Ultimi articoli sui film e cinema, con approfondimenti e speciali a cura della redazione
In attesa dell'annuncio del palmares, ecco croci e (soprattutto) delizie cinematografiche degli inviati di Movieplayer.it alla sessantaseiesima edizione del Festival di Cannes, raccontate durante le nostre ultime ore in Riviera. Sperando di avervi fatto sentire, in questi frenetici dodici giorni, un po' parte dello show.
Non sappiamo se questa scelta proseguirà anche con le successive opere del regista, ma di certo con questo film Lav Diaz apporta delle modifiche significative al suo stile e alla sua poetica che non possono non lasciare il segno: non solo la buona fotografia ed alcuni movimenti di macchina molto ricercati e riusciti, ma sono soprattutto la compattezza della sceneggiatura e la tensione narrativa a rendere questa un'opera meno sperimentale, più chiara e potente nel suo messaggio.
Sono i riferimenti al doloroso passato del Sudafrica l'elemento più interessante di una sceneggiatura con troppe sottotrame e personaggi secondari, a cui probabilmente avrebbe giovato una maggiore semplicità dell'intreccio a favore di un maggiore approfondimento del background dei personaggi principali.
Ancora una volta Polanski parte dal teatro e lo trasforma in grande cinema, mostrando una visione ed una capacità tecnica che non si affievolisce col passare degli anni, indice di un purissimo talento.
Una volta portati a conoscenza delle condizioni di vita e lavoro degli intellettuali e dei creativi sottoposti alla censura del regime in Iran, non possiamo più chiudere gli occhi.
In un periodo in cui il vampiro fa tendenza, un regista non propriamente commerciale come Jarmusch prova a tornare alle origini filosofiche della figura del vampiro, a rendere il senso di malinconia e di solitudine che sono proprie della vita eterna. Una sensazione di profonda angoscia e dolente bellezza pervade il film, ma non mancano i momenti divertenti e un gran numero di citazioni colte e raffinate.
Il regista e gli interpreti del suo film - Tilda Swinton, Tom Hiddleston e John Hurt - parlano dell'importanza della musica, della bellezza dell'invisibilità dei protagonisti del film presentato a Cannes 2013 in concorso.
Due attori, un unico ambiente: la sfida perfetta per il regista che si diverte a 'dominare' i suoi attori ma rimpiange il tramonto del romanticismo.
Il nostro incontro con il simpatico artigiano dell'horror che ha portato a Firenze il suo splatter movie tutto da ridere.
Melodramma classico tanto per forma che contenuti, James Gray con The Immigrant racconta una storia semplice, forse non particolarmente originale, affascinato dalla possibilità di portare sul grande schermo elementi della sua storia familiare, oltre che alcune tematiche proprie del suo cinema.
Vedendo la protagonista Rina Takeda menar fendenti e modellare il temibile riso assassino con due dita, chi oserà ancora parlare di sesso debole?
Stephen Frears sceglie di raccontare non il campione Muhammad Ali ma piuttosto il caso che si scatenò intorno alla sua decisione di obiettare in base alle sue credenze musulmane. Un soggetto potenzialmente formidabile, svilito da una sceneggiatura poco coraggiosa.
La Gebbe è abile nel colpire lo spettatore allo stomaco con una messa in scena curata, riuscendo nell'intento di trasmettere e far provare la sofferenza del suo protagonista.
Una storia di amicizia al femminile, intensa seppur raccontata con stile rarefatto, con sguardi, gesti, lunghi silenzi.
Con il suo primo lungometraggio Ruairi Robinson, candidato agli Oscar per il miglior cortometraggio con Fifty Percent Grey, oltre a lanciarsi avventurosamente alla conquista del pianeta rosso, non mostra altre prospettive originali impegnandosi per lo più a ricalcare uno stile fantascientifico/horror ampiamente sperimentato
Le due star hanno affiancato il vivace James Gray che ci racconta l'origine della sua famiglia in un melodramma ambientato durante l'ondata di immigrazione negli USA. Il film è in concorso a Cannes.
Tratto da una delle opere più note del drammaturgo e scrittore tedesco Heinrich von Kleist, il film di Arnaud des Pallières affronta il suo glorioso soggetto senza risorse e senza ispirazione.
Dopo il successo planetario della saga de L'era glaciale, Chris Wedge cambia temi e registro: Epic è un prodotto dal taglio più classico e fiabesco, supportato da un eccellente comparto visivo e da un buon uso della stereoscopia.
Con Nebraska Payne costruisce il suo film più riuscito, un malinconico road movie esaltato dall'abilità dei suoi interpreti, su tutti un Bruce Dern in stato di grazia.
La parte migliore de La jaula de oro è decisamente quella iniziale, grazie all'irresitibile spontaneità dei giovanissimi attori non professionisti Brandon López, Karen Martínez e Rodolfo Dominguez
il regista di Fruits of Faith ci racconta la genesi del suo film e l'incontro con il tenace coltivatore di mele che lo ha ispirato.
Valori come il rispetto delle tradizioni, la saggezza insita nella memoria degli anziani, i legami familiari emergono a più riprese attingendo a una matrice mistica orientale e segnando la netta differenza rispetto all'approccio razionalista occidentale.
Adèle Exarchopoulos, diciannove anni, dimentica l'estraneo che la spia, dimentica di stare recitando, scompare nella sua omonima, assorbe, va in estasi, soffre, singhiozza, e cambia e cresce di fronte a noi. Il risultato è la vita, o meglio, i primi due capitoli della vita, raccontati in tre ore. Da un vero maestro.
Utilizzando un linguaggio classico ed essenziale, il regista fissa la telecamera e lascia che a compiere il miracolo della narrazione e della suggestione sia lo stesso regista cileno. Così, alla tenera età di ottantaquattro anni lo psicomago dimostra di avere ancora le qualità per rendere tangibile anche quello che al momento è privo di forma.
Avrebbe potuto fare lo stesso film, Chandor, senza Robert Redford? Probabilmente sì, ma il fatto di trovarci di fronte a un volto di cui conosciamo ogni ombra, a un uomo universalmente ammirato, a un divo che è anche una grande persona, aiuta certamente gli intenti di un film così immediato e antiretorico.
Dopo il trionfo di Cannes il regista danese racconta la genesi del violentissimo action thriller tailandese interpretato da ryan Gosling e Kristin Scott Thomas.
Interessante esordio della giovane cineasta Chloè Robichaud che dirige con stile e asciutto e delicato una pellicola affascinante, e scrive un personaggio femminile di grande spessore affidandosi alla promettente Sophie Desmarais.
Due sono gli spunti narrativi alla base del film di Mahamat-Saleh Haroun: il traffico illegale di carburante, che in Ciad è causa di gravi incidenti tra i contrabbandieri e le forze dell'ordine, e la vita di Souleymane Démé, ballerino e musicista nonostante un problema fisico che avrebbe costretto tanti alla solitudine e alla vergogna.
Il nuovo film di Refn in concorso a Cannes 2013 sovverte le aspettative e spiazza, ma presenta aspetti che lo rendono comunque interessante.
Wakolda è un film piccolo come la sua protagonista, ma come lei ha tanto da comunicare e lo fa con grazia ed eleganza.
Acuta riflessione sulla maternità, sullo spirito di sacrificio e sul ruolo che un genitore deve avere (o non avere) nello sviluppo dei figli, l'anime di Mamoru Hosoda lascia trasparire una grande maturità nella costruzione della storia.
Scegliendo uno stile pulito e classico, Bakhtiari ha evitato virtuosismi tecnici e, facendo un passo indietro come autore, si è trasformato in osservatore e testimone di una nuova tragedia umana.
Un ritratto lusinghiero e interessante di Sir Jackie Stewart nel bel documentario di Frank Simon e Roman Polanski, che non sembra risentire dei quarant'anni trascorsi dalle riprese.
E' un noir dallo svolgimento lento e calibrato, Bastards di Claire Denis, che si ancora soprattutto sulla performance silente ma generosa di Vincent Lindon.
Nonostante i temi trattati siano molto seri e adulti, quello che colpisce nel film è il tono lieve e autoironico che la regista decide di adottare nel descrivere alcuni personaggi e nel giocare con le proprie nevrosi.
Il nostro incontro stampa con il regista de Il Divo che fa ritorno sulla Croisette con il compagno di avventure cinematografiche Toni Servillo e i romani Carlo Verdone e Sabrina Ferilli.
Durante la conferenza stampa al Festival di Cannes, tra le altre cose, Toni Servillo ha parlato delle sceneggiature proposte dal regista, che considera 'regali', mentre Verdone ha ricordato le difficoltà del primo giorno.
La messa in scena scelta da Soderbergh non risparmia gli eccessi dei comportamenti e della vita dell'artista, efficacemente reso dalla performance di Michael Douglas.
Messa da parte qualsiasi pretesa di originalità, il film offre una messa in scena e una fotografia di altissimo livello, oltre ad una fantastica colonna sonora che riesce a mettere insieme il meglio degli anni Settanta.
Tratto da una delle più oscure e complesse opere letterarie di William Fallkner, As I Lay Dying è, dal punto di vista della trasposizione, molto interessante: Faulkner raccontava coscienze, James Franco le cerca scrutando ossessivamente i corpi.
Le due star, insieme al regista Steven Soderbergh, ci parlano della sfida insita nel portare al cinema la vita privata dell'ambiguo Liberace.
Sono quelle incentrate sui due protagonisti le sequenze più divertenti di un film che è commedia almeno quanto si può considerare un poliziesco. Un riuscito ibrido a cui non manca anche una spruzzata di romanticismo e che funziona soprattutto grazie all'alchimia tra i due interpreti.
Miike dirige con Shield of Straw un action thriller piuttosto convenzionale che non mette in risalto le sue potenzialità come regista ed autore.
E' un film disorganico, opulento, frammentario e sfacciato, ma anche bello da ridurti in lacrime, questo omaggio alla Capitale firmato da Paolo Sorrentino.
il cinema della Barnard può sicuramente essere considerato come la terra dedicata agli umili e ai disperati, ma non al facile sensazionalismo veicolato attraverso un pietismo spesso fastidiosamente indotto.
James Toback e il suo partner in crime Alec Baldwin ci raccontano con ironia le contraddizioni e le frustrazioni del mercato cinematografico, con il festival di Cannes sullo sfondo e una pletora di volti noti.
Omar è un drama-thriller vitale, intelligente ed emozionante che inserisce alcuni classici topoi del gangster movie in un contesto assolutamente originale.
Per il suo film in lingua inglese, Canet si circonda di un supercast. Con lui a Cannes Clive Owen, Billy Crudup, Zoe Saldana, James Caan e la compagna Marion Cotillard.
Accompagnate da un testo lirico e sofferto, le ricostruzioni di Rithy Panh raccontano con emozione un drammatico momento storico del suo paese e della vita dell'autore.
Il film punta su una struttura narrativa non lineare, che unisce le caratteristiche tipiche del poliziesco occidentale a lievissimi accenni del cinema di Bollywood.