Ultimi articoli sui film e cinema, con approfondimenti e speciali a cura della redazione
Salvatores continua ad esplorare il linguaggio del cinema di genere con un film che funziona sotto il profilo della regia, ma che lascia molti dubbi per ciò che concerne una sceneggiatura debole nella caratterizzazione dei personaggi e assolutamente prevedibile nello sviluppo delle situazioni.
Uno sguardo alla rassegna Open Roads: New Italian Cinema, dedicata al Nuovo Cinema Italiano e organizzata dalla Film Society of Lincoln Center con A.I.P. Film Italia in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura di New York.
Sfruttando al meglio le qualità recitative di Maggie Cheung, Assayas costruisce un film che attraversa differenti stati d'animo e diversi luoghi in un viaggio di espiazione sempre in bilico fra disperazione e speranza.
Strutturato - in maniera fin troppo evidente - sul gioco di specchi e di riflessi tra coppie gemellari, La maschera di cera, prodotto da Joel Silver e Robert Zemeckis, si ispira all'omonimo film del 1953.
Erano molti, gli occhi puntati su questo nuovo lavoro di Stephen Chow, visto il successo internazionale riscosso dal precedente "Shaolin Soccer": un'attesa che è stata pienamente ripagata, con un film che è probabilmente il capolavoro del regista.
Un film lontano quindi dalla obsoleta impostazione naturalista del documentario classico, che si avvale dei meccanismi drammaturgici della fiction per raccontare una vicenda che ha un preciso sviluppo, con un inizio, un centro e una fine.
Tutto superficiale, accennato, risaputo: il film, più che un omaggio al genere musical o un'indagine sul mondo degli adolescenti "out" statunitensi, sembra essere la versione cinematografica di Amici di Maria De Filippi.
Ancora oggi che il porno è divenuto un'industria miliardaria e alla luce del sole, Gola profonda rimane un film ammantato di un'aurea mitica, un'icona, un simbolo forte e importantissimo.
Film affascinante, avvincente e convincente per la sua forma e per il suo contenuto; ma anche una delle migliori opere che dimostrano e svelavano nuove e enormi potenzialità offerte dall'ibridazione cinema-fumetto e alle loro reciproche influenze.
Un film che, se curato dal punto di vista della sceneggiatura, avrebbe potuto non farvi guardare mai più con serenità ad un segnale televisivo disturbato, ma che finisce per naufragare completamente a causa delle troppe scelte narrative prevedibili e di una costruzione della tensione incredibilmente inefficace.
Primavera sempre più calda per quanto riguarda le uscite italiane. Dopo le frequenti uscite del periodo di molti film nazionali di basso profilo distributivo e dell'ambizioso film di Daniele Vicari, e stato infatti presentato a Roma anche il nuovo film di Gabriele Salvatores.
Arriva questa settimana nelle sale italiane il fortunato documentario realizzato da Byambasuren Davaa e Luigi Falorni come film di fine corso alla Scuola di Cinema di Monaco che ha conquistato il pubblico di tutto il mondo ed è arrivato a un passo dall'Oscar.
Presentato a sopresa in concorso, Sin City è uno dei film più attesi dell'anno, ma a Canne ha deluso gli addetti ai lavori.
Dopo molti giorni in cui la qualità della selezione si è mostrata decisamente altalenante, le eccellenti pellicole viste nelle ultime ventiquattro ore, forniscono a caldo una sensazione molto diversa del festival di quest'anno.
Accolto con favore dal pubblico della Semaine de la Critique al Festival del cinema di Cannes, Daniele Vicari torna in Italia per presentare la sua seconda opera.
Vicari gioca a fare l'autore testando le sue capacità di regista, eliminando la parola a favore delle immagini, ma, imbambolato dall'alienante fascino del territorio del Gran Sasso, si dimentica completamente della storia.
Ci si diverte, ma si resta anche con l'amaro in bocca per il buonismo profuso a piene mani in una sceneggiatura che, con la sua idea di partenza, avrebbe potuto dare adito a risultati narrativamente interessanti se solo si fosse osato un po' di più.
Il mito di Star Wars è rimasto del tutto intatto dopo quasi tre decenni di distanza, nonostante l'incredibile e continuata sovraesposizione, nonostante i prequel certamente non riuscitissimi, nonostante i continui tentativi di parodia ed emulazione
Il ritorno dello Jedi è sempre stato percepito come il punto debole della vecchia trilogia, ma visto oggi acquista un senso nell'ottica dell'intera saga, chiudendo un cerchio ideale formato dai sei film nel loro complesso.
E' molto più di un film, quello a cui Lucas dava vita nel lontano 1977, anche molto più di una saga che sarebbe entrata nella storia del cinema: le coordinate stesse dell'intrattenimento cinematografico venivano ridefinite, in un periodo in cui Hollywood si stava rinnovando profondamente.
E' una storia di inevitabile violenza, a metà strada tra il noir e il western crepuscolare quella che dividerà il pubblico nel giudizio sul nuovo film di David Cronenberg.
L'ex giovane ribelle del cinema americano torna a Cannes con la storia di un attempato seduttore che scopre di avere un figlio.
In concorso a Cannes anche il secondo episodio della trilogia dedicata agli Stati Uniti di LArs Von Trier, già vincitore della Palma d'Oro con Dancer in the Dark.
Questa ricchissima edizione del Festival di Cannes è anche scenario del ritorno di David Cronenberg, che presenta A History of Violence, un thriller tratto da un graphic novel.
Un film in grado di raccogliere i frutti di quanto precedentemente seminato e sfruttare al meglio ogni elemento, sia esso narrativo/introspettivo o puramente estetico/effettistico, senza scadere mai nel banale o già visto
Dieci minuti di applausi a Cannes per un film decisamente affascinante ma anche molto complesso, ricco di simbolismi di ardua decodifica e di scene sessualmente molto esplicite.
In contemporanea con l`uscita nelle sale italiane, è stato presentato alla stampa presente a Cannes il nuovo film di Gus Van Sant, ispirato a Kurt Cobain e al suo misterioso suicidio.
David Ballerini ha presentato a Viareggio il suo film incentrato sulla figura del martire irlandese Bobby Sands.
A Viareggio viene presentato il film del pittore /regista Tofanelli; presenti lo stesso tofanelli, i due attori protagonisti e il direttore della fotografia.
Il film sgancia piccole bombe che colpiscono prima al cuore che allo stomaco, rendendo bene tutte le violenze subite dal personaggio principale senza però indugiare sulla voyerismo gratuito e facendo crescere man mano l'indignazione dello spettatore.
Una fotografia splendida per l'ennesimo coacervo di clichè, spesso tipici dei prodotti italiani, vertenti sull'incontro fra una donna bella e elegante e l'uomo scorbutico ma sotto sotto tanto affascinante.
L'episodio conclusivo della saga più famosa della storia del cinema approda sulla Croisette, accolto con assoluto entusiasmo; George Lucas, accompagnato dal cast, racconta la sua avventura in conferenza stampa.
Un film privo di ammiccamenti o mitizzazioni che esprime in mnaiera naturale la tragicità della violenza e della prevaricazione sistematica come sistema cardine di un modo di vivere.
Giornata calda in tutti i sensi quella di oggi al festival di Cannes. In mattinata tutti gli occhi puntati sull`evento più altisonante tra i fuori in concorso: l`ultimo episodio della saga Star Wars, il conclusivo La vendetta dei Sith
Film evento della stagione e del 58° Festival di Cannes, questo Star Wars Ep. III mostra diversi difetti di sceneggiatura e regia, ma, facendo leva su temi e personaggi cari agli appassionati, riesce ad appassionare e non deludere.
Se l'idea di sottrarre qualsiasi elemento di spettacolarizzazione allo stereotipo del rocker disagiato e maledetto sulla carta poteva rivelarsi vincente, nella sostanza ci troviamo di fronte ad un film che cade nella stereotipizzazione opposta e che non si capisce mai dove voglia andare a parare.
Il regista newyorkese - accompagnato da Johansson, Rhys-Meyers e Mortimer - ha incontrato i cronisti dopo la presentazione fuori concorso del suo ultimo lavoro.
Uno dei film più allegorici sull'America ai tempi della guerra vietnamita. Il capostipite di una saga destinata a riscuotere un successo planetario a livello cinematografico e a consacrare Romero nell'Olimpo dei maestri del brivido.
La più violenta e sanguinaria opera di George Romero a metà strada tra l'analisi critica e spietata della società dei consumi e la condanna feroce e secca della policy americana.
Robin Williams ancora una volta nei panni problematici del personaggio ombroso al limite della psicopatia in questa pellicola appartenente a pieno titolo alla fantascienza "seria", quella che da sempre riflette sulle grandi questioni dell'esistenza.
I primi maestri approdano sulla Croisette: la seconda giornata di festival è in nome di Woody Allen, Kim Ki-Duk e Gus Van Sant.
La famiglia Huston con questo film diventa una famiglia veramente vincente, e il cinema d'avventura diventa il depositario di un'opera che spalancherà orizzonti dorati a tutti gli Indiana Jones a venire...
Il percorso umano, quasi dantesco, di tre avventurieri cercatori d'oro e, per questo, costretti a lottare, omericamente, con le avversità della natura, con la spietatezza dei banditi e con loro stessi.
Il regista e gli attori principali hanno incontrato la stampa accreditata sulla Croisette.
Un film che non risparmia niente e nessuno, che non fa prigionieri, distruttivo al limite del nichilismo. E (per e nonostante questo) un film divertentissimo.
Undici milioni di euro per portare sul grande schermo la storia di Modigliani: è la sfida di una produzione allargata a sei paesi che finanzia l'ambizioso secondo lungometraggio che il regista scozzese ha presentato a Roma.
La totale mancanza di profondità è il difetto più grande di un film che è il trionfo di sempreverdi cliché.
Cinema fatto di sguardi, di dilatazione dell'unità di tempo e di momenti di forte intensità emotiva, alimentato da un'esigenza realistico-sociale un po' ostentata e tipicamente italiana, il film conferma pregi e difetti della produzione del regista.
Fin dal prologo il regista ci avverte che quello a cui stiamo per assistere è un film che non contempla la speranza: ce lo dicono le immagini di una donna che si nasconde terrorizzata dal suo stesso figlio, ce lo dice la musica, e ce lo dice il titolo.
McCarthy, attore al suo esordio dietro la macchina da presa, realizza un film di disarmante semplicità nella sua forma ma di non indifferente complessità riguardo i contenuti che veicola.