Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Mauro Borrelli, regista italiano trapiantato negli USA, dirige con un budget bassissimo un interessante thriller, in cui si ritrovano echi del fantastico hollywoodiano mainstream e del miglior cinema di genere italiano.
In un mix di luoghi comuni cubani, Juan dei morti è una satira edulcorata che ironizza sulla situazione del paese da cui proviene tradendo, però, un certo affetto.
Il pregio del film è rappresentato dalle qualità dei suoi interpreti e dalla capacità di un regista di muoversi agevolmente tra l'intimità dell'uomo e l'aspetto pubblico dell'artista, costruendo la tensione narrativa solamente intorno alla caratterizzazione dei personaggi.
Il film spinge molto sull'esagerazione dei toni per delineare il mondo fantastico in cui agiscono questi tre personaggi mostruosamente contemporanei incapaci di catturare per più di qualche minuto l'attenzione dello spettatore che resta sopraffatto dai volteggi onirico-psichedelici di un Antonio Albanese 'al cubo' assolutamente incontenibile.
Il regista Toni D'Angelo ha provato ad inserire nella categoria delle dark lady un nuovo volto caratterizzato da una sorta d'innocenza infantile che, oltre a vestire perfettamente i lineamenti delicati e la bellezza raffinata della protagonista Chiara Conti, non lascia però che la natura noir del racconto si esprima chiaramente.
Quella di Neri Parenti è un'opera spaccata a metà, con una prima parte lenta e sommessa, che prepara alla scorpacciata di risate della seconda.
Lasse Hallstrom dimostra di avere il controllo della situazione dosando con attenzione le informazioni fornite allo spettatore per evitare di svelare troppo presto la soluzione dell'enigma.
Il film non è coinvolgente ed emozionante quanto Il signore degli anelli, ma stiamo parlando di qualcosa di praticamente impossibile da eguagliare; considerando la natura del progetto e le sue sfide, il risultato non è soddisfacente: è straordinario.
Berberian Sound Studio ha il gran merito di mostrare nei dettagli un ambito tecnico relativamente poco conosciuto dal pubblico: la post-produzione audio.
Come già per il precedente 'Le avventure di Sammy', in questo sequel è ancora una volta il 3D l'elemento su cui poggia prevalentemente il fascino dell'animazione. La casa di produzione belga, specializzata in attrazioni tridimensionali per i parchi a tema, punta su alcune trovate visive che non mancheranno di far presa sul giovane pubblico.
La Potter elimina qualsiasi filtro tra lo spettatore e le due protagoniste donando alla storia uno sguardo puro e per nulla patinato riuscendo anche a cogliere le sfumature, le passioni e le contraddizioni di un periodo storico della borghesia britannica che raramente abbiamo avuto il piacere di vedere sul grande schermo.
Laddove il bellissimo romanzo di Yann Martel è soprattutto un libro di idee, filosofiche e religiose, letterarie e metaletterarie, Ang Lee e lo sceneggiatore David Magee riescono a dare a questa storia enorme potenza visiva e cinematografica senza tradirne minimamente lo spirito.
L'esordio di Julian Farino risulta, nel suo complesso, una commedia garbata e godibile grazie in particolare alle efficaci performance attoriali. Un divertimento elegante e ricercato che si pone come contraltare alle trivialità dei cine-panettoni natalizi e allo stucchevole sentimentalismo 'mocciano'.
A ricordare quanto 'le comari di un paesino non brillino certo d'iniziativa' ci aveva già pensato Fabrizio De Andrè con la sua ballata dedica a Bocca di Rosa, ma Donato Ursiti ha deciso di riprendere questa suggestione per raccontare una commedia leggera e di costume dove poter ridere con un pizzico di senso critico di sé stessi e delle proprie piccolezze.
Nella sua passione per lo storico Donkey Kong e Super Mario Kart, che ispirano gran parte del mondo attraversato dal goffo Ralph, il regista Rich Moore si concede il piacere di alimentare un personale sogno infantile e di strutturare un protagonista modernamente in conflitto con la propria esteriorità
Dopo i risultati del campione d'incassi Quasi amici, la distribuzione italiana ha deciso di far uscire in sala il film precedente dei registi Eric Toledano ed Olivier Nakache: una commedia che tratta l'istituzione famiglia da un'ottica stilizzata e grottesca, ma non senza commozione.
Tanti i riferimenti per un thriller che, dietro la patina del disimpegno spettacolare, è un'acuta meditazione sul valore dell'esistenza.
Nonostante sia evidente la dimestichezza di Deorsola con la macchina da presa e il tentativo di tutto il cast di trovare la giusta intensità interpretativa, la pellicola risente di un effetto retrò che, invece di riportare con un pizzico di divertita nostalgia ai classici del genere, sembra contaminare il presente con le forme di un melodramma italiano probabilmente troppo datate
Il regista Mike Newell e lo sceneggiatore David Nicholls si cimentano nell'impresa di adattare il capolavoro dickensiano scegliendo la strada della fedeltà al testo letterario, senza però riuscire a imprimere una visione personale alla loro rivisitazione. Un'impostazione registica di stampo piuttosto tradizionale finisce per valorizzare soprattutto le interpretazioni.
Il marcato impianto televisivo, la scarsa qualità delle immagini, l'insistito macchiettismo dei tanti personaggi ed una totale mancanza di originalità narrativa, fanno di questo piccolo film un'occasione mancata.
Il finale aperto, le strizzate d'occhio allo stile di Quentin Tarantino, la scrittura godibile, l'uso straniante della musica e l'indubbia ilarità di alcuni momenti sono fattori che rendono il film piacevole, anche se non ci troviamo davanti ad un'opera innovativa.
Una commedia amara che riflette sulla labilità dei sentimenti, sugli eccessi e sulle compulsioni tipiche che caratterizzano la società del XXI secolo, sempre pronta a giudicare e raramente a concedere una seconda possibilità.
L'interessante rielaborazione della vita di Graham Chapman attraverso disegni dal tratto antinaturalista, non permette di cogliere la straordinarietà dell'artista, visibile solo a chi veramente conosce nel profondo l'opera dei Monty Python.
Quello che in Tolstoj è tragedia degli affetti, dramma della pazzia, diventa nel film di Wright un rincorrersi di figurine monodimensionali, incapaci di incarnare quel dolore che smuove gli animi e inumidisce gli occhi.
Quello di Kamal K.M è cinema d'inchiesta e di denuncia sociale costruito utilizzando sugli stilemi del cinema di genere, un cinema che sa lavorare sui contrasti e sulle metafore per raccontarci un mondo che ci sfugge di mano.
Onesto, sboccato, libero da moralismi e retorica, Smashed si svincola dallo stile manieristico e dai pietismi tipici dei film indipendenti, evitando di cadere nella trappola di raccontare il calvario della disintossicazione ma puntando piuttosto sull'ironia.
Filmmaker ed educatore, Sutton ha fuso nella pellicola le sue due anime, realizzando un affresco etereo sull'adolescenza, un'opera impalpabile e leggera.
Il film della Lynch è sorretto dalla monumentale interpretazione di Vincent D'Onofrio, che riesce a restituire la ferocia del suo Bob attraverso un sorprendente lavoro sulla voce e sulla pronuncia delle parole.
Attraverso tre piani narrativi distinti, ma (con)fusi ad arte dai due registi, la pellicola dà forma cinematografica al paradosso dell'attore di Diderot e nel contempo ci mostra la fragilità di un personaggio che sembra aver trasportato anche nella vita reale questo tormento.
E' un imperativo quello invocato dal titolo ed è soffocante lo scenario che la Seimetz ha voluto raccontarci in questo teso thriller che strizza l'occhio a Malick e a Cassavetes.
Finzione, documentario e disegni animati, tre anime che convivono appassionatamente nel cupo lungometraggio d'esordio della documentarista slovacca Iveta Grófová, nominato come rappresentante della Slovacchia agli Oscar 2013
Il film è piacevole non perché rappresenti una sorta di vademecum sul come superare una malattia, ma perché a 'interpretarlo' ci sono due persone amabili, che non esitano a litigare se qualcosa non quadra, ma che si mettono in gioco spudoratamente; il cinema è anche questo, permettere ad una scintilla di verità di prendersi il giusto spazio e lasciarla risplendere senza troppi fronzoli.
Paolo Genovese prende spunto da una commedia spagnola del 1996, ma sviluppa la storia in modo personale e originale: costruendo così un film interessante e difficile da classificare, un balletto surreale e dal ritmo sostenuto ma dall'anima intimamente malinconica.
Un modo senz'altro inusuale di trattare il tema della maternità quello usato dalla Beck, che con qualche eccesso dark e qualche lacrima di troppo, ci racconta i turbamenti e le solitudini struggenti di una giovane donna in attesa di un figlio e di un futuro che sembrano non arrivare mai.
Divertente e godibile, a dispetto della tragicità del messaggio di cui si fa portatore, il film di Sabini sa essere vero senza alcuna oppressione, anche se in certi momenti questa leggerezza diventa superficialità, o meglio incapacità di entrare nel merito dei discorsi affrontati.
Senza la linearità data dal tradizionale affiancamento dei Vangeli, che compatta e omologa ciò che differisce nello sguardo di ogni singolo testimone, il film di Columbu diventa un'esperienza unica, in cui le immagini, accompagnate dalla melodia della lingua sarda, agiscono ad un altro livello, toccando le corde più profonde dell'animo.
Un'opera emozionante che affronta temi cruciali tristemente contemporanei cercando le risposte nel cuore della gente comune e affidando le speranze per il futuro alle donne, le uniche in grado di spingere gli uomini ad essere migliori, di capire che quando non c'è un'alternativa possibile l'unica soluzione è tendere la mano verso l'altro.
La lettura dei fondi di caffè diventa nel film uno scambio emotivo molto forte, il confronto tra due facce della stessa medaglia, da una lato le donne della ricca borghesia di Istanbul, dall'altra una figura femminile coraggiosa, forte della sua sensibilità e del suo 'occhio'.
Un piccolo film indipendente capace di far sognare, di mettere in luce come la nostra presunta normalità spesso si costruisca su uno stravolgimento delle nostre radici e dei nostri bisogni reali e di mostrarci gli enormi limiti di una società che ha scambiato la felicità col progresso.
La natura del film, mascherata dietro una forma solo in apparenza disinibita, rimane attaccata ad una tradizione melodrammatica ed esistenziale di donne perennemente allo sbaraglio che nell'amore trovano il loro unico punto fermo.
Risate e commozione si alternano in un film dove temi come le malattie senili, la perdita della lucidità e dell'indipendenza vengono affrontati con leggerezza, ma senza ipocrisia.
Per il suo ritorno alla recitazione, Eastwood sceglie toni sentimentali e melò, quasi a voler dimostrare, a 82 anni, di potersi concedere di tutto: la sua presenza sullo schermo, quasi ingombrante, resta a dichiarare la volontà di non cedere alla logica della 'rottamazione'.
Il film di Ponzi è un esempio di commedia che prova a privilegiare i temi sociali e le problematiche della vita moderna, trattando in questo caso il tema della ricerca di un alloggio: ma lo sguardo risulta eccessivamente convenzionale e incapace di andare oltre l'aneddotica.
The Grey è un film teso, opprimente, crudo nelle immagini e nei temi che funziona anche grazie alle costruzioni visive di Joe Carnahan ed alla curatissima fotografia di Masanobu Takayanagi.
Attraverso gli occhi asciutti e lo sguardo acuto del suo protagonista, Tropia parla al pubblico, chiedendogli di seguirlo all'interno di un'avventura che, pur non avendo una forma innovativa, si rivolge ad ognuno in modo diretto e del tutto personale.
Film visivamente affascinante che Marcimain dirige al meglio delle sue possibilità, ma che stimola in maniera confusa lo spettatore a riflettere sulla violenza perpetrata ai danni di due adolescenti da uomini senza moralità.
Shell è insieme un film d'amore e una profonda riflessione sul divenire adulti, sul sacrificio e sul destino, e il cinema di Scott Graham è un cinema asciutto, fatto di sottrazioni e che vive di silenzi, di sguardi, di parole non dette e di segreti inconfessabili.
A interpretare il cinico Frank non c'è un attore qualunque, ma lo straordinario Frank Langella che, con il suo immenso talento, farebbe la gioia di ogni regista.
Quello humor disincantato, ma mai cinico, tipico della scrittura di Marc O'Brien, viene profuso a piene mani nella sceneggiatura dando vita a momenti realmente esilaranti e ad altri commoventi.
Il film di Berger si muove sinuoso e riesce a catturare lo spettatore trasportandolo in una dimensione altra, incantata.