come il rispetto delle tradizioni, la saggezza insita nella memoria degli anziani, i legami familiari emergono a più riprese attingendo a una matrice mistica orientale e segnando la netta differenza rispetto all'approccio razionalista occidentale. Come in molte pellicole giapponesi, il paesaggio naturale è protagonista tra i protagonisti. Gli sterminati frutteti della campagna giapponese vengono esplorati a lungo dalla macchina da presa in contrapposizione alla distesa d'asfalto di Tokyo, dove il protagonista si reca per fare fortuna in gioventù, e l'afflato naturalistico si concretizza in una soluzione estrema: la stimolazione verbale degli alberi da frutta. A contribuire all'atmosfera sognante del film intervengono le delicate musiche di Joe Hisaishi, leggendario compositore delle colonne sonore di Takeshi Kitano e Hayao Miyazaki.

Movieplayer.it

3.0/5