Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Qualche limite sotto il profilo audio per l'edizione Blu-Ray del capolavoro assoluto di Scorsese. Ottimo invece il video che rievoca la visione in pellicola. Ricchi gi extra ma analoghi all'edizione DVD Top Edition a due dischi.
Il cuore del film è tutto nella comicità fisica (se non addirittura slapstick) di Steve Martin che è al centro di quasi ogni sequenza del film ed autore di un paio di scene che non possono non strappare un sorriso anche agli spettatori più seriosi.
Ad ogni angolo del film si trova l'occasione di sbeffeggiare, criticare, o insultare sottilmente, ma sempre con aria spensierata, coltivando l'ambizione di una slapstick comedy impegnata, una favola moderna che riflette sulle differenze che intervengono tra il ricco Ovest e le tasche vuote di chi vive ai margini del mondo.
La polvere del tempo è una pellicola potente e a tratti volutamente incomprensibile, un'opera criptica e mastodontica difficile non solo da giudicare, ma anche da far propria durante la visione proprio perché ostinatamente appartenente a un cinema d'autore i cui stilemi si stanno ormai disperdendo nella produzione contemporanea
Il film di Chen Kaige si propone come potente affresco che sfrutta la forma del biopic per narrare cinquant'anni di storia cinese a partire dall'inizio del ventesimo secolo, quando il piccolo Mei muove i primi passi nel mondo dell'arte drammatica e del canto, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, e con essa dell'occupazione giapponese della Cina.
Nel raccontare il loro rapporto con il loro strumento d'elezione, la chitarra elettrica, e genericamente con la musica, Jimmy Page, The Edge e Jack White parlano delle proprie radici, delle fasi della loro carriera, e le immagini accompagnano la narrazione regalandoci un'autentica cornucopia di deliziose curiosità.
Il film di Wajda si propone come riflessione sentita sulla morte, sulla malattia e sul modo in cui ci si rapporta ad essa, nonché sulla giovinezza e sulle tragedie che possono coinvolgerla.
Il biopic su Notorious B.I.G. genera una retrospettiva musicale sul rapper newyorchese assassinato nel 1997.
Un film moderno e maturo capace di catturare l'orrore e l'essenza psicologica dei primi film della saga distanziandosene quanto basta per non essere considerato una scopiazzatura.
My One and Only è una commedia convenzionale ma piacevole, con la Zellweger in un ruolo che si addice particolarmente al suo tipo fisico e al suo stile di recitazione.
Ispirandosi alla più classica tradizione dell'action, il regista Yanes sceglie di seguire sincronicamente le sue quattro protagoniste intente nella preparazione del loro piano criminale che prevede una terribile vendetta ai danni del feroce Felix, boss della droga messicana.
Quando non si lascia appiattire dalla tentazione della critica sociale politically correct, l'opera di Lioret si lascia apprezzare per la leggerezza di alcuni momenti che si svincolano dal dramma e fanno di situazioni comuni fonte di divertenti sketch.
Sfruttando unicamente la logica, la riflessione, la Storia e il suo strafottente talento di showman Maher riesce a dipingere un affresco a dir poco agghiacciante della nostra società, a raccontare le religioni come le più grosse fandonie che l'uomo sia riuscito mai a creare.
Se Hornby abbandona i riferimenti alla cultura a lui più vicina, al tempo stesso prosegue perfettamente il suo percorso di analisi della vita adolescenziale e soprattutto della fase di crescita (spesso precoce) verso il mondo adulto.
E' opera di una cineasta peruviana di trentadue anni il film più femminile, viscerale e toccante in competizione alla 59. Berlinale.
Oltre che una fotografia sobria su un recente capitolo nero della storia di Londra, il film di Bouchareb rappresenta una delicata riflessione sul tema del razzismo che ci tiene distanti dal nostro vicino, rischiando di allontanarci anche quando ci sarebbe bisogno di stringersi nello stesso dolore.
L'intento del regista Mitchell Lichtenstein in Happy Tears è quello di mirare al cuore del pubblico facendoci ridere, piangere, coinvolgere o intenerire a seconda delle situazioni mostrateci così per raggiungere lo scopo butta nel calderone un pout-pourri di ingredienti che purtroppo mal si amalgamano tra loro.
Prodotto da Voletta Wallace, madre di B.I.G., il film non può che essere tenero con il suo protagonista e ciò si traduce in una sterilizzazione della sua personalità e del suo carattere.
L'esordio alla regia di Peter Strickland è una ipnotica favola nera con protagonista un paesaggio minaccioso e la bellezza fiera e selvaggia di Hilda Péter.
Michelle Pfeiffer affronta con grande coraggio il ruolo di una donna bellissima che accetta gradualmente, non senza momentanee crisi e non senza illudersi, seppur brevemente, l'ineluttabilità della propria decadenza fisica.
The Private Lives of Pippa Lee imbocca la via della narrazione non lineare procedendo per continui salti temporali tra presente e passato e giocando con lo spettatore attraverso l'uso di raccordi di montaggio dichiaratamente espliciti ed ellissi temporali che ci guidano alla scoperta degli eventi fondanti della vita di Pippa.
Attori giovani, carini, volenterosi come Emanuele Bosi e Maria P. Petruolo ce la mettono tutta per vivacizzare questa trama adolescenziale che vede Andrea e Giulia, i loro personaggi, dedicarsi anima e corpo a un primo amore che travolge inesorabilmente le loro vite.
L'ossessione della contessa viene qui attribuita ad una storia d'amore contrastata e bloccata sul nascere, raccontata con un occhio compassionevole e quasi comprensivo che non permette di indagare a fondo nell'animo più oscuro della protagonista.
Il confronto tra i due protagonisti è seguito dal regista nella quotidianità del loro rapporto, sporcata da un'insoddisfazione che allarga una distanza non facile da colmare.
L'approccio di Moverman e del co-autore dello script Alessandro Camon è il punto di forza di una pellicola che vive i suoi momenti migliori proprio nei difficili momenti in cui i due protagonisti affrontano il dolore di genitori, sposi, parenti.
Gli ignari fruitori di Rage si vedono catapultati di fronte a loro una serie di personaggi più o meno direttamente legati al mondo dell'alta moda che riversano confessioni, dubbi, frustrazioni e lamentele sull'impietoso occhio della macchina da presa.
Come nel suo precedente lavoro, la Puenzo lavora soprattutto sulle atmosfere, schizza di onirismo il suo film, ma si lascia prendere la mano e finisce con l'eccedere nel melodramma.
La piccola opera prima di Adrián Biniez restituisce, col suo spirito sensibile, quell'umanità che troppo spesso le apparenze celano o che le opportunità mancate negano.
Moodysoon sembra innamorarsi dei suoi stessi personaggi, mostrandoci più del dovuto della loro vita e delle loro giornate e finendo così per perdere completamente di vista la necessità di raccontare un qualcosa.
Ai legal thriller made in USA Storm, co-produzione tedesca, danese e olandese, è certamente debitore per alcune tecniche di caratterizzazione dei personaggi e delle loro dinamiche relazionali, ma soprattutto ne eredita il paradigma narrativo.
Nonostante la sceneggiatura, che resta il vero punto debole del film, In The Electric Mist è recitato da un cast perfetto nel quale primeggia un ottimo Tommy Lee Jones.
Un film che mantiene i brividi sulla pelle, nonostante si mostri come semplice ricerca. La tensione resta sempre alta in questo continuo e travolgente confronto tra i personaggi, lasciando stupiti per l'equilibrio col quale è costruita.
Alternando una puntuale ricostruzione storica a un abbondante uso di immagini di repertorio, John Rabe scorre rapido verso il drammatico finale riproponendo le tappe essenziali dell'opera del dirigente tedesco e dei suoi sforzi per proteggere il maggior numero possibile di cinesi dalle rappresaglie dei soldati del Sol Levante.
Una donna enigmatica e sfuggente - fragile, ma non pavida, sola, ma non arida, pietosa, ma non patetica, colpevole, ma non spezzata - è il cuore di The Reader, e la rivelazione sul suo passato è un duro colpo per il giovane eroe del film, oltre che, su scala più ampia, il trauma che ha colpito diverse generazioni del popolo tedesco.
Un tipico prodotto europeo festivaliero, caratterizzato da uno stile asciutto ed essenziale e da interpretazioni convincenti che permettono di sorvolare su alcuni limiti in fase di scrittura e su un plot dagli sviluppi facilmente prevedibili.
Delicato e grazioso, il film si snoda nella progressiva accettazione che segue lo stupore per la scoperta della "diversità" di Ricky, neonato metà pollo e metà angelo che si diverte a sconvolgere l'esistenza del nucleo familiare volandosene di qua e di là.
Nel film si gioca col terrificante sostrato caratteriale degli spietati assassini, portati per l'occasione a identificarsi con i Quattro Cavalieri dell'Apocalisse.
In questo lungometraggio animato, popolato da una irresistibile galleria di scienziati pazzi e assistenti gobbi, sono evidenti i richiami a Frankenstein Junior, il capostipite di molte altre parodie dell'immaginario orrorifico sul grande schermo.
Terra Madre svela fin da subito la propria natura di opera politica e, come tale, persegue ostinatamente le proprie teorie selezionando singoli casi particolarmente significativi per poi estendere il discorso a una dimensione universale in cui si auspichi un ritorno alla natura e a una produzione alimentare sostenibile.
Tykwer si conferma regista dall'occhio fine che sa cogliere al meglio le geometrie degli spazi e il fascino degli ambienti, nonché un grande pennellatore di dettagli. Troppo spesso però il film si limita a uno spettacolo gelido dove la ricerca formale si fa più intrigante del contenuto, zeppo di fronzoli ma povero di idee forti.
Non possiamo negare che le avventure delle simpatiche scimmiette possano divertire il pubblico più giovane, target primario di 'Space Chimps', ma è anche vero che non possiamo chiudere gli occhi di fronte al contesto in cui il film arriva nelle sale ed al confronto con la concorrenza diretta, dal quale resta inevitabilmente sconfitto.
Sarà dall'incontro di due creature estranee ai rispettivi mondi, il topo Despereaux e il ratto Roscuro, che si accenderà la scintilla in grado di riportare armonia nel tormentato reame in cui persino le zuppe, per ordine di un sovrano sempre più scorbutico e triste, sono state bandite.
Anche in questo sequel gli appassionati delle più cupe atmosfere fantasy/horror troveranno pane per i loro denti, specie qualora abbiano in dotazione canini taglienti e affilati.
La storia di una tenera storia d'amore tra due personaggi un po' demodè che si svolge in una New York magica e avvolta dalla notte e dalla musica.
Eagle Eye è un onesto action thriller che abbandona scenari fantascientifici e ardite riflessioni filosofiche per concentrarsi su un'avventura ad alto tasso adrenalinico costellata da inseguimenti mozzafiato e rocambolesche scene d'azione che strizzano l'occhio ai classici del genere.
Le due ore di durata del nuovo film di Brizzi trascorrono agevolmente, il tempo di ridere a denti stretti della grande beffa dell'amore, per ricordarci che in una coppia, oltre l'Eden dei primi baci, bisogna sopravvivere alla faticosa tortura del quotidiano.
'Il primo respiro' è un documentario che indaga sul significato misterioso del parto, avvenimento unico nel suo eterno ripetersi, che cela aspetti e sfumature che la ragione umana non è in grado di possedere e spiegare nella loro complessità.
La Thomas fa della sua protagonista una donna solo apparentemente chiusa e dura, ma allo stesso fragile e tesissima, e lo fa con pochissimi dialoghi e tanti gesti quasi impercettibili ma che rendono la sua performance minimalista e indimenticabile, e il suo personaggio credibile fin dalla prima scena.
Operazione Valchiria, pur non convincendo appieno nella sua ricostruione storica, si struttura come un thriller solido ed appassionante, estremamente efficace nel suo potente dispiegarsi di fronte agli occhi dello spettatore.
Un grande film, di quelli che all'uscita dalla sala ti lasciano quella strana sensazione di appagamento, quella rara consapevolezza di aver assistito a qualcosa di più di un semplice spettacolo, a qualcosa che va oltre la messa in scena e la recitazione.