Recensione La bottega dei suicidi (2012)

Perfetto per esorcizzare la depressione del periodo natalizio, quest'anno pesantemente aggravata dalla crisi, La bottega dei suicidi è dedicato ai fan de La famiglia Addams e a chi ha voglia di un film d'animazione diverso dal solito.

Una crêpe ci salverà

E' triste la vita in città, sulle strade non arrivano più i raggi del sole ma solo pioggia e smog, nei cinema proiettano solo film di zombie e gli abitanti, tra una depressione e un fallimento, pensano solo a suicidarsi gettandosi dai grattacieli o sotto le ruote delle auto in corsa. Bisogna fare attenzione a non farlo in pubblico, perché togliersi la vita davanti a tutti è vietato dalla legge e si è passibili di una multa salatissima che in caso di effettivo decesso ricadrà sulla famiglia del defunto. Tutto è spento e senza colore tranne che nella bottega dei Tuvache, un luogo allegramente macabro ed accogliente in cui le parole buongiorno e arrivederci sono bandite a favore di malgiorno e addio, e in cui tutta la famiglia lavora alacremente per assicurare ai clienti una dolce dipartita contro la crisi infinita. Veleni, corde, spade, pesi di cemento per le caviglie, lamette di ogni tipo, insomma ogni attrezzo che può causare la morte certa i Tuvache ce l'hanno, e nel remoto caso di fallimento c'è sempre la garanzia 'trapassati o rimborsati'. Soldi a palate e clienti a volontà per Mishima e Lucrece fino alla nascita del piccolo Alan, il loro terzogenito, un bambino vivace, allegro e pieno di voglia di vivere che porterà un grosso scompiglio nella triste e avida famiglia. Quando mamma e papà si accorgeranno che quelle che compaiono sul suo visetto non sono smorfie per le colichette ma dei grandi sorrisi, il senso di smarrimento inizierà a farsi largo nel loro cuore e pian piano la loro visione della vita, della morte e della bellezza cambierà radicalmente così come l'attività di famiglia, che ne uscirà completamente trasformata grazie al piano rivoluzionario di Alan.

E' forte, dark, ironico ma anche graffiante, cattivo e ottimista La bottega dei suicidi, il film animato diretto dall'acclamato autore francese Patrice Leconte che esordisce dietro la macchina da presa in un genere completamente diverso dal suo solito per raccontarci con un tocco di raffinata crudeltà il mondo degli adulti di oggi, troppo attenti all'avere e poco all'essere, incapaci di crescere in serenità e con sani principi i propri figli in un mondo spinto al suicidio. Non è di certo un film per bambini ma sicuramente il divieto ai minori di diciotto anni, scongiurato dopo il ricorso di Videa nei confronti della decisione assurda della commissione censura per "pericolo di emulazione", avrebbe condannato questo piccolo delizioso film ad una penalizzante uscita home video. La minaccia del titolare della casa di produzione e distribuzione Sandro Parenzo di ritirare il film dalle sale ha fatto tornare sui suoi passi la commissione rispetto ad una decisione che non avrebbe solo offeso la professionalità degli autori ma avrebbe impedito ai ragazzi di poter godere della visione in sala di un film il cui scopo è quello di condannare un gesto estremo come il suicidio attraverso l'uso della risata. Una figuraccia da cui ci siamo salvati in extremis se consideriamo che il film è stato presentato in anteprima mondiale nella sezione Junior (sezione dedicata ai più piccoli, appunto) fuori concorso del Festival di Cannes. Lasciamo che siano i genitori a decidere cosa far vedere ai propri figli e preoccupiamoci, semmai, di controllare maggiormente i programmi televisivi che si ammucchiano nelle ore pomeridiane sulle nostre emittenti nazionali.
Tornando al film non possiamo non constatare una sensibile altalenanza di ritmo, abbassato da incursioni musicali cantate non proprio in linea con l'impianto formale e con la vivacità della narrazione, ma il film di Leconte sorprende e diverte grazie alla genialità dell'idea di fondo e per la diversità di 'trattamento' riservata ai personaggi: gli adulti sono graficamente complessi, immersi nella loro 'bruttezza' e nel loro squallore, mentre risulta semplicissima la rappresentazione dell'infanzia, visivamente più semplice e più vicina all'animazione classica dei cartoni per bambini. Ne La bottega dei suicidi a non convincere fino in fondo è l'accentuato squilibrio di toni che in più di un'occasione mette lo spettatore di fronte a situazioni e ad immagini 'impegnative' un po' fuori sincrono con il resto del film: il macabro non è portato fino in fondo, il positivismo neanche, il grottesco va scemando strada facendo ed alla fine rimane la sensazione di aver assistito ad un'opera sì godibile, ma che con qualche accorgimento qui e là e con un po' più di coraggio di osare nel momento conclusivo avrebbe potuto lasciare veramente il segno.
Con un finale totalmente all'opposto di quello del romanzo, La bottega dei suicidi diventa infatti dulcis ma solo in fundo spingendo sul pedale della positività per pareggiare i conti una prima parte esageratamente dark: la vita è bella, colorata, musicale e talvolta esageratamente kitsch, basta solo viverla appieno, godere dei momenti felici e rimanere uniti in quelli tristi, apprezzare le cose belle e piacevoli che ci vengono offerte. Il futuro è nelle mani dei piccoli, lasciamoli liberi di esprimersi, facciamoli divertire e sorridiamo di più, magari gustandoci una crêpe dolce, e non al cianuro, in un bel locale pieno di musica e di vitalità. Perfetto per esorcizzare la depressione del periodo natalizio, quest'anno pesantemente aggravata dalla crisi, La bottega dei suicidi è dedicato a chi ha amato La famiglia Addams e a chi ha voglia di un film d'animazione diverso dal solito. Come suggerisce Leconte, la vita non è sempre rose, fiori e dessert con la marmellata, ma è comunque meglio della morte.

Movieplayer.it

3.0/5