Tutte le recensioni dei film al cinema, in televisione e in streaming visti dalla redazione di Movieplayer. La nostra critica con voto per trovare velocemente nuovi film da vedere di ogni genere e per ogni preferenza.
I primissimi piani grattano il malessere dagli occhi di Daniel, di Sonia si cerca un volto sempre sfuggente, mentre il lunatico sconosciuto è soprattutto corpo che vuole darsi all'amato e per questo accetta di subirne la violenza. La regia li avvolge, per comprenderli si fa struggenti piani sequenza fino ad avvolgersi come edera sulle loro imperfette emozioni.
Vapore, pallottole, pistoni, elettricità ed energia nucleare imbrigliate in un involucro di carne e ferro e guidate da un cervello umano, questa è l'arma segreta e il fascino innato della saga di Tetsuo.
Quante delle morti che vediamo nei tg e leggiamo sui giornali sono veramente causate da disastri naturali e incidenti? Da questa idea Pou-soi Cheang ha tratto lo spunto per realizzare questo interessante Accident, presentato in concorso a Venezia 66.
Tra tanto cinema italiano bistrattato dalla stampa, Susanna Nicchiarelli si fa largo in un punta di piedi con un esordio che scalda il cuore e dimostra che i nostri autori sono ancora capaci di raccontare storie che parlino di noi.
Tilda Swinton, interprete e produttrice di 'Io sono l'amore', è il corpo e l'anima di un progetto concepito da Luca Guadagnino espressamente per lei.
Melodramma rarefatto e sospiroso, Prince of Tears è sostenuto da una narrazione in terza persona che raccorda sequenze dall'atmosfera fiabesca. Il che crea una bizzarra, ma non spiacevole, dissonanza con la materia narrata, che richiama una pagina oscura della storia di Taiwan
Un remake atipico, quello diretto da Herzog, in cui il film originale di Abel Ferrara non è che una mera traccia e in cui il regista tedesco inserisce molto delle sue ossessioni e del suo universo autoriale.
Intuizione stupefacente quella di Herzog: raccontare una banale storia, senza avvitarsi in vertiginosi colpi di scena o rimanere vittima della fascinazione dell'orrore esibito, riuscendo comunque a modellare un senso di profonda inquietudine che va a screziare questa intensa ed ipnotica meditazione sull'uomo e le sue pieghe.
Non siamo ai livelli di eccellenza raggiunti da '4 mesi, 3 settimane, 2 giorni', ma non c'è dubbio che da questo tipo di cinema molti registi presenti qui in laguna potrebbero imparare e molto per quanto riguarda la gestione degli attori e soprattutto delle inquadrature.
Incurante delle polemiche e deciso a tracciare l'origine del malcostume nazionale, Erik Gandini si proietta col suo documentario nell'Italia di oggi, un incubo creato su misura per aspiranti veline, tronisti dalla muscolatura gonfia e lampadata, scalcinati reduci del Grande Fratello. Col sorriso plastificato di Silvio Berlusconi a benedire la platea, non ancora sazia di tale scempio.
Carità e misericordia alternate ad una crudeltà a volte spiazzante contenuta in uno sguardo o in un gesto oppure in una parola, una storia toccante che commuove e fa sorridere, che va oltre la religione e la religiosità.
Un'avventura ai confini del mondo che va oltre il tempo e lo spazio, povera di dialoghi, approntata su uno stile simil-documentaristico ed immersa in scenari che tolgono il fiato e che conferiscono al film il fascino epico delle mitiche avventure vichinghe.
Servirà l'autocritico Le ombre rosse a scatenare polemiche in seno all'opposizione portando a una riflessione concreta e costruttiva? Maselli se lo augura, ma noi ne dubitiamo, non tanto per la riuscita del film, quanto per la cecità dimostrata dalla nostra classe politica dove ci si scatena solo contro gli attacchi espliciti, mentre le critiche più sottili e raffinate passano sotto silenzio e vengono presto dimenticate.
Ancora una potente riflessione di Todd Solondz sui nostri tempi, che resta spietato ma trasuda anche una necessaria dolcezza.
Adattare un romanzo per il grande schermo, considerando la profonda differenza tra i due media, significa necessariamente tradire il materiale di partenza, ma in questo caso la scelta di John Hillcoat di mantenersi aderente al testo originario risulta efficace, oltre che comprensibile.
Se è certamente indubbia l'importanza di Baarìa per il panorama cinematografico italiano, il risultato è una pellicola che trasuda la passione del suo autore, alternando, soprattutto dal punto di vista narrativo, alti e bassi.
Stesse vittime, stesso scenario malsano, stessa claustrofobia, stesso palazzo e stessi registi. Continua esattamente da dove si era interrotta l'avventura 'al buio' tra i corridoi dello stabile infettato da un misterioso morbo che trasforma in pochi secondi un corpo umano in una sorta di demone assetato di sangue e morte.
Non è un film politico L'amore e basta, è solo un documentario 'normale' e finanche noioso alla lunga, ma l'obiettivo è così raggiunto: nella gabbia dello schermo non c'è uno zoo da investigare, ma persone con un'esperienza di vita, ordinaria o più, da condividere.
Risate a gogò con il duetto vincente tra Sandra Bullock e Ryan Reynolds in 'Ricatto d'amore', divertente e brillante commedia sugli affari...d'amore, diretta da Anne Fletcher
Spettacolo e tensione, ma anche riflessioni metafisiche per assecondare la voglia di Proyas di mettere in piedi un film catastrofico con più livelli di lettura che mantiene sempre alto il senso di meraviglia nello spettatore.
Per il suo modo di relazionarsi al mondo del calcio Piede di Dio è un film che suscita simpatia, anche al di là di quell'ambientazione pugliese da cui deriva, inevitabilmente, una nota di colore.
I dialoghi riacquistano brillantezza e sebbene il nucleo della storia e il suo sviluppo siano davvero poco originali, ad assicurare un gradevole intrattenimento restano gli irresistibili personaggi, ben scritti e caratterizzati in fase d'animazione in maniera davvero esilarante.
Jonathan Levine parte da premesse vagamente deprimenti per costruire una sorta di dark comedy basata sulle interpretazioni: quelle di un Josh Peck bravo ad esprimere disagio e insicurezza e di un Ben Kingsley gigione e hippie fuori tempo massimo.
Dimenticate i blasonati 'Goonies', che Rodriguez fiancheggia attivando due dinamiche antenne per i trend più cool in voga presso i giovanissimi, scordate gli effettismi di 'Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi', che 'Shorts' sorpassa per trovate spassose e clima scanzonato.
Il carisma e l'amabilità di Paul Rudd e Jason Segel sono la carta vincente di questo esile I Love You, Man, che soffre di più di un intoppo narrativo, ma nel complesso procede con ritmo gradevole e rilassato senza lasciare che le gag si susseguano l'una dopo l'altra in maniera troppo frenetica.
Lo sceneggiatore Nathan Atkins e il regista Chris Fisher non hanno nessuna intenzione di nascondere la propria ambizione, quella di rifarsi in tutto e per tutto al film di Richard Kelly riproponendo gli stessi temi e lo stesso stile e inserendoli in un nuovo contesto con nuovi personaggi.
A una generale cura nella confezione, almeno limitatamente alla fotografia (qui facilitata dai set suggestivi e dall'uso del digitale) corrisponde una innegabile pochezza di idee, e soprattutto un certo disinteresse per la narrazione propriamente detta.
Il film di Peter Cornwell si mantiene asciutto dal punto di vista visivo ed efficace nel ricercare l'inquietudine di fondo, piuttosto che il facile spavento improvviso, che, pur non mancando, non rappresenta l'unica arma alla portata degli autori.
Un lavoro di cuore, testa e pancia da scoprire, appena le ferree regole del mercato distributivo lo permetteranno, per aprire una volta per tutte gli occhi di fronte alla realtà che ci circonda.
Curioso mix che introduce elementi fantascientifici all'interno del film per famiglie e del genere d'avventura per ragazzi, "Alieni in soffitta" rimane tuttavia un prodotto rivolto a un pubblico prevalentemente infantile.
La principale scommessa vinta da Nick Cassavetes riguarda il ruolo della madre che lotta con tutte le sue forze per tenere in vita la figlia malata terminale. Invece di puntare sul sicuro con le solite facce da Oscar, il regista sceglie la bionda Cameron Diaz che lo ricompensa con una convincente performance.
Le battute a sfondo sessuale si sprecano, i momenti espliciti ridicolizzano le allusioni, ma c'è tempo anche per mettere in circolo i sentimenti, attorno a una storia d'amore che stenta a rivelarsi e a un'altra che esplode per caso e "guarisce" dalla frivolezza.
Il regista Marc Webb, stufo delle commedie sentimentali prevedibili e stereotipate, ci regala qualcosa di completamente diverso, una storia d'amore vera, di quelle che si vivono quotidianamente, con tutti gli alti e bassi che il sentimento comporta, con la frustrazione derivante dalla consapevolezza che nella realtà all'interno di ogni coppia vi è sempre uno dei due che ama più dell'altro.
Lo script si perde appresso agli elementi più tecnici, dimenticando di approfondire il personaggio centrale, il cui legame empatico con lo spettatore è essenziale per la riuscita di un progetto come questo: la vicenda legale, di per sé, incuriosisce, e potrebbe appassionare se fosse accompagnata da una vicenda umana più risonante.
Un onesto action thriller vecchio stile che non stravolge il suo genere di appartenenza, ma che per l'efficacia della confezione e del ritmo merita di essere preso in considerazione almeno dagli appassionati di questo filone cinematografico e dai numerosi fan di John Cena.
Il rapporto tra padre e figlia è ben condotto, la maturità e la saggezza si riconfermano non dipendere dall'età e in qualche passaggio la distanza che interviene a separare i due protagonisti, chiamati a comprendere il bisogno l'uno dell'altra, si fa addirittura illuminante.
Come Hannah Montana, anche i tre fratelli Jonas traghettano alle frequenze del Disney Channel al grande schermo presentando al mondo un loro concerto in 3D.
L'obiettivo di tirar fuori dall'oblio una così straziante vicenda è raggiunto. Resta all'uomo capire cosa ci sia ancora da imparare da simili barbarie.
Tra le due attrici c'è un'alchimia eccellente, e la sensazione, in alcuni momenti, è che il film avrebbe potuto crescere imboccando una direzione leggermente diversa, andando a esplorare magari in maniera più coraggiosa i temi che avrebbero dovuto costruirne l'ossatura, la maternità e il conflitto di classe.
Il regista di Obsessed affida il peso della narrazione ai suoi attori, convincenti nei rispettivi ruoli, ma sembra timoroso di osare troppo e conduce il film su binari prevedibili.
Ricky Gervais di appropria dello script firmato da Koepp in collaborazione con John Kamps con grande personalità e ne fa qualcosa di assolutamente fresco e brillante.
L'esordio nel lungometraggio di Alan Ball è efficace ed intenso, grazie soprattutto a quell'umanità tipica dei suoi prodotti che ci restituiscono ogni volta un'immagine più miserabile, ma certamente più vera dell'America.
La cifra dark che ha caratterizzato i precedenti episodi viene qui confermata da una vicenda che cerca di imprimere un respiro ancora più epico alla saga, sfumando i confini tra il mondo dei muggles e quello della magia.
Il ritorno dietro la macchina da presa di Chris Columbus ha coinciso con la realizzazione di un film adolescenziale tutto sommato gradevole, ma che difficilmente lascerà il segno.
Le segretarie del sesto è una piacevole commedia sulle donne moderne che si rivolge allo spettatore giovane come a quello meno giovane, dagli intrecci ben imbastiti, cadenzata da dialoghi mai scontati, sarcastici e pungenti, farcita da qualche luogo comune ma allegra e frizzantina, senza forzature di alcun genere, mai eccessiva e sfacciatamente ironica.
Il grande pregio di questo St. Trinian's è quello di riuscire a far emergere, nonostante i limiti narrativi, il divertimento e l'entusiasmo dei protagonisti, e proprio per questo non facciamo fatica a capire la decisione di voler sfornare un secondo capitolo e la risoluzione dei protagonisti di riprendere questi strambi ma esilarante panni.
Il racconto messo in scena da Dale, più che concentrarsi sulla precisione ed il dettaglio tecnico dell'andamento della missione, cerca di comunicare al pubblico l'emozione derivante dell'imponenza dell'impresa raccontata.
Divertente ghost commedy sull'amore per il regista di 'Se solo fosse vero' con una coppia d'eccezione, Matthew McConaughey e Jennifer Garner, e un cameo strepitoso di Michael Douglas.
Il film è godibile grazie alla prova comica e fisica di Kevin James, che de Il superpoliziotto del supermercato è anche sceneggiatore: il suo è un underdog con cui è davvero difficile non simpatizzare - senza bisogno di riconoscersi nel profilo dell'americano medio.
Comicità di grana davvero grossa e ingenuità adolescenziali alla base del film degli esordienti Zach Cregger e Trevor Moore, che vorrebbe riallacciarsi senza successo al filone di "American Pie" e allo stile politically incorrect dei fratelli Farrelly.