Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
Calin Peter Netzer mette in luce tutta l'ipocrisia e la presunzione della classe dirigente rumena, in una storia di lotta di classe in cui trovano spazio anche istanze familiari e private.
Prince Avalanche si distingue per l'eccezionale intensità emotiva ottenuta attraverso l'alternanza di momenti prettamente comici e scene liriche.
La tensione si mantiene alta, l'adrenalina scorre e il pubblico si diverte. Se davvero Soderbergh deciderà di tener fede alla decisione di sospendere l'attività registica non possiamo non ammettere che ci mancherà.
Alla fine dei conti il film si riduce ad una concatenazione ininterrotta di mirabolanti scene d'azione, alcune davvero divertenti, tralasciando però quasi totalmente la cura della sceneggiatura che manca dell'ingrediente fondamentale dell'intera saga, l'ironia.
Dopo il fantasy/horror The Ghostmaker, Distribuzione Indipendente propone l'interessante esordio del giovane Teo Takahashi: un docu-fiction ambientato in una Roma cupa e livida, incentrato sulla dipendenza da eroina.
Roberto Andò sceglie di rappresentare il nostro particolare momento storico attraverso una visione sognante, quasi teatrale, a metà strada tra la commedia degli inganni di Shakespeare e il relativismo pirandelliano, rendendola più fruibile e perfino poetica attraverso il linguaggio del cinema.
Gli elementi della commedia classica, confrontandosi con la gestualità e il linguaggio partenopeo, trasformano la naturale spontaneità napoletana in una sorta di esagerazione pittoresca, relegando i personaggi interessati nella nicchia della farsa.
Nel terzo capitolo della saga di Jesse e Céline risate e tristezza si fondono. E' anche per questa ragione che Before Midnight risulta l'episodio più maturo e compiuto della trilogia di Richard Linklater.
La pellicola di Denis Côté unisce un meccanismo a orologeria tanto perfetto quanto spiazzante a una cura formale estrema, il tutto condito dal suo humour aspro.
Nel suo biopic su Paul Raymond, Michael Winterbottom ripercorre la carriera del più grande intrattenitore inglese, soffermandosi sul suo rapporto con le donne e, in particolare, sull'unica che abbia mai davvero amato: la figlia Debbie.
Sebastian Lelio affronta con naturalezza e senza falsi pudori il tema dell'amore e del sesso alla soglia della terza età stemperando con lievi tocchi di ironia i momenti critici della storia.
Quello di Charlie Countryman, appena rimasto orfano della madre, è un viaggio a Bucarest destinato a trasformarsi in un'odissea, il cui epilogo, felice o infelice che sia, è quell'amore totale per cui si può anche morire.
I registi Epstein e Friedman tracciano un ritratto sincero e intimistico di Linda Lovelace, indagando la donna che si nasconde dietro l'immagine che ha rivoluzionato l'approccio alla sessualità di tutta una generazione.
Il quadro che emerge da A Long and Happy Life è cinico e accurato, ma la storia, pur contenendo altamente drammatici, non decolla mai veramente.
Nel suo film d'esordio, Joseph Gordon-Levitt impersona un porno-addicted impenitente, che nemmeno una sensualissima Scalett Johansson sarà in grado di salvare dalla dipendenza, e ne fa il ritratto di tutta una generazione schiacciata dai pregiudizi della collettività.
Nel terzo film della trilogia Paradise, Seidl indaga il mondo dell'adolescenza attraverso la figura di Melanie, tredicenne cicciottella alle prese con il primo amore, impossibilitato a esprimersi dalla differenza d'età.
Prima che di un prete, Malgorzata Szumowska scava in profondità nell'animo di un uomo svelandone l'interiorità attraverso uno stile intimo e diretto.
La terra promessa di biblica memoria oggetto del film di Gus Van Sant è quella stessa provincia rurale americana, povera, disperata e tradita dal governo cantata dal Boss e prima di lui da John Steimbeck.
Nell'opera, sofferta e travagliata, incentrata sulla figura del Maestro Ip Man, Wong Kar-wai esplora il lato piú profondo e spirituale del kung fu, regalandoci, come sempre, momenti di grande intensità emotiva, nonostante un montaggio non sempre impeccabile.
Il film è pervaso da un'irresistibile sincerità e da una nostalgia dolceamara che restituirà a molti i brividi, lo strazio, le scoperte, il fervore degli anni più intensi e terribili che a un essere umano tocchi affrontare, lasciarsi alle spalle e poi rimpiangere tutta la vita.
L'intreccio narrativo, piuttosto scontato e prevedibile, non può essere considerato il punto di forza di un film vecchio stile che tutto affida, fortunatamente, all'interpretazione e alla caratterizzazione dei personaggi. Perché, se c'è un elemento che rende veramente interessante la sceneggiatura di Broken City è la costruzione di maschere umane tanto lontane dalla quotidianità di uno spettatore medio quanto realistiche e concrete
Incerta nel registro, mai cattiva fino in fondo, la commedia di Carteni è un'occasione sprecata perché liquida con fastidiosa e inadeguata ironia una realtà desolante, senza ricorrere allo spirito dissacrante del nostro cinema migliore.
Dopo aver dimostrato che si può sorridere anche della malattia in 50 e 50, Jonathan Levine prova a sconvolgere la natura stessa dello zombie dotandolo di una capacità autocritica, caustica e un po' sprezzante, oltre che di romanticismo.
L'immersività della stereoscopia appare un "trampolino di lancio" perfetto per trasporre sul grande schermo l'essenza dello spettacolo circense, che si fonda soprattutto sulle componenti di emozione, di fascinazione e di meraviglia che è in grado di suscitare nel pubblico.
Dopo l'horror ammantato di melò di The Orphanage, Juan Antonio Bayona propone un melò che si nutre dell'horror della natura: il devastante tsunami del 2004, e l'odissea di una famiglia che fu da esso colpita.
Il ritorno di Schwarzenegger sul grande schermo coincide con l'approdo a Hollywood del regista sudcoreano Kim Ji-woon: il risultato è un action frenetico e cinefilo, che guarda al western rileggendolo sotto la peculiare ottica del regista.
Barbara Bernardi e Franco Caviglia cercano di analizzare l'evoluzione della capitale tedesca, eletta ormai baluardo della modernità assoluta da un folto popolo europeo di bohémien con velleità artistiche, attraverso gli occhi di un italiano medio arrivato all'esaurimento della propria pazienza tanto da impacchettare un'intera vita e partire.
Fausto Brizzi, regista che predilige lavorare per tematiche generaliste, è tornato al cinema proponendo una visione parziale, deformata e anche piuttosto scontata delle gioie e dei dolori racchiusi nel matriarcato
E' un documentario coraggioso e insolito, quello di Alessandro Tesei, che ci porta nel cuore della "No-go Zone" intorno alla centrale nucleare, mostrando l'impatto che il disastro ha esercitato, a più livelli, sulle popolazioni locali.
Lincoln non è solo, né principalmente, un biopic sulla figura del sedicesimo presidente degli Stati Uniti: il film di Spielberg vuole essere innanzitutto un'opera sulla centralità della politica, sulla necessità, la profonda dignità, ma anche le contraddizioni e i compromessi, che segnano quest'area dell'attività umana
Oltre che un thriller politico di ottima fattura, Zero Dark Thirty è (soprattutto) la narrazione di una sfida che si fa ossessione: quella che l'agente della CIA Maya, con caparbia determinazione, muove al nemico numero uno degli USA.
Tom Hooper ha scelto semplicità e immediatezza per preservare il cuore pulsante della storia di Victor Hugo e per dare il massimo risalto agli interpreti, che lo hanno ripagato senza risparmio.
Non sarà all'altezza della Beatrix tarantiniana, ma quando, ricoperta di sangue, Clara imbraccia la sega elettrica per fare a fette gli zombie è subito cult.
Steve Carell e Keira Knightley appaiono poco incisivi all'interno di una struttura narrativa che rimane perennemente incerta sulla propria natura.
Robert Zemeckis, dopo un decennio di cinema di animazione, torna al live action con una pellicola che mostra tutti i crismi della classicità, con una forte tensione morale e la prova di un ottimo Denzel Washington.
Dopo i più personali La ricerca della felicità e Sette anime, in cui si riusciva a percepire quel tocco drammatico ed esistenzialista che aveva caratterizzato anche i suoi film d'esordio, in questo caso Gabriele Muccino ha accettato di spersonalizzare il suo cinema per cedere il passo alle regole del genere.
Di contrasti che, gradualmente, si annullano, si veste lo sguardo della Holland, fino a che i due mondi di luce e ombra non si ritrovano per un momento d'ineffabile gioia. Questa è la dualità dell'essere umano, che mai come nei momenti più bui della sua storia è in grado di dischiudere anche un inopinato altruismo.
Quattro anni dopo il poco fortunato Speed Racer, i fratelli Wachowski tornano alla regia coadiuvati da Tom Tykwer, con un prodotto insolito e riuscito, che unisce e giustappone influenze diverse ed eterogenee.
Accanto alla scelta di spingere più che mai l'acceleratore sul surreale e sul divertimento, c'è quella di offrire un ritratto del razzismo e dell'America pre-guerra civile spaventoso ma anche realistico, e una feroce critica alla romanticizzazione cinematografica del sistema schiavista.
I Vanzina hanno scelto di muoversi su un terreno familiare attraverso la struttura del road movie di gruppo, tanto per riportare alla mente le suggestioni adolescenziali di Vacanze in America.
Tornatore racconta un'atipica storia d'amore dai toni noir, con una regia densa e avvolgente e valendosi della prova di uno straordinario Geoffrey Rush.
E' ai bambini che questa storia, semplice e lineare, ma anche avventurosa e piena di ritmo, è rivolta, ma forse la sapranno apprezzare anche quegli adulti che in fondo un po' bambini lo sono rimasti.
Il regista disegna con tratto sicuro solo il protagonista e abbozza tutto il resto; una scelta di campo netta che se da un lato porta i suoi frutti in termini di riconoscibilità, dall'altro si ripercuote sull'interezza del film.
Questo quarto capitolo della saga live action dedicata alla mitica coppia di Galli non sembra riuscire a perseguire un disegno coerente, oscillando in maniera interdetta tra passaggi più ingenui e cartooneschi, rivolti a un pubblico dichiaratamente infantile, e tentativi di allusione a spettatori maggiormente adulti.
Perfetto per esorcizzare la depressione del periodo natalizio, quest'anno pesantemente aggravata dalla crisi, La bottega dei suicidi è dedicato ai fan de La famiglia Addams e a chi ha voglia di un film d'animazione diverso dal solito.
La scelta di concentrarsi esclusivamente sui personaggi di Ruggero e Gianluca non si rivela vincente perché, se da una parte permette di costruire una sorta d'intreccio narrativo intorno a queste due maschere, dall'altra parte mette in evidenza quanto poco appeal cinematografico abbiano.
Federico Zampaglione si conferma il vero erede di Dario Argento nella gestione della suspence e nello spargimento di sangue inventandosi delitti sempre piú efferati man mano che il film procede.
Un'opera che si mostra gentile e accomodante, diretta verso un pubblico infantile; nonostante il fascino retrò dei fondali e l'intelligenza degli animatori, manca forse dello spessore e del ritmo narrativo per farlo competere ad armi pari con il cinema d'animazione degli ultimi anni.
Rinunciando alla spettacolarizzazione visiva del delitto e al count own incalzante di un'indagine investigativa che non prende mai corpo, il film si concentra sul mostrarsi delle emozioni che, crescendo nella solitudine di abitazioni borghesi, si fanno protagoniste assolute nel bene e nel male.
Impeccabile il lavoro su scenografie e fotografia che permette la ricostruzione dettagliata di uno spaccato di storia.